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AMICHE, la storia delle italiane di Bienne raccontata attorno a un tavolo di cucina

Una mostra di fotografie e testi firmata da Iara Vega Linhares e Ariane Tonon racconta quattro donne della prima generazione arrivata nella città bilingue per lavorare nelle orologerie — Amicizie nate nella comunità cattolica italiana, una lingua che resiste da decenni e il ricordo dei cartelli «Vietato ai cani e agli italiani»
Chiara Sozzi
22.09.2026 18:46

La Braderie di Bienne accompagna la città da quasi novant'anni. Nata nel 1936, in piena crisi economica, per riportare vita e commercio nelle strade, è diventata uno degli appuntamenti più attesi dell'anno. Per un fine settimana il centro si chiude al traffico e si riempie di bancarelle, musica e stand gastronomici, accogliendo decine di migliaia di persone. È una festa dal carattere popolare che riflette bene l'identità di Biel/Bienne: una città bilingue costruita nel tempo grazie al lavoro, agli scambi e alla convivenza tra culture diverse.

Ed è proprio durante la Braderie dello scorso giugno che mi trovavo a Bienne per incontrare Iara Vega Linhares. Mentre la città celebrava se stessa, sedute al tavolo del soggiorno di Iara parlavamo di AMICHE: un'altra dimensione della stessa storia, quella delle donne italiane arrivate nel dopoguerra per lavorare nelle fabbriche, delle amicizie nate lontano da casa e di una lingua che continua a unire, l'italiano.

Da un'amicizia nasce un progetto

AMICHE è una mostra di fotografie e testi creata da Iara Vega Linhares e Ariane Tonon. Non nasce come un progetto pianificato, ma come una coincidenza che solo a posteriori appare necessaria. Ariane parla a Iara dell'esistenza di un gruppo di amiche, quello di sua madre: signore che condividono la vita a Bienne da decenni. I racconti di Ariane catturano l'attenzione di Iara e ne accendono la curiosità. Chiede di poterle incontrare. Da quell'incontro, senza un'intenzione iniziale precisa, prende forma qualcosa di inatteso.

Le protagoniste sono Maria G., Maria O., Mirella F. e Muguette T., appartenenti alla prima generazione italiana arrivata a Bienne negli anni successivi all'industrializzazione della Svizzera. Si partiva perché c'era lavoro. A Bienne le grandi orologerie — Rolex, Omega, Bulova — offrivano impiego, così come la micromeccanica legata anche alla produzione di componenti per il cinema e la fotografia. Accanto a questi settori c'era il lavoro manuale, preciso e ripetitivo, spesso silenzioso, di chi ha contribuito in modo concreto allo sviluppo della città.

«Vietato ai cani e agli italiani»

Io, purtroppo, non ho avuto la fortuna di incontrare direttamente le protagoniste di questo racconto. Iara mi ha raccontato che oggi dedicano il loro tempo alle famiglie; io ho accolto le sue parole e mi sono lasciata guidare dai suoi racconti.

Mi spiega che, per loro, la migrazione non è mai stata un gesto eroico, ma una scelta pragmatica. Alcune sono arrivate da sole, altre perché avevano già un punto di riferimento in città. Eppure, se da una parte il racconto mette in luce la forza e il carisma di queste donne, dall'altra resta vivido il ricordo di una città in cui adattarsi significava imparare una nuova lingua, trovare il proprio posto e fare i conti con i cartelli affissi fuori dai ristoranti: «Vietato ai cani e agli italiani».

Un punto di riferimento diventa la comunità cattolica italiana di Bienne. Galeotto fu proprio questo ritrovo religioso. È lì che iniziano le prime conoscenze, i primi scambi di parole, le prime relazioni che con il tempo si consolidano in un caffè in centro, una cena, un viaggio tra amiche. È lì che l'italiano circola liberamente, una lingua parlata e vissuta, attraversata dai dialetti e dagli influssi regionali.

Gli album fotografici come pretesto

Iara mi racconta che AMICHE non si è costruito in uno studio, ma attorno a tavoli di cucina e salotti. Il progetto prende forma attraverso incontri ripetuti. Lei e Ariane si dividono il tempo, fissano appuntamenti con le signore, tornano più volte. Ascoltano. Lasciano spazio. Non cercano una storia già scritta, si fanno guidare dai racconti.

Le conversazioni sono lunghe, senza scaletta. Si parla di fabbrica, di turni, di quartieri, di figli cresciuti tra due lingue. Si aprono album fotografici e le immagini diventano un pretesto per tornare indietro nel tempo, ma anche per leggere il presente. In quelle stanze si parla anche di una città che per cinquant'anni ha vissuto una forte tradizione socialista, di fabbriche che garantivano lavoro stabile, di una comunità italiana che oggi rappresenta circa un quarto della popolazione cittadina.

La lingua italiana attraversa ogni incontro. Non come tema dichiarato, ma come atmosfera costante.

Le canzoni che riattivano la memoria

Quando la mostra viene presentata, le fotografie sono accompagnate dalla musica. Iara prepara una playlist composta da canzoni italiane care alle protagoniste, brani della loro generazione che hanno ascoltato, cantato e ballato. Non è un semplice sottofondo, ma un elemento che riattiva memorie e restituisce un tempo preciso.

Mi racconta che la mostra fisica è stata un momento particolarmente intenso per chi l'ha vissuta e ha potuto riconoscersi in quelle immagini. Molti hanno ritrovato frammenti della propria storia o di quella dei propri genitori. C'è un velo di nostalgia che accompagna tutto il progetto, una nostalgia che non vuole essere malinconica, ma consapevole del tempo trascorso.

Emerge qualcosa di molto concreto: la forza dei legami, la solidità delle amicizie, la continuità di una lingua che ha attraversato decenni senza perdere la propria familiarità.

Mentre la Braderie anima le strade, AMICHE trova il suo spazio lontano dal rumore. Non racconta la città che si mostra, ma quella che si è costruita nel tempo attraverso il coraggio delle donne che l'hanno vissuta, la tenacia delle relazioni e una lingua italiana che continua a circolare, quotidiana e viva.