Il creatore di Rat-Man e quell'amicizia con Alain Scherrer: «Un vero amico, a casa sua è nato 299+1»

«Fletto i muscoli e sono nel vuoto». Da Rat-Man a Magister del Comicon di Napoli, Leo Ortolani resta fedele alla sua legge più semplice: prendere l’epica, guardarla da sotto, farla inciampare e poi scoprire che, proprio lì, c’è qualcosa di umano.
Dalla fiera napoletana dedicata al fumetto – chiusa da pochi giorni con 183.000 visitatori, oltre 480 ospiti e più di 650 eventi – quel principio si è trovato immerso in una dimensione diversa. Non tanto per il ruolo, quanto per il contesto: un festival ormai stabilmente tra i principali in Europa per dimensioni e proposta culturale, con un pubblico giovane, trasversale e sempre più centrale nel racconto della cultura pop contemporanea. «È un bel riconoscimento, senz’altro – racconta al Corriere del Ticino – poi si capisce che per fare il Magister bisogna continuare a fare quello che si è sempre fatto. A quel punto tutto diventa più semplice: si seguono gli incontri, si firmano copie, si parla con le persone. È una continuità, più che un cambiamento».

Dentro questa cornice, il ruolo si allarga anche a una responsabilità meno visibile ma più concreta. «Quando viene data una voce, anche piccola, è difficile ignorare quello che succede intorno – spiega Ortolani -. E quello che sta accadendo a Gaza è qualcosa che entra inevitabilmente anche nel modo di guardare e raccontare le cose. Non si può fare finta che non esista. Non si tratta di trasformare ogni storia in un messaggio diretto. Però esiste una sensibilità che cambia, che si porta dietro quello che si vede. Ci si abitua troppo facilmente all’orrore, e questo è pericoloso».
Una tensione che riguarda direttamente il suo lavoro: da una parte l’empatia verso ciò che accade, dall’altra la necessità di continuare a costruire storie che facciano anche ridere. «Non è una contraddizione, ma un equilibrio difficile. Da un lato si percepisce il peso di certe immagini, dall’altro si continua a fare un mestiere che passa anche attraverso l’ironia. Il punto è non usare la leggerezza per coprire, ma per rendere sopportabile quello che altrimenti sarebbe solo insostenibile. E forse è per questo che sorridere diventa fondamentare: non come fuga, ma come modo per restare dentro anche alle cose più difficili senza esserne schiacciati».
È un equilibrio che attraversa tutta la sua produzione e che trova una forma concreta nella mostra “Leologia. Stratigrafia di un fumettista”, uno dei fulcri di questa edizione. Il titolo richiama la sua formazione da geologo, spesso trasformata in materia comica nelle sue vignette, ma qui diventa struttura narrativa. «L’idea è di Matteo Stefanelli. Il concetto degli strati è sembrato subito adatto. Anche perché finalmente i miei studi servono a qualcosa. Ogni percorso è fatto di livelli che si accumulano nel tempo. Più si scava, più emergono elementi che spiegano quello che è venuto dopo».
Il percorso non seleziona solo il “meglio”, ma restituisce una continuità, comprese le prove acerbe. «Sono presenti anche lavori molto vecchi, fatti agli inizi. Alcuni, presi da soli, possono sembrare fragili, per non dire inguardabili. Ma inseriti nel contesto mostrano già elementi che torneranno: il ritmo, l’umorismo, il modo di costruire le storie».
Tra questi strati, uno resta inevitabilmente dominante: Rat-Man. Non solo una serie di successo, ma un riferimento generazionale, capace di costruire una comunità di lettori e di entrare nel linguaggio del fumetto italiano. «Rat-Man nasce da un personaggio molto semplice, già presente negli anni Settanta. Nell’89 arrivano le orecchie, anche sull’onda del ritorno dei supereroi. Poi negli anni Novanta prende forma una serie che inizialmente è parodia, ma che si sviluppa progressivamente con storie lunghe, personaggi sempre più profondi, una continuità narrativa. A un certo punto il fumetto diventa qualcosa che esiste anche oltre la battuta».
Proprio questa evoluzione rende complesso il distacco. «Negli ultimi anni si è creato un automatismo: Rat-Man compariva anche dove non era necessario. Nei lavori con l’Agenzia Spaziale Italiana, nelle parodie, nelle miniserie. A un certo punto è diventato evidente che serviva uno spostamento. L’idea è che le storie possano essere riconosciute anche senza il personaggio. La maschera resta, ma non è più l’unico centro».
E sono restate anche in Ortolani? «Le maschere non spariscono mai davvero. Cambiano. Tutti ne hanno, in forme diverse. Anche nel racconto: si sceglie sempre un modo per mostrarsi, che non coincide mai completamente con quello che si è».

Questo passaggio si riflette nei lavori più recenti. “La conjura del male”, presentata a Napoli, rilegge l’immaginario horror contemporaneo, mentre “Tapum” affronta la guerra e la memoria. «Il punto di partenza è spesso qualcosa di noto, legato al cinema o all’immaginario collettivo. Ma interessa la rielaborazione, non la riproduzione. Anche nei racconti più duri esistono momenti di alleggerimento. Non è una contraddizione, ma una necessità. Nei drammi più grandi ci sono sempre momenti in cui l’essere umano prova a respirare».
Lo stesso equilibrio si ritrova in “299+1”, una delle opere più amate di Ortolani, che nasce da un episodio preciso legato al Ticino. «L’idea prende forma a casa di Alain Scherrer, a Locarno, durante una serata tra amici. Tra una cena e un bicchiere di vino, e tante risate, siamo stati ore a parlare e mi sono fermato a dormire da lui. A un certo punto è comparso “300” di Frank Miller, e me lo sono letto durante la notte. L’impatto è stato immediato».
Quella sera, ricorda, non c’era ancora un progetto editoriale, ma un’intuizione grafica e comica. «È stato fatto un disegno di uno spartano che resta indietro, quasi fuori tempo rispetto agli altri. Una battuta semplice, e il titolo già scritto: 299+1. È nato così».
Il contesto, però, conta quanto l’idea. «A Locarno si sono create nel tempo situazioni simili, legate anche al festival ma non solo: ci si ritrovava, si parlava, le giornate si allungavano. Alain è una persona estremamente accogliente, capace di creare un clima in cui le idee circolano senza forzature. E poi è una persona gentilissima, pensate che a volte mi ha aperto la portiera dell’auto! Allo stesso tempo mi diverte il contrasto con che la sua anima rock, legata alle serate di Vasco jam, dove canta meglio di Vasco. Forse è per questo che c’è sintonia: non c’è solo il fumetto, ma un intreccio di passioni, cinema, musica e voglia di confrontarsi».
Rispetto ad altre parodie, in 299+1 cambia l’approccio. «C’è stato il tentativo di restare molto aderenti all’originale, anche nella costruzione delle tavole e nel ritmo visivo. Ma inevitabilmente emerge uno scarto, perché cambia lo sguardo. Il segno di Miller è durissimo, netto, quasi senza grigi. Quello sguardo non poteva essere replicato davvero, perché appartiene anche a un carattere». Il punto si concentra nel personaggio di Skrotos. «Non è un eroe classico. Non ha piena consapevolezza di quello che accade. Si allontana, poi torna. Ed è lì che la storia si sposta».
È una linea che attraversa tutta la sua produzione: cercare il centro dove di solito si guarda meno. «Anche nelle storie più grandi esiste sempre qualcuno che resta indietro. È lì che spesso si trova la parte più interessante».

E quando si guarda alla scrittura contemporanea, emerge una criticità. «Si tende a spiegare tutto, a motivare ogni elemento. Questo riduce lo spazio dell’immaginazione. In passato esistevano zone non dette che facevano parte del racconto. Oggi si tende a eliminarle, come se il pubblico non fosse in grado di colmarle».
Il discorso si richiude, tornando al punto di partenza. «Dentro la leggerezza resta sempre una componente di speranza. Anche quando si racconta una caduta, deve esistere la possibilità di rialzarsi. Senza quella, non rimane molto. Di essere nel vuoto magari, ma flettendo i muscoli».
