L'analisi internazionale

L’espansione del jihad nel cuore dell’Africa dimenticata

Tra golpe, mercenari e ritirata occidentale, i qaedisti del JNIM stanno consolidando la loro influenza nel Sahel
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Guido Olimpio
28.06.2026 21:00

Uno degli ultimi report dell’intelligence americana indica il continente africano come una delle aree più rischiose sotto il profilo terroristico. Un monito legato soprattutto a quanto avviene da mesi nel Sahel, la fascia centrale dove sono costantemente all’offensiva i qaedisti del JNIM, i ribelli tuareg e lo Stato Islamico.

Pochi giorni fa i militanti del JNIM hanno condotto un’incursione a Niamey, la capitale del Niger, colpita un’area vicina all’aeroporto. Un settore che ospita, tra gli altri, i consiglieri russi e una base dell’esercito italiano che assicura il training alle forze locali.

L’attacco è una ripetizione su scala minore di quanto è avvenuto in Mali, all’inizio della primavera, con un’offensiva ampia condotta nella zona nord del paese sempre da JNIM e dai tuareg del Fronte Awazad in lotta per l’indipendenza. Le due componenti, unite da ragioni tattiche, hanno inflitto pesanti perdite ai governativi e costretto alla ritirata le truppe schierate dal Cremlino: in un paio di occasioni i russi sono dovuto scendere a patti con il nemico per evitare di essere sopraffatti.

La ribellione guidata dal JNIM e sostenuta dai separatisti ha accentuato la manovra per isolare la capitale Bamako. Un obiettivo determinato dalle condizioni particolari: la città dipende dal flusso di aiuti in arrivo dall’estero (specie il carburante), l’eventuale interruzione della filiera logistica può avere conseguenze profonde per la popolazione.

Il regime ha risposto con raid affidati ai droni e nuovi provvedimenti. Uno è interessante: il divieto di circolazione per moto con cilindrata superiore ai 125 cc, misura allentata da qualche eccezione. Il motivo è di natura militare. I guerriglieri si spostano a bordo di fuoristrada ma soprattutto di motociclette d’origine cinese. Molto robuste, dai costi contenuti, trasportano di solito due elementi e in qualche caso sono dotate di mitragliatrice. I video della propaganda mostrano lunghe colonne di questa insolita quanto efficace «cavalleria della guerra santa».

Quanto alle armi gli insorti si «accontentano» di mortai, mitragliere antiaeree usato in ruolo terrestre, lanciagranate RPG e gli immancabili droni che sganciano bombe. Arsenale normale, però sufficiente a mettere in difficoltà i lealisti. E dopo ogni vittoria i jihadisti tornano nei loro rifugi con un bottino importante, compresi mezzi blindati abbandonati dai governativi.

La crisi può essere riassunta nei seguenti punti. 1) La copertura di Mosca si è rivelata insufficiente. Il Cremlino ha sostituito la Francia come potenza egemone badando soprattutto ai ricavi economici (leggi miniere). E di recente ha accusato sia Parigi che Kiev di aiutare i militanti attraverso mercenari o unità dell’intelligence. 2) JNIM, pur non rinnegando il suo DNA islamista, si ispira alla trasformazione dei ribelli siriani diventati «moderati» (meglio dire pragmatici), nel senso che ha rinunciato ad alcuni aspetti più radicali. 3) Il quadrante geografico è troppo ampio per poter essere controllato con risorse modeste.

Il risultato è quello di un conflitto che si salda ad altri focolai importanti. Lo testimoniano le violenze in Nigeria e gli allarmi negli Stati africani che si affacciano sull’Atlantico. Le spinte insurrezionali, anche se con caratteristiche diverse, hanno sempre maggiore impatto mentre la risposta è insufficiente.

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