Elisabeth Scherffig: «La metamorfosi delle cose è il senso della vita»

Nell’ultima parte dei Sepolcri, Ugo Foscolo guarda alle rovine di Troia, distrutta e ricostruita più volte eppure capace di sopravvivere alla propria fine. È un’immagine lontana più di due secoli dal lavoro di Elisabeth Scherffig, artista tedesca nata a Düsseldorf nel 1949 e trasferitasi a Milano nel 1971, che da quasi cinquant’anni osserva città, cantieri, rovine e natura cercando le tracce della loro trasformazione. Entrando nelle sale della Fondazione Ghisla di Locarno l’associazione viene spontanea: nei suoi disegni una rovina non rappresenta necessariamente una fine, così come un cantiere non è soltanto un inizio. Sono piuttosto due momenti di uno stesso processo, punti provvisori di qualcosa che continua a cambiare.
«Il tempo è uno dei fattori più importanti del mio lavoro. Guardo il passato, il presente e immagino anche il futuro». Quando le si propone il parallelo con la Troia foscoliana, Scherffig lo riconduce immediatamente alla propria ricerca. «In primavera ho esposto due grandissimi disegni dedicati a due città. Una era Beirut e l’altra Essen, in Germania, distrutta dopo la guerra, dove c’erano le acciaierie Krupp. Beirut è stata distrutta più volte e ora è nuovamente ferita. Tutto questo ha a che vedere con la storia e con la capacità degli uomini di ricominciare sempre da capo».

È attorno a questo continuo divenire che nasce Promenade - La misura del circostante, personale curata da Angela Madesani, che sarà inaugurata oggi alle 17.30 nello spazio espositivo di via Ciseri e resterà aperta fino al 6 gennaio. Cinque sale e il corridoio raccolgono opere appartenenti a circa cinquant’anni di ricerca: una piccola ma densa antologica e, per Scherffig, la possibilità non tanto di costruire una cronologia quanto di mettere in relazione lavori lontani nel tempo.
«È la prima volta che ho così tanto spazio a disposizione», racconta. L’invito è nato dopo una visita nel suo studio dei fondatori della Ghisla, accompagnati dalla curatrice. «Il mio studio è molto piccolo e hanno visto soltanto una parte del lavoro, però evidentemente è piaciuto. Quando mi hanno dato cinque sale ho pensato subito a come collegare lavori diversi e trovare un filo conduttore».
Quel filo è diventato Promenade. «Un passeggiare, un lento muoversi. Non è un viaggio, è un processo più lento». E il sottotitolo, La misura del circostante, chiarisce ancora meglio il principio che guida il suo sguardo. Scherffig cammina e osserva, ma raramente si concentra su ciò che sta al centro della scena. «Guardo spesso cose che possono sembrare non tanto importanti: una parte di una rovina, qualcosa in costruzione, un elemento della natura. È uno sguardo laterale, quasi da archeologo».

Cantieri, demolizioni, cave, vigneti, piante, detriti: il soggetto conta soprattutto per ciò che può raccontare della trasformazione. «Mi interessa moltissimo guardare nel cantiere. Lì vedo qualcosa in divenire. Le rovine sono invece qualcosa di cui non si sa se raccontino soltanto ciò che è stato o contengano già la premonizione di una futura costruzione». Lo stesso accade nella natura. «Non racconto fiori o frutti. Trovo interessante la struttura, l’intreccio di una vigna, oppure una pianta attorcigliata da qualcosa che la stringe». Sono elementi marginali ai quali lo sguardo dell’artista finisce per attribuire «una nuova dignità».
Questa tensione tra ciò che una cosa è e ciò che potrebbe diventare passa anche attraverso la tecnica. Il disegno rimane il mezzo privilegiato di Scherffig: prima la china e il pennino, poi soprattutto il pastello, accanto negli anni ad acciaio inciso e perforato, porcellane, bassorilievi e installazioni con sete ricamate. Materiali diversi nei quali continua però a tornare un elemento: il segno. «Anche quando c’è l’incisione rimane il segno. E nelle sete ricamate alla fine c’è ancora il filo: è sempre il segno che domina il mio lavoro».

Nei pastelli quel segno non procede mai perfettamente diritto. È frammentato, interrotto, vibrante. «È come se volessi guardare sotto la pelle delle cose che racconto. Da vicino si viene quasi risucchiati da questo vibrare dei segni e non si capisce neanche che cos’è. Poi, man mano che ci si allontana, qualcosa diventa leggibile». La distanza modifica quindi l’opera e la sua percezione, ma il disegno modifica anche lo sguardo di chi lo realizza. «Per me è quasi una forma di conoscenza. Disegnando comprendo meglio le cose, non soltanto in superficie. È un po’ come avere uno sguardo a infrarossi».

Dietro questa attrazione per ciò che cambia affiora anche una memoria molto personale. Scherffig appartiene alla prima generazione tedesca cresciuta tra le macerie della Seconda guerra mondiale. È nata alla fine del 1949 in una Düsseldorf che portava ancora fisicamente le ferite dei bombardamenti.
«Ho ricordi d’infanzia di case ancora in rovina. Avevo una compagna di classe che viveva nella parte sotterranea di una casa completamente distrutta. A noi bambini era vietato andare in certi luoghi perché c’erano ancora frammenti della guerra e poteva essere pericoloso. Però naturalmente ci andavamo lo stesso, perché trovavamo cose strane». Immagini assorbite quando era troppo piccola per comprenderne davvero il significato, ma rimaste nello sguardo. «Naturalmente da bambina non ne ero consapevole, però ricordo quanto Düsseldorf fosse stata toccata dalla guerra».
La città delle rovine è poi diventata una città industriale e infine uno dei centri più ricchi e scintillanti della Germania contemporanea. Quasi una dimostrazione, su scala urbana, di quella stratificazione temporale che Scherffig continua a cercare nei suoi soggetti. Non per nostalgia di ciò che è scomparso. E neppure per una fascinazione romantica verso le macerie.
«Il mio è uno sguardo molto analitico, però c’è anche dell’ottimismo. Colgo sempre la bellezza del nuovo. Mi incuriosisce. Magari non sempre mi piace, ma trovo che sia anche il senso della vita: questa trasformazione, questa metamorfosi delle cose».

E forse è proprio qui che la Troia di Foscolo torna a incontrare la Düsseldorf di Scherffig, passando per Beirut, Essen e per gli anonimi cantieri osservati durante le sue passeggiate. Non nell’idea che ciò che viene dopo sia necessariamente migliore, ma nella consapevolezza che niente rimanga definitivamente fermo.
Anche per questo l’artista non pretende di consegnare al visitatore una lettura univoca delle sue opere. Anzi, le interessa ciò che accade quando il suo sguardo smette di essere il solo possibile. «Spesso le persone vedono delle cose che io non vedo affatto e questo è interessante». Un grande lavoro può diventare per qualcuno un paesaggio innevato, anche se ciò che Scherffig aveva rappresentato era tutt’altro. Non è un errore da correggere, ma un’altra possibilità dell’immagine.
«Mi piacerebbe che chi viene percepisse proprio questa passeggiata e potesse anche dire: «Questo non mi piace tanto, però questo, cavolo, non è male»». Senza obblighi e senza una mappa prestabilita. «Credo che sia una mostra dove ognuno può trovare qualcosa nella quale riconoscersi».
