Petrolio e gas protagonisti in un copione ancora aperto

Il comparto dell’energia continua a occupare una parte considerevole della scena, con le quotazioni di petrolio e gas naturale che viaggiano ancora a livelli alti. A metà di questa settimana il greggio Brent danzava attorno ai 100 dollari per barile, un prezzo che rappresentava un incremento di circa il 50% rispetto a un anno prima. Quanto al gas, sul mercato TTF di Amsterdam era attorno agli 80 euro per megawattora, con una quotazione di oltre il doppio in rapporto a quella di dodici mesi prima. L’intreccio tra tensioni geopolitiche, guerre, consumi, sta spingendo ancora i prezzi di queste rilevanti materie prime energetiche.
Forniture e stagioni
Sia il petrolio sia il gas naturale risentono molto del conflitto bellico tra USA-Israele e Iran, cha ha portato anche ai blocchi dello Stretto di Hormuz, passaggio importante per il trasporto di quote non secondarie di entrambe queste materie prime. Come andrà, quando finirà, questo ulteriore conflitto in Medio Oriente non si sa, ma si sa molto bene che oltre alle perdite umane, aspetto principale, ci sono anche quelle di carattere economico, comprese quelle legate alle interruzioni delle forniture e agli aumenti dei prezzi. Sul versante del petrolio, a ciò si aggiungono le carenze di raffinazione in varie aree del mondo, che pure contribuiscono all’incremento dei prezzi dei prodotti derivati dal greggio.
Sia il petrolio sia il gas naturale risentono inoltre dei livelli dei consumi estivi e invernali, il secondo soprattutto. L’ondata di caldo in estate ha fatto aumentare i consumi di elettricità per il raffreddamento, con un incremento dell’utilizzo in particolare del gas in molte centrali. Il petrolio ha poi di suo l’ampia domanda legata ai trasporti, attraverso i carburanti. Ma ora già si guarda avanti, agli stoccaggi per il riscaldamento nei mesi invernali, che pure toccano soprattutto il gas naturale. Le strozzature nelle catene di rifornimento chiaramente contribuiscono alle pressioni al rialzo sui prezzi. Schiarite sul piano geopolitico da una parte, stoccaggi sufficienti per l’inverno e per i consumi più in generale dall’altra, potrebbero fermare i rincari; viceversa, peggioramenti geopolitici e approvvigionamenti non sufficienti potrebbero peggiorare il quadro. Il copione è ancora aperto.
L’ascesa del rame
Intanto, nel contesto dei rialzi di molte materie prime, c’è da segnalare anche quello che riguarda un metallo industriale molto rilevante, il rame. Quest’ultimo viene impiegato in una gran numero di settori, tanto da essere spesso descritto come un indicatore dell’andamento economico complessivo. A metà di questa settimana la quotazione del rame al London Metal Exchange era sopra i 14.700 dollari USA per tonnellata, con un incremento di circa il 50% negli ultimi dodici mesi. La corsa del rame si basa su due fattori principali.
Il primo fattore è il livello della produzione mineraria, che per l’intero 2026 rischia di diminuire, per la prima volta dal 2017. Nel primo semestre di quest’anno già c’è stata una riduzione dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tra i motivi del calo ci sono il declino naturale di vecchie miniere, incidenti, eventi climatici estremi. Il secondo fattore è la linea degli USA, che da oltre un anno, in attesa dei dazi definitivi dell’Amministrazione Trump, attirano forniture di rame raffinato da varie parti del mondo. In luglio gli Stati Uniti hanno nuovamente battuto il record di importazioni di rame. In attesa di chiarezza sui dazi americani per il rame raffinato, l’import USA di questo importante metallo è cresciuto, i magazzini statunitensi si sono riempiti e ciò ha pure contribuito all’aumento del prezzo.
