Senza regole i proclami di Tether valgono poco

Premessa, un po’ lunga, ma necessaria: i rating finanziari sono delle valutazioni, esprimono quindi un giudizio, un parere, non quindi una sentenza di tribunale o una decisione di un’entità governativa da attuare, tant’è che vengono formulate da apposite agenzie private.
Ma nell’ambito degli investimenti finanziari i rating sono necessari, finanche indispensabili - si pensi ai fondi pensione, che per normativa devono investire i nostri risparmi previdenziali in beni di «qualità» (per es. «AAA») - e in certi casi possono addirittura determinare il destino di un’azienda (quotata) o di un intero settore della finanza, con conseguenze importanti, come abbiamo visto nel 2008 con la vicenda dei subprime e la conseguente crisi finanziaria globale.
Non è questo il caso, invece, della recente valutazione dell’agenzia Standard & Poor’s (S&P, la stessa società che calcola e pubblica l’omonimo super-indice di Borsa) sulla stabilità della stablecoin tether e sulla governance della società Tether che la emette. Innanzitutto, S&P indica che il suo rapporto «non è stato redatto su richiesta dell’emittente o dello sponsor della stablecoin, né con il loro contributo» e, soprattutto, che «questo prodotto non costituisce un’azione di rating». Interessante.
E allora, perché la diffusione del rapporto ha (nuovamente) scosso il mondo delle cripto? Senza entrare nel merito della veemente replica del CEO di Tether, Paolo Ardoino, S&P ha chiaramente toccato un nervo scoperto: quella dell’opacità gestionale di Tether. Nonostante le ripetute dichiarazioni dei suoi dirigenti, la società continua a pubblicare unicamente delle «attestazioni» trimestrali revisionate da BDO Italia, invece di revisioni contabili complete delle riserve a copertura della sua stablecoin. E lo fa solo perché costretta a farlo per chiudere un’indagine del 2021 del procuratore generale di New York secondo cui Tether avrebbe nascosto un deficit di 850 milioni di dollari. Certo, Tether è una società privata, non è quotata in Borsa e non è soggetta quindi alle relative regolamentazioni. E non è neppure una banca, in senso stretto, anche se per certi versi agisce come tale: riceve dollari in deposito e rilascia token digitali, impegnandosi a restituire dollari in cambio dei tether emessi che, in sostanza, sono come i certificati di deposito negoziabili emessi dalle banche. Ma queste operazioni, a differenza delle banche, non sono regolamentate. E le cifre in gioco non sono banali: la capitalizzazione di mercato dei token emessi da Tether si aggira sui 180 miliardi di dollari, di cui tre quarti coperti da strumenti molto liquidi quali titoli del Tesoro USA a corto termine (T-Bill) e contratti pronto contro termine della Fed. Il resto è coperto da «altri strumenti finanziari», tra cui oro e bitcoin, notoriamente volatili e quindi rischiosi e, dunque, poco adatti (e addirittura non consentiti negli USA secondo il GENIUS Act) per costituire riserve.
Ricordiamo che è per l’aumento della quota di queste ultime che S&P ha deciso di abbassare il giudizio sulla sostenibilità del tether, suscitando malumore nella cripto-comunità. Ed è questo il punto forse più delicato della questione: che cosa succederebbe se, all’improvviso, in massa i «depositari» volessero riconvertire i loro token? Nonostante i proclami e le buone intenzioni (per esempio l’accesso a un sistema finanziario nei Paesi più poveri e con alta inflazione), i tether sono ancora utilizzati quasi esclusivamente per il trading di beni crittografici (come bitcoin), il cui valore, guarda a caso, è ancora espresso in valuta fiat (dollari, soprattutto). Se il bitcoin dovesse nuovamente crollare come ha fatto in ottobre, è ragionevole supporre che gli investitori, in modalità «risk off», possano voler convertire le stablecoin utilizzate in valute fiat e attendere tempi migliori. Nota curiosa indicata nel rapporto di S&P: sulla sua piattaforma di negoziazione, cioè il mercato primario per i propri token, Tether applica una soglia minima di rimborso di 100 mila dollari tassata allo 0,1% fino a mille dollari e rimborsa solo i clienti che hanno pagato una commissione di verifica di 150 dollari e soddisfano i suoi criteri, altrimenti devono tentare la fortuna sui mercati secondari, che di solito funzionano, ma non sempre.
C’è ancora un altro aspetto della convertibilità delle criptovalute che inquieta e di cui si parla relativamente poco: i «criptobancomat». Il fenomeno tocca soprattutto gli USA, dove gli sportelli automatici (ATM) di bitcoin installati sono oltre 30 mila, pari all’81% del totale mondiale. Secondo una recente analisi di Bloomberg, questi dispositivi sono però concentrati in quartieri a basso reddito e in comunità afroamericane e latinoamericane, richiamando dinamiche simili a quelle dei prestiti predatori. Il rischio è amplificato dal fatto che la maggior parte degli ATM consente solo transazioni da contanti a bitcoin, senza possibilità di riconversione in dollari. A ciò si aggiungono commissioni che, stando ai calcoli della Fed di Kansas City, possono superare il 20%. E così, nel 2024 l’FBI ha registrato quasi 11 mila denunce legate a questi strumenti, con un incremento del 99% rispetto all’anno precedente.
Le valute digitali come tether appaiono come un’alternativa più «affidabile», grazie alla parità con il dollaro, fornendo oltretutto l’accesso alla pregiata valuta nei Paesi economicamente più vulnerabili - una funzione, questa, spesso sbandierata dai fautori delle stablecoin - quale elemento di inclusione. Ma la stabilità nominale non basta: senza regole chiare e trasparenza, i proclami di Tether rischiano di rimanere tali.
