L'approfondimento

Dall'Islanda al Salento: «Il degrado del paesaggio? Un mix di cambiamento climatico e processi naturali»

Reynisfjara, iconica spiaggia di sabbia nera islandese, è stata cancellata dalle mareggiate – Pochi giorni dopo, il forte maltempo ha distrutto l'arco degli innamorati in Puglia – Due eventi naturali simili, che meritano alcune riflessioni: ne parliamo con Cristian Scapozza, professore in geomorfologia applicata (SUPSI)
© X / @CHSICELAND18
Federica Serrao
25.02.2026 15:30

Reynisfjara, una delle spiagge nere più famose d'Islanda, è stata cancellata, negli scorsi giorni, dalle forti mareggiate. Onde violente, piogge e maremoti, in poche settimane, hanno causato un'erosione «senza precedenti» in uno dei luoghi più visitati della terra del ghiaccio e del fuoco. Oggi, la spiaggia è inaccessibile: le colonne di basalto che, fino al mese scorso, attiravano centinaia di visitatori ogni giorno, sono ora bagnate dall'oceano. 

Solo una manciata di giorni dopo, un altro evento  naturale è finito sotto i riflettori. Il celebre «arco degli innamorati» di Melendugno, in Salento, si è sbriciolato in mare dopo che una forte ondata di maltempo ha colpito la Puglia. Piogge violente e mareggiate hanno cancellato una delle meraviglie naturali più famose del sud Italia. 

Dall'Islanda all'Italia, le immagini di questi luoghi, spazzati via dalla forza della natura, hanno fatto, in poco tempo, il giro dei social media. Ma quello che è accaduto merita alcune riflessioni. Ne abbiamo parlato con Cristian Scapozza, professore in geomorfologia applicata alla SUPSI e responsabile del Centro competenze cambiamento climatico e territorio (CCCT). 

Visioni «limitate» del paesaggio

Quando si verificano eventi naturali come quelli degli ultimi giorni, viene automatico riflettere sul degrado del paesaggio che ci circonda. Come avverte il professor Scapozza, tuttavia, è sbagliato pensare che esista uno «stato originale del paesaggio». «In entrambi i casi, in Islanda e in Salento, parliamo di luoghi che non sono fissati nel tempo». Un discorso che vale per tutti i paesaggi che hanno un rilievo iconico, come i parchi nazionali americani o le nostre montagne, come la regione della Greina, con il suo arco e i suoi pinnacoli di roccia. «Quello che osserviamo è uno stato di disgregazione naturale, quindi di erosione, su dei paesaggi a loro volta creati dall'erosione. In questi casi, agiscono i processi geomorfologici». 

Come sottolinea l'esperto, le persone hanno, molto spesso, una visione del paesaggio legata al proprio trascorso di vita. Visione che, tuttavia, è limitata se confrontata a questi processi che, generalmente, agiscono su tempi più lunghi. «Tendiamo a considerare il paesaggio come uno stato di fatto. Lo stesso succede anche col paesaggio costruito: basti pensare a un centro storico medievale. Dovremmo fissarlo a com'era 500-600 anni fa, oppure pensare che possa aver avuto un'evoluzione?», osserva Scapozza. I luoghi che oggi conosciamo in un certo modo, in altre parole, sono, da sempre, soggetti a cambiamenti. E come sottolinea l'esperto, «quei processi che contribuiscono a creare queste forme iconiche sono gli stessi che, piano piano, le stanno distruggendo». 

Tra cambiamenti climatici e processi naturali

Ma c'è di più. Quando si parla di «distruzione» entra in campo anche un altro aspetto: quello dell'intensità dei processi. «L'effetto antropico ha un ruolo, perché l'aumento di intensità di certi fenomeni legati al cambiamento climatico fa sì che queste forme, magari, avrebbero resistito a un evento di intensità minore ma 100% naturale, rispetto a un evento di intensità maggiore». Come evidenzia l'esperto, forse l'arco degli innamorati in Salento sarebbe crollato comunque, per suo destino naturale. Ma il cambiamento climatico potrebbe averne velocizzato i tempi. 

«Il cambiamento climatico accelera le dinamiche naturali. Senza entrare nella teoria, in fisica sappiamo che ogni grado in più nell'atmosfera permette di contenere circa il 7% di umidità in più. Di conseguenza, abbiamo un'atmosfera più attiva, con più energia». Si tratta di un fenomeno che abbiamo potuto constatare anche in Svizzera negli ultimi decenni: in base alle misurazioni, soprattutto quelle degli eventi di pioggia, negli ultimi decenni si è registrato un aumento di frequenza degli eventi estremi e, soprattutto della loro intensità. Non sorprende, dunque, che più millimetri di pioggia all'ora, così come una velocità maggiore di onde e vento, possano aver determinato gli eventi naturali a cui abbiamo assistito in questi giorni in Islanda e in Italia. «Questa intensità va ad accelerare quei processi naturali che sono all'origine di queste forme, contribuendo ad accelerarne anche la distruzione».

Appare chiaro, dunque, quanto il cambiamento climatico sia un fattore cruciale negli eventi naturali degli ultimi giorni. Come chiarisce l'esperto, però, la questione va analizzata più in profondità. «Osservando gli eventi degli ultimi giorni, come l'erosione della spiaggia islandese o il crollo dell'arco degli innamorati, bisogna ricordare che il clima ha una dinamica di cambiamento di origine antropogenica. Ma non solo: c'è anche un rinforzo dettato dal cambiamento climatico, che fa sì che questi eventi diventino significativamente più intensi». Da un lato, dunque, il riscaldamento globale ha indubbiamente un impatto. Ma, dall'altro, si tratta anche di un processo naturale. «Quello a cui abbiamo assistito è la somma dei due fattori. È importante capire che la questione non va banalizzata, attaccandosi all'idea che sia tutto parte di un processo naturale, per quanto sia vero in parte. Ma non va nemmeno spettacolarizzata, scaricando tutta la colpa sul cambiamento climatico». 

La differenza – evidenzia Scapozza – è che mentre la dinamica naturale non può essere controllata, per i cambiamenti climatici si può intervenire. «Essendone noi, come esseri umani, la causa, potremmo essere anche la soluzione. Fenomeni come quelli di questi giorni potrebbero portare le persone a reagire proattivamente, oppure a rassegnarsi». Ma  come evidenziato anche da MeteoSvizzera presentando i nuovi scenari climatici – per nulla positivi – al Politecnico di Zurigo «ogni decimo di grado conta». «E questo è importante: quasi sicuramente non riusciremo ad arrestare il riscaldamento globale al grado e mezzo. Però tra il grado e mezzo e i due gradi, ogni decimo di grado conterà».