Cultura

Il «nonno» di Goku si racconta: «Una leggenda si costruisce, ma non volevo diventasse adulto»

Abbiamo incontrato Kazuhiko Torishima al COMICON di Napoli: il leggendario editor che ha plasmato Toriyama racconta i retroscena di Dragon Ball, le centinaia di tavole rifiutate e la scelta dello staff dei Cavalieri dello Zodiaco
Mattia Sacchi
25.05.2026 06:00

Non capita spesso di trovarsi davanti a una persona che ha cambiato un'intera industria senza aver mai disegnato una tavola e senza essere nemmeno un grande appassionato di manga. E forse è proprio questo il paradosso più interessante di Kazuhiko Torishima: milioni di persone conoscono Goku, Arale, Dragon Quest o alcuni dei meccanismi che hanno trasformato il manga in un fenomeno globale, ma pochi conoscono davvero l’uomo che, dietro le quinte, ha contribuito a costruirli.

La sua presenza al COMICON di Napoli aveva qualcosa di eccezionale. In Europa le sue apparizioni si contano e quella italiana rappresentava un'occasione quasi irripetibile. Ancora più particolare, per il Corriere del Ticino, la possibilità di partecipare a una vera e propria masterclass esclusiva destinata a un ristretto gruppo di giornalisti: quasi due ore di confronto diretto, lontano dal palco principale, durante le quali lo storico editor di Weekly Shōnen Jump ha raccontato non soltanto alcuni retroscena di Dragon Ball, ma soprattutto il proprio modo di leggere il mondo, i lettori e il futuro dei manga.

Perché ascoltare Torishima significa capire rapidamente una cosa: lui parla di manga molto meno come fumetti e molto più come persone.

«Gli autori disegnano qualcosa che nasce dentro di loro, ma molto spesso questo non basta. Noi lavoravamo per una rivista destinata a bambini delle elementari e ragazzi delle medie, mentre gli autori avevano venticinque o trent'anni. Si crea inevitabilmente una distanza e il nostro lavoro era diventare un ponte tra chi crea e chi legge. Non ci limitavamo a chiedere quali storie piacessero di più. Volevamo capire come vivevano: quanta paghetta avessero, a che ora andassero a dormire, quanti amici avessero. Perché se i bambini comprendono qualcosa allora anche gli adulti riusciranno a comprenderla. Il contrario molto spesso non accade».

Dietro quella che sembra una frase semplice c’è in realtà uno dei sistemi editoriali più influenti della storia del fumetto giapponese. Per decenni Weekly Shōnen Jump ha raccolto dati, statistiche e feedback dei lettori. Ma, spiega Torishima, il problema nasce quando i numeri smettono di essere uno strumento e diventano una religione.

«I dati raccontano il passato e il presente. Ma se ci basiamo soltanto sui dati possiamo soltanto ricreare qualcosa che esiste già. Oggi vedo editor e autori che guardano numeri e statistiche con troppa attenzione e finiscono per non rischiare più. Ma se vuoi creare qualcosa di nuovo devi osservare, fare ricerca e poi a un certo punto buttare via i dati. Un editor che riesce ad avere successo nel 30% dei casi viene considerato un genio. Il restante 70% sono fallimenti. Ma è proprio quel 70% a rendere possibile il 30%».

È una filosofia che, in fondo, spiega anche il rapporto con Akira Toriyama. Perché nella narrazione comune esiste l’idea romantica del genio solitario, dell’autore che crea un capolavoro quasi per magia. Torishima racconta invece qualcosa di molto diverso.

«Quando l'ho incontrato per la prima volta non pensavo che sarebbe diventato una leggenda. Era un illustratore molto bravo, ma non era ancora un mangaka. Ho continuato a fargli rifare tavole, a correggere, a spingerlo in direzioni diverse. Se lo avessi lasciato completamente libero probabilmente avrebbe continuato a disegnare personaggi adulti, anche perché era pigrissimo e sono più semplici da creare. Il talento non nasce già completo. Per un anno e mezzo ha continuato a produrre materiale e io continuavo a dirgli di no. Centinaia di pagine sono finite scartate. Ma è proprio questo il processo: una leggenda non nasce leggenda. Cresce attraverso errori, tentativi, rifiuti e miglioramenti continui».

Parlando di Dragon Ball emergono poi alcuni dei retroscena più sorprendenti. Oggi è quasi impossibile immaginare che l’opera non sia esplosa immediatamente.

«All'inizio Dragon Ball non stava andando come ci aspettavamo. La situazione cambiò quando arrivarono i tornei e quando la struttura iniziò a concentrarsi maggiormente sui combattimenti e sulla crescita del protagonista. Persino quando Toriyama mi disse che voleva far crescere Goku io ero contrario. Avevo paura di cambiare qualcosa che stava funzionando. Ma lui mi disse: «Se Goku resta bambino non riuscirò più a disegnare combattimenti dinamici». Mi spiegò che nelle scene d'azione lo stava già disegnando con proporzioni differenti, con una testa più piccola e un corpo più allungato. Mi accorsi che aveva ragione».

L’altro passaggio fondamentale riguarda invece l’anime. Dopo il successo di Dr. Slump, parte dello staff aveva mantenuto un approccio molto vicino a quello della serie precedente.

«Continuavo a dire che non si poteva trattare Dragon Ball come Dr. Slump. Bastava leggere il manga per capirlo. Dragon Ball era diventato qualcosa di diverso. Le scene d'azione avevano bisogno di un altro peso, di un'altra intensità, di un'altra velocità. Così mi sono chiesto chi fosse il migliore nel rappresentare i combattimenti animati e la risposta era chiara. Guardando Saint Seiya si percepiva immediatamente una differenza: nei combattimenti c'era più peso, più intensità nei movimenti e nelle espressioni. Per questo decidemmo di coinvolgere direttamente il regista Kōzō Morishita e lo sceneggiatore Takao Koyama, che stavano lavorando ai Cavalieri dello Zodiaco, per portare quel tipo di dinamismo anche dentro Dragon Ball. La velocità non nasce dal fare tutto rapidamente. Nasce dal contrasto tra una pausa e un'accelerazione improvvisa. È quello che il cervello umano percepisce come dinamismo».

Nel corso della masterclass il discorso si allarga anche ad altri fenomeni della cultura pop giapponese. Torishima cita rapidamente anche Captain Tsubasa, il nostro Holly e Benji, spiegando come il successo non nasca necessariamente dalla storia in sé, ma dalla capacità di creare una connessione immediata con chi legge.

«Un bambino va a scuola, ha amici, gioca a calcio. Quando trova qualcosa che riconosce come vicino alla sua realtà entra naturalmente nella storia. Se fosse qualcosa troppo distante non funzionerebbe nello stesso modo».

La sensazione è che la vera lezione di Torishima non riguardi soltanto manga, anime o editoria. Riguardi piuttosto un metodo: osservare le persone prima dei numeri, capire i lettori prima dei mercati, avere il coraggio di cambiare qualcosa anche quando sembra funzionare già.

«Oggi vedo molti professionisti che vogliono essere sicuri di non sbagliare. Ma se fai soltanto cose sicure produci opere che dopo dieci anni nessuno ricorderà. Se vuoi creare qualcosa di veramente innovativo devi sorprendere il lettore senza sorprenderlo troppo: dargli qualcosa che si aspetta ma anche qualcosa che non aveva previsto. È questo equilibrio che crea una grande opera. Se vuoi fare qualcosa di veramente grande, a un certo punto devi smettere di seguire soltanto quello che ti dicono i numeri. Devi avere il coraggio di rischiare».

In questo articolo: