L'intervista

«Per Putin sono un agente straniero, e ho buoni motivi per avere paura»

L'ex diplomatico russo Alexander Baunov convive da tre anni con la minaccia di ritorsioni, e vive ormai da esule in Europa - Sulle possibilità di abbattere il regime si dice pessimista
Alexander Baunov
28.09.2025 06:00

«Avrei più di un motivo per avere paura, ma non vivo nel panico benché mi senta minacciato. Se potesse, Putin eliminerebbe tutti i suoi oppositori, dentro e fuori il Paese. Ma io non credo di essere fra le sue priorità» Parla senza enfasi l’ex diplomatico dell’ambasciata russa ad Atene e dissidente Alexander Baunov, filologo dell’antichità, ora ricercatore del Carnegie Eurasia Center di Berlino. Nel gennaio 2023 ha pubblicato «La fine del regime - Come finiscono tre dittature» (Silvio Berlusconi editore, 636 pagine), e nei giorni scorsi la versione italiana l’ha presentata al Festival Pordenonelegge. Il libro, esaurito in pochi giorni a Mosca, divenne un caso e il suo autore fu accusato d’essere un «agente straniero».

Nell’immediato, che cosa ha comportato per lei essere classificato un «agente straniero?»

«Il fatto che mi abbiano classificato come agente straniero, è stato un aggravio peggiore della censura. Il mio libro non può essere citato nei lavori degli studenti, non può più essere usato nelle università, licei, scuole inferiori; è stato fatto sparire dalle librerie e dalle biblioteche pubbliche come al tempo dell’universo sovietico. Si trova ancora in qualche libreria privata indipendente, ma con difficoltà. Questi divieti comprendono per me anche l’impossibilità di insegnare e svolgere attività educativa e perciò ormai da espatriato lavoro all’estero e vivo tra Berlino e Firenze».

Ricorda esattamente quando le cose in Russia si sono fatte drammatiche?

«Le cose sono drasticamente cambiate dal 2020, con le modifiche della norma Costituzionale che permette a Putin di insediarsi al Cremlino per altri due mandati presidenziali della durata di sei anni ciascuno abolendo quindi ogni limite del suo potere. È scattata la repressione feroce contro l’opposizione, e con il ritorno in scena di Trump le cose sono ulteriormente evolute. Il presidente degli Stati Uniti credeva di poter ottenere la pace per l’Ucraina, ma ha interpretato male le intenzioni di Putin».

Un calcolo sbagliato?

«Trump, così come Biden prima di lui, crede che la fine della guerra in Ucraina sia legata alla garanzia che l’Ucraina non entri nella Nato. Ma non è così. Per Putin sopravvive l’idea della grande Russia oggi meno gloriosa e potente del passato in lotta perenne contro la modernità, e determinata a ritrovare la grandezza di un tempo. Per questo non si tratta più della guerra della Russia contro l’Ucraina: la prospettiva è quella della Russia contrapposta alla Nato e la guerra contro la modernità».

Ritiene che Trump con il suo comportamento, stia facendo il lavoro sporco per Putin, mirando alla pace fra Ucraina e Russia?

«Nessuno degli esperti della politica mondiale, riteneva che Trump ponesse la parola fine alla guerra in Ucraina incontrando Putin in Alaska. Non aveva alcuna possibilità: Putin da quell’incontro è tornato vincitore totale. Trump, ma anche una gran parte dei politici occidentali hanno interpretato in modo troppo semplice le manovre di Putin. Alcuni politici americani nel passato hanno promesso all’Ucraina l’ingresso in Europa e nella Nato, ma ufficiali e politici russi sono contrari e pretendono territori che appartengono a una nazione e a un popolo combattivo. Siamo dentro una grande incognita».

Ma i russi erano al corrente delle intenzioni del loro leader?

«Sapevano d’una operazione speciale e sin dai primi giorni di guerra di fronte agli insuccessi, i russi si sentivano dire che il loro esercito non ce l’aveva ancora fatta, perché con l’Ucraina era schierata anche la Nato. La retorica della propaganda russa vuole spaventare i paesi occidentali, per scoraggiarli dal supportare l’Ucraina. Gli attacchi con i droni sulla Polonia, servono a lanciare un messaggio e una minaccia: se continuate, pagherete un prezzo alto. Gli Stati Uniti vengono trattati come interlocutori ragionevoli e questo giustifica il riavvicinamento fra Mosca e Washington che trovano toni più sensati, mentre l’Europa accusata di essere una supporter dei neonazisti ucraini resta il bersaglio principale. È anche una guerra di civiltà e di cultura: agli inizi del conflitto, in Russia si diceva che liberare le città ucraine era una missione. Così in quelle città non sarebbe arrivata la vergogna del nostro tempo, i temutissimi ‘pride’ omosessuali».

I regimi cadono, ma al momento quello di Putin sembra piuttosto solido. Cosa fa l’opposizione?

«L’opposizione può essere importante nel momento della corsa al potere, ora siamo già nella trappola di un regime fortemente consolidato e quindi non ci sono molte possibilità di abbatterlo: è tardi, è passato troppo tempo. Putin non è un populista di strada come Chavez, ma un prodotto dell’élite, una creazione della nomenklatura. Non ha mai affrontato vere elezioni competitive, se non quando era già presidente designato da Eltsin. All’inizio si appoggiava a una classe media quasi democratica poi si è sentito tradito e ha costruito una sua forza su un patto populista reazionario».

E ha tolto di mezzo molti dei suoi oppositori come Navalny?

«Non abbiamo le prove di fatto che Navalny, uno dei più qualificati avversari di Putin, non morì di morte naturale, ma avvelenato, anche se questo è avvenuto di fronte al mondo intero. C’è stata una repressione molto feroce contro le opposizioni come le strutture create da Navalny che avevano avuto gran successo fra i giovani e questo aveva spaventato il regime. Negli anni ottanta la Russia aveva operato delle aperture, ma oggi il regime ha instillato un risentimento antieuropeo nuovo, alimentato da temi reazionari. Moltissimi russi, fuori e dentro il Paese sono schierati con Putin. E per molti cittadini l’acquisto stesso del mio libro è già un atto politico. Al cambiamento della Costituzione, si è aggiunta la concentrazione dell’esercito sulle frontiere dell’Ucraina. E la lista degli agenti stranieri cresce ogni settimana. Abbiamo casi di oppositori meno conosciuti, che sono stati torturati e uccisi perché nemici della dittatura. Opporsi oggi al regime russo è una scelta eroica che non possiamo più rimandare anche se ora tutto è più pericoloso».

Perché?

«Ora c’è la legge militare nel Paese e questo ha creato una situazione che blocca gli oppositori nel pretendere un regime con istituzioni democratiche e una società di tipo occidentale. Invece è qualcosa di diverso e non applica più le regole che esistono ancora nell’Occidente e che erano norme universali nel recente passato, come ad esempio, la reazione europea contro le torture che vengono praticate contro i prigionieri di guerra e i prigionieri politici».

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