Alvaro Bizzarri: regista per sempre

L’immagine del palazzo in costruzione è sfuocata ma non è un difetto. Perché la cinepresa è dietro il vetro di una finestra. «Sto riprendendo un cantiere, anzi ho iniziato quando ancora c’era l’aula di scuola che è stata abbattuta per far posto alla nuova costruzione». Alvaro Bizzari, il primo operaio italiano in Svizzera che ha preso in mano una telecamera non riesce proprio a fare a meno della cinepresa. Anche a 88 anni. «Quando il documentario sarà finito lo proporrò a chi sta costruendo il palazzo. Per loro avrà sicuramente un valore», dice tra il serio e il faceto, togliendo la telecamera dalla finestra di casa sua a Pistoia.
Una finestra, una cinepresa. In fondo non serve altro per fare cinema, fa intendere Bizzari, che ha appena ricevuto un premio alla carriera al Torino Film Festival. «Un premio che mi ha sopreso, perché non mi aspettavo che sapessero di me, di un cineasta che ha debuttato in Svizzera e ha fatto film in Italia», spiega, prima di rabbuiarsi però subito. Perché il suo Paese gli fa tornare in mente la Rai, la televisione di Stato. «La Rai mi fa arrabbiare, anzi, mi sta proprio antipatica».
Il motivo? «Benché le abbia fatto più volte la corte non ha mai voluto trasmettere un mio film». E sì che un giorno sembrava quasi cosa fatta. Sembrava. «Verso la fine degli anni ‘90 - racconta il regista - ho scritto una lettera alla direzione della Rai, mettendo in copia l’Associazione nazionale autori cinematografici (ANAC). Nella lettera avevo scritto che se non mi avessero risposto entro un tale giorno avrei iniziato a fare lo sciopero della fame davanti alla sede di viale Mazzini a Roma. Il giorno prima del termine sono andato a Roma nella sede dell’ANAC dove in quel momento era in corso una riunione. Incontro Ettore Scola e gli chiedo se avessero ricevuto la mia lettera. Scola chiede alla segretaria che torna poco dopo con la busta ancora chiusa. A quel punto Scola ha preso il microfono e ha detto davanti a tutti: «Dobbiamo impedire a Bizzarri di fare lo sciopero della fame e dobbiamo subito organizzare un contatto immediato con la Rai per prendere in considerazione le sue richieste». Da in fondo alla sala qualcuno ha urlato «Bizzarri fa bene, vengo anche io alla Rai». Era Cesare Zavattini».
Una ferita che brucia ancora
Prima di continuare il racconto, Bizzarri guarda la scrivania che ha di fronte. Non ha bisogno di ricordare perché ogni dettaglio è ben scolpito nella sua mente. «Due giorni dopo sono stato ricevuto dalla direzione della Rai. Avevo portato con me la pellicola del documentario Il rovescio della medaglia. In men che non si dica me lo comprano e filmo in contratto di vendita. Dopo quell’incontro non ne ho più avuti». Nonostante l’acquisto il documentario in questione non è però mai andato in onda. Uno smacco per Bizzarri. Una ferita che brucia ancora nonostante siano passati anni. «Non sono mai andato da Mediaset, né ci andrò mai - precisa - perché la Rai è la televisione del popolo italiano».
Italia a parte, il regista che ha ambientato la maggior parte dei suoi film in Svizzera, dedicandoli ai lavoratori stagionali e alle loro storie drammatiche, è stato invece trasmesso quasi ovunque nel mondo. «In Svizzera è andato su tutti i canali, così come in Germania, e grazie a Pro Helvetia è veramente andato in moltissime nazioni».
L’interesse per i drammi umani
Merito delle storie messe in scena da Bizzarri. «Storie di noi immigrati in Svizzera degli anni ‘60-70 e delle nostre difficoltà. Penso ai figli da nascondere in casa, alle discriminazioni, al sentirsi persone di seconda categoria anche se integrati e lavoratori». Storie drammatiche che hanno inesorabilmente delle desinenze politiche. Perché parlano di stranieri e di accoglienza, di diritti e di civilità. «Anche se io non ho mai inteso fare politica con il cinema. Ho voluto solo raccontare i drammi umani. Le vicessitudini di chi è confrontato con una società a cui non appartiene anche se è integrato». Nascono così pellicole come Il treno del Sud del 1969, il già citato Lo Stagionale del 1972 , e Pagine di vita dell’immigrazione del 1974. Negli anni seguenti nasceranno altri film o documentari per raccontare altre storie. Come Droga - Che fare? del 1998, con cui Bizzari riflette sul dilagare della tossicodipendenza tra i giovani in Svizzera che, in massa, si ritrovano nelle strade delle maggiori città come Berna, Zurigo, Bienne in cerca di una dose. L’ultimo in ordine di tempo è invece il film Tenerezze del 2016 nella quale a emergere è il tema dell’invecchiamento della popolazione.
Pellicole, soprattutto quelle iniziale nate dal nulla. Perché Bizzari non ha studiato cinema, non proviene da una scuola. Ma in Svizzera è stato operaio e venditore. «Perchè a un certo punto ho preso in mano una cinepresa? Semplice - risponde -. Vedevo delle vicessitudini importanti e volevo raccontarle a tutti. Vedere un lavoratore stagionale che vuole nascondere i suoi figli è un dramma non comune. Così mi sono fatto prestare una cinepresa dal mio datore di lavoro e ho iniziato».
Il nuovo film
Molti anni dopo Bizzarri non ha ancora voglia di mollare la cinepresa. Non soltanto per piazzarla davanti a un cantiere. «Avrei voglia di fare un nuovo film - confida il cineasta -. Devo però vedere se la salute me lo consente. Il soggetto o l’oggetto non è così importante. A me piace raccontare semplicemente attraverso la cinepresa». In realtà il regista ha davvero un progetto in mente. «Ho scritto una sceneggiatura su un nucleo familiare composto in prevalenza da uomini. Ci sono un anziano rimasto vedovo e i suoi 5 figli, di cui 4 maschi e una femmina. Lo svolgimento si basa sugli attriti familiari che rischiano di sfociare in tragedia prima di concludersi invece con una grande festa. Il racconto insomma c’è. Ora sono in attesa di sapere se lo voglio fare».
