Via dalla morsa dell'assistenza, la storia di Rocco

Rocco non ha avuto una vita facile, come tutte le persone che incrociamo all’Orto a Muzzano, l’azienda agricola a carattere sociale che festeggia 25 anni di vita. Sguardo timido e corpo minuto, questo sessantunenne ticinese che ci fa accomodare nel suo ufficio racconta di non essere mai stato con le mani in mano. Il suo primo lavoro lo ottiene a diciassette anni e da allora non si è più fermato. Non avendo potuto seguire una formazione specifica, si è dato da fare su più fronti: magazziniere, aiuto cucina, sviluppatore di fotografie analogiche. Fino a quando, nel 2014, il suo datore di lavoro gli dà il benservito dopo otto anni di collaborazione. Rocco guarda subito Oltralpe, dove aveva già individuato un’altra opportunità, ma purtroppo una polmonite lo inchioda a letto per due mesi, facendogli perdere l’ultimo treno per una nuova vita professionale. Al giorno d’oggi ritrovarsi disoccupato a 50 anni è come imboccare un binario morto per molti, soprattutto quando non si possono vantare diplomi o specializzazioni. «Forse avessi avuto qualche conoscenza in più…» commenta con quel suo fare schietto.
Una scuola di vita
Iniziano così gli anni dell’assistenza, che lui cerca di vivere senza perdere la speranza. Tre anni fa, la svolta: l’USSI, l’ufficio cantonale del sostegno sociale e dell’inserimento, gli propone uno stage di sei mesi all’Orto. Rocco non ci pensa due volte: tanto più che ha la patente di guida e l’azienda agricola a carattere sociale era in cerca di autisti. I mesi di stage si trasformano in anni di collaborazione, durante i quali Rocco passa nel back office. Molto probabilmente trascorrerà qui il suo ultimo giorno di lavoro prima di andare in pensione. «Sa una cosa? - dice congedandosi - malgrado lo choc di essermi ritrovato a piedi dopo anni di lavoro, sono felice del mio percorso. Qui all’Orto sono cresciuto tantissimo, anche a livello umano. Per me è stata una gran scuola di vita».
La forza della natura
È proprio questo attaccamento all’impresa sociale a colpire il presidente dell’associazione Orto, Giacinto Colombo. Lui è uno che conosce bene l’azienda: ha seguito il progetto fin dalla sua nascita, quando era soltanto un laboratorio esterno delle strutture carcerarie, poi si sono aggiunte le persone in assistenza come Rocco.
«Ciò che ci fa capire l’interesse e l’importanza di questo progetto è proprio questo attaccamento alla struttura che riscontriamo nelle persone alle quali offriamo un lavoro nei nostri orti» spiega il presidente. «Bisogna sapere che gli utenti, carcerati a fine pena ma soprattutto persone in assistenza, arrivano qui completamente disorientati. Alcuni impauriti, altri arrabbiati. La prima fase di adattamento è dura per tutti. Lo sbalzo di temperature nei nostri ventimila metri quadrati di serre dove devono lavorare, è notevole. Dopo la gran fatica, subentra però la soddisfazione. È come se la natura mettesse d’accordo tutti. Alla fine le persone si sentono meglio di prima, per questo provano un senso di gratitudine nei confronti di chi ha ridato loro una chance di tornare professionalmente attivi; tutto ciò ci stimola a proseguire».
Tra casi persi e rientri riusciti
Avere un impiego è fondamentale per l’integrazione di una persona nella società «e qui da noi la gente ha la possibilità di lavorare invece di affrontare il vuoto di una giornata in casa». Il compenso previsto per l’attività presso l’azienda sociale è di trecento franchi al mese, una cifra che si somma alla rendita per chi è in assistenza. Ma quale è l’identikit di chi bussa la porta all’Orto? Il presidente Colombo individua quattro grandi categorie di persone: ci sono i cosiddetti «casi persi», giovani dal percorso disastrato alle spalle per i quali, purtroppo, è difficile trovare un’alternativa al sostegno sociale continuativo; ci sono poi individui che si ritrovano in assistenza a causa di un incidente di percorso: per loro il futuro è più roseo perché riescono a rientrare nel mercato del lavoro grazie alle loro potenzialità. Ci sono gli anziani come Rocco, per i quali il lavoro all’Orto rappresenta un ponte per portarli al pensionamento. «Infine - annota Colombo - c’è una categoria di mezzo: persone che hanno competenze e capacità professionali ma che non riescono a trovare un lavoro per il loro modo di concepire la vita».
L’alternativa all’assistenza
Per aiutare questa categoria di persone, l’associazione sta lavorando a un progetto importante: trasformare l’Orto in un vero e proprio datore di lavoro, che opera però in un mercato protetto.
«Stiamo lavorando con un gruppo di ricercatori della Suspi per capire come sviluppare questo discorso», spiega Colombo, secondo il quale sarebbe importante offrire un’alternativa all’attuale sistema sociale, perché «o decidiamo di mantenere per sempre le persone in assistenza, oppure cerchiamo nuove vie come quella che vorremmo introdurre qui. Per il Cantone rappresenterebbe un risparmio, mentre per gli utenti, una nuova partenza».
Funghi dal fondo del caffè
L’associazione ha un contratto di prestazione con lo Stato: da un lato con il DSS, il Dipartimento della Sanità e della Socialità, dall’altro con il DI, il dipartimento delle Istituzioni «per i pochi detenuti a fine pena che impieghiamo qui». Questi due contratti rappresentano il trentacinque/quaranta per cento del fabbisogno «il resto lo ricaviamo dalla nostra attività». Ogni anno l’Orto vende settanta tonnellate di prodotti orticoli. Sia alla grande distribuzione, sia nei punti di vendita diretta organizzati in sette comuni ticinesi attraverso la piattaforma aspOrto, che consente inoltre di ordinare direttamente on line cassette di verdure fresche. C’è poi
«Funghi espresso Ticino», un progetto in fase di realizzazione che utilizza i fondi di caffé provenienti da ristoranti e bar ticinesi per creare il substrato per la coltivazione dei miceti. L’obiettivo è sempre lo stesso: offrire e diversificare le opportunità di lavoro per le persone in difficoltà. «Ognuno ha la propria storia, i propri guai, ma tutti hanno la stessa preoccupazione: quella di trovare un’occupazione e noi ce la mettiamo tutta per garantire loro una nuova chance», termina Colombo.
