L'analisi

Sono tornati gli agenti «d'influenza», all'ombra come durante la guerra fredda

Non mettono bombe, non provocano sabotaggi, non usano droni o proiettili – Preferiscono agire con le parole, con la propaganda più o meno nascosta
©Dmitry Serebryakov
Guido Olimpio
28.09.2025 17:15

Non mettono bombe, non provocano sabotaggi, non usano droni o proiettili. Preferiscono agire con le parole, con la propaganda più o meno nascosta. Sono gli agenti di influenza, vecchio mestiere della Guerra Fredda, usati dall’Est come dall’Ovest ma che oggi sono diventati uno degli strumenti preferiti da parte di Mosca, Pechino, Teheran e qualche capitale rimasta nell’ombra.

Ad un gradino più sotto i provocatori, autori di piccoli gesti potenzialmente dirompenti. È una lunga serie di episodi a raccontare quanto accade in luoghi diversi. Recentemente nella Repubblica Dominicana è stato individuato un cittadino russo sospettato di compiere manovre di disturbo attraverso contatti nel mondo dei media e della società. Forse è parte di un network, conosciuto come La Compagnia, emerso mesi fa in Argentina ed oggetto di un’inchiesta. Elementi simili a tre fermati in Angola - uno con passaggi in Brasile - e da personaggi sospetti presenti in Moldavia, regione sulla linea del fronte, teatro da sempre di azioni destabilizzanti. Segnali di allarme sono emersi poi in Montenegro.

Altrettanto ampia la strategia nel Sahel, la fascia africana dove Mosca ha soppiantato la Francia come potenza egemone. Il Cremlino ha stretto rapporti commerciali accompagnati dall’invio prima dei mercenari della Wagner e in seguito dallo schieramento di militari che sono diventati uno scudo dei regimi in Niger, Burkina Faso e Mali. Al loro fianco una schiera di propagandisti impegnati nel diffondere il messaggio del neo-zar, nell’addestrare personale scolastico e reporter, nello sfruttare al meglio le piattaforme Internet per allargare la base del consenso in uno scacchiere dilaniato dai conflitti. Ci sono guerriglieri, movimenti autonomisti e jihadisti, formazioni ben rodate.

Siamo in un teatro globale, perché coinvolge numerose aree. Lontane e vicine. A cominciare dalla Francia, dove le autorità sono da tempo in allarme per la recrudescenza di episodi a volte difficili da catalogare. Parliamo di vicende che hanno riguardato, in qualche modo, il conflitto in Ucraina e la tragedia di Gaza, crisi dall’impatto profondo sui cittadini. Andiamo sui fatti. Tre bulgari sono stati accusati di aver sfregiato con «impronte di mani insanguinate» un monumento in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Quei segni rossi dovevano simboleggiare il linciaggio di due soldati israeliani a Ramallah da parte della folla durante la prima intifada. Ai primi di settembre sono state piazzate dodici teste di maiale davanti ad alcune moschee dell’area parigina: secondo la polizia sono state lasciate da due individui che hanno usato Sim telefoniche croate, si sono mossi su un’auto con targa serba e sono poi scappati verso il Belgio.

L’intelligence e gli apparati di sicurezza transalpini hanno messo in guardia su mosse tese a sfruttare divisioni sociali ed etniche attraverso la diffusione di false informazioni - subito rilanciate via social - e atti che suscitano sdegno, reazioni emotive. Il tema immigrazione è uno dei più cavalcati. Una campagna che cresce in concomitanza con una fase di grande instabilità parlamentare e nuove proteste di piazza. Ovviamente non è tutta farina dei russi, sulla scena muovono molti attori, ci sono spazi e mezzi per seminare veleno con motivazioni non sempre nette.

È proprio perché la minaccia può avere volti diversi, spesso indecifrabili, è necessario un contrasto capillare. Per questo la Francia ha adottato un provvedimento che obbliga chiunque rappresenti un’entità straniera extra Unione Europea a registrarsi in un database ufficiale e accessibile a chiunque. Un tentativo di porre un argine, un approccio di trasparenza e un punto di partenza per identificare possibili agenti di influenza. Almeno quelli dichiarati. Resta il problema di coloro che sono bravi nel mimetizzarsi, magari figure del mondo editoriale e accademico, esperti di conflitti. Complici preziosi e non pedine spendibili come gli imbrattatori di una lapide.

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