Giovanni Anselmo, la prima volta in Ticino nel segno dell’invisibile

Spegnere il telefono per mezz’ora e concedersi il lusso di guardare. La mostra dedicata a Giovanni Anselmo alla Repetto Gallery di Lugano sembra richiedere soprattutto questo. Poche opere, nessun colore a distrarre lo sguardo, molto silenzio. Più che una visita, un percorso quasi meditativo, nel quale fermarsi davanti a ogni lavoro e lasciare che siano materia, luce, gravità e spazio a suggerire una direzione.

Dal 19 settembre al 18 dicembre, la galleria presenta la prima personale nella Svizzera italiana di uno dei grandi protagonisti dell’Arte Povera. Nato a Borgofranco d’Ivrea nel 1934 e morto a Torino nel 2023, Anselmo fu tra gli artisti raccolti da Germano Celant attorno a un movimento che, dalla fine degli anni Sessanta, mise in discussione forme e materiali tradizionali dell’arte. Le otto opere esposte ripercorrono alcuni nuclei fondamentali della sua ricerca: gravità, magnetismo, equilibrio, tempo, spazio e le forze invisibili che governano la natura e la nostra esperienza.

«Siamo fieri di poter proporre una personale di Giovanni Anselmo», racconta Carlo Repetto, che dal 1985 dirige la galleria di famiglia occupandosi in particolare del versante commerciale e del mercato dell’arte. L’esposizione inaugura anche un nuovo capitolo: «Apre quello che per noi sarà un ciclo sugli artisti dell’Arte Povera. Dopo Fontana e Melotti, che consideriamo in qualche modo gli ispiratori di quel mondo, e dopo avere alternato giovani e maestri come Morandi e De Chirico, arriviamo finalmente a questo progetto». Cominciare proprio dal maestro piemontese non è casuale: «È probabilmente l’artista che più ha ispirato e influenzato alcuni dei giovani con cui lavoriamo da anni».

L’allestimento segue questa ricerca senza trasformarla in una successione cronologica. Le opere diventano piuttosto «stazioni» di un viaggio dentro il pensiero dell’artista. «Si entra nella sua filosofia e nel suo spirito. Davanti a ogni lavoro bisogna soffermarsi, guardarlo, farsi ispirare ed entrare in sintonia. Sono poche opere, non c’è colore: tutto è basato sul rapporto silenzioso tra il visitatore e ciò che ha davanti». Un percorso nel quale una linea può suggerire la continuità della Terra e un particolare rimandare a ciò che prosegue oltre i limiti dello sguardo.

Un silenzio nel quale la natura prende il posto dell’autore. Il protagonista dell’Arte Povera non cerca di dominarla, ma predispone le condizioni perché possa manifestarsi. «Ha fatto dell’energia in senso assoluto la matrice delle sue opere. La gravità, la luce, la linea dell’orizzonte, la terra sono gli elementi naturali attraverso i quali, senza contaminarli, ha realizzato alcuni dei suoi lavori più significativi». Emblematica Mentre la terra si orienta: un tappeto di terra e un ago magnetico rendono percepibile l’orientamento verso nord e una forza costantemente presente ma invisibile.

Quella generazione, osserva il gallerista, ha lasciato un segno profondo nell’arte italiana. «L’Arte Povera non era un gruppo di artisti che lavoravano contaminandosi l’uno con l’altro. Ognuno aveva un’identità fortissima: condividevano un pensiero, ma realizzavano opere completamente differenti. Sono stati probabilmente gli artisti che hanno maggiormente influenzato le generazioni successive che hanno scelto di lavorare con il pensiero, anziché dipingere in senso tradizionale».

È anche per contrasto con il presente che questa ricerca conserva la propria forza. «L’avvento dei social e del consumo breve, dove tutto finisce in trenta secondi o in un minuto, ci sta distraendo dalle forme d’arte che invece spingono a pensare, riflettere, meditare. E vale per le arti visive come per il cinema o la musica».

Qui accade il contrario: tutto invita a rallentare. E allora mettere via lo smartphone diventa quasi parte della visita. «Lo porrei come una condizione ai visitatori», sorride Repetto. «Le cose profonde, quelle che contengono un messaggio vero, hanno bisogno di tempo e concentrazione. Se siamo distratti, viene meno anche l’emozione che possiamo ricevere da una mostra. Bisogna confrontarsi per venti minuti, per mezz’ora, con ciò che abbiamo davanti, cercando di percepire il messaggio che l’artista ha voluto comunicare».

