Cultura

L’arte entra al supermercato: tra zuppe lunari e rösti sottovuoto Yuri Catania porta la luna tra le corsie

Con il progetto itinerante «Migros to the Moon», realizzato con il Percento culturale Migros Ticino, dodici filiali del Cantone si trasformano in gallerie interattive: astronauti sui carrelli, prodotti immaginari sugli scaffali e una riflessione ironica sul consumo, sul cibo e sulla meraviglia perduta della quotidianità
Mattia Sacchi
04.05.2026 17:42

Andy Warhol aveva portato i prodotti da supermercato dentro l’arte. Le Brillo Box, le Campbell’s Soup, gli oggetti ordinari trasformati in icone, non erano soltanto un gioco pop: erano un modo per interrogare l’America dei consumi, la televisione, la casa, il tavolo familiare che cambiava forma. Sessant’anni dopo, Yuri Catania prova a ribaltare il movimento. Non più il supermercato che entra nel museo, ma l’arte che entra nel supermercato. Non come decorazione, non come fondale, ma come presenza inattesa tra gli scaffali, i carrelli, le casse, i gesti automatici della spesa.

Il progetto si chiama «Migros to the Moon» ed è realizzato in collaborazione con il Percento culturale Migros Ticino. È un tour in dodici tappe, da Melano fino a S. Antonino, che trasforma alcune filiali Migros del Cantone in spazi espositivi mobili e partecipativi. Il dispositivo è semplice e proprio per questo spiazzante: sagome a grandezza naturale di astronauti, lune e satelliti vengono installate sui carrelli della spesa, muovendosi tra le corsie insieme ai clienti. L’effetto è straniante: chi entra per comprare pane, frutta o detersivi può ritrovarsi davanti un astronauta che sembra fluttuare tra gli scaffali, spinto da un carrello come se l’assenza di gravità fosse entrata per errore nella routine della spesa. L’opera non resta ferma. Per vivere ha bisogno del gesto del cliente, di qualcuno che la spinga, la sposti, la urti, la porti tra frutta, salumi, pasta e surgelati.

«Perché tutto è in vendita, mentalmente parlando», racconta Catania, partendo proprio dal rapporto tra arte, consumo e spazi della quotidianità. «Io venivo dall’esperienza dei musei, e posso solo dire grazie a tutti gli spazi museali che mi hanno ospitato in questi anni. Però il processo all’interno del museo è molto alto e il rischio è che diventi talmente specializzato da non riuscire più ad arrivare alla massa. Io credo che oggi un artista come me debba partire dal basso. La street art nasce dalla strada, fa parte del mio modo di esprimermi. Questa opportunità è nata da un’intervista, quando mi era stato chiesto dove avrei voluto esporre. Io ho risposto: in un supermercato. Quella dichiarazione è arrivata ai vertici del Percento culturale Migros Ticino e loro hanno detto: vogliamo essere noi. Per me è forse il desiderio più grande da artista: andare nei posti dove l’arte non te l’aspetti, ma ti arriva addosso, ti mette subito in discussione, genera meraviglia. Quel sorriso che non va troppo spiegato con un percorso curatoriale e una scheda all’ingresso. Volevo che la gente dicesse: oddio, cosa sta succedendo?».

Il riferimento a Warhol, in questo senso, non è ornamentale. È una genealogia possibile. L'artista di Rovio lo cita come una figura capace di usare l’ironia senza perdere profondità. «Andy Warhol per me è un personaggio di ispirazione. Giocava attraverso l’ironia con persone di grande intelletto, provocando la politica americana con finezza e stile. Non a caso lavorava anche nella moda. Le sue Brillo Box e i suoi barattoli non erano una collaborazione commerciale: voleva dichiarare tutt’altra cosa. Era anche un attacco a quei barattoli, all’America che aveva scelto con la televisione di mangiare cibo in scatola per non perdersi un momento televisivo, perdendo la famiglia del tinello, il parlare davanti alla tavola, il raccontarsi la giornata. Da lì è nato un filone che poi hanno ripreso altri artisti, da Banksy in poi. Anch’io, con la mia Zuppa Lunare, gioco sul mettere tutto in vendita. Alla fine si vende un’idea, come la banana di Cattelan».

Dentro le corsie, infatti, il progetto non si limita agli astronauti sui carrelli. Sugli scaffali compaiono imballaggi immaginari come la Zuppa Lunare. Piccole trappole visive, cortocircuiti pop nascosti nella grammatica quotidiana del consumo. Il cliente non guarda più soltanto il prezzo o la lista della spesa: per un istante deve chiedersi se ciò che ha davanti appartenga al supermercato o a un altro ordine di realtà.

«Il supermercato è il posto più blindato a livello di marketing che esista al mondo», osserva Catania. «Da quando entri a quando esci, tutto è pensato, oggi anche attraverso l’intelligenza artificiale. L’arte, la cultura, il momento non profittevole, non sono pensati nel supermercato. Il fatto che il supermercato stesso si metta in gioco e scelga di dare in mano a un artista questo laboratorio è una cosa molto forte. Non è una mostra tradizionale, è una mostra installativa, e ogni tappa sarà diversa. Succedono cose che vengono raccontate attraverso gli occhi del personale stesso: la cassiera, il commesso, il magazziniere. Stanno già nascendo aneddoti su come si comporta la gente. Sta succedendo qualcosa, si sta rompendo qualcosa nella routine».

È proprio la routine uno dei punti centrali del progetto. Fare la spesa è uno degli atti più ripetuti e meno osservati della vita quotidiana. Si entra, si prende, si paga, si esce. Catania inserisce in questo automatismo una figura fuori scala e fuori luogo: l’astronauta. Un essere associato all’altrove assoluto, alla tecnologia, alla conquista, ma qui costretto a muoversi goffamente tra beni alimentari e prodotti freschi.

«Il pubblico è assopito. È lo stesso che magari non va più a vedere una mostra perché pensa che sia qualcosa di noioso, per cui non è preparato, qualcosa per pochi. Ma l’arte, da Caravaggio agli impressionisti, nasce per tutti, non per un’élite da salotto. L’artista vuole parlare al mondo. Se vuoi fare un torto a un artista, metti un’opera importante dentro un magazzino, perché va preservata, e poi i collezionisti si scambiano il certificato mentre quell’opera nessuno la vede. È l’opposto di quello che cerco. Qui la gente interagisce, urta le sagome, fa quasi gli scontri con questi carrelli installati. Per me oggi l’arte contemporanea è soprattutto il pensiero: non quanto sia virtuosa l’esecuzione, ma che cosa provoca, quale domanda scatena, come ti distrae dalla routine».

Il progetto è anche un atto di fiducia. Perché le opere vengono toccate, spostate, esposte all’imprevisto. Non sono protette dalla distanza museale. Migros, attraverso il Percento culturale, ha accettato di ospitare un intervento non immediatamente controllabile, costruito su una certa quota di rischio.

«Non è una cosa pensata ieri e fatta oggi. Ci sono due anni di lavoro, incontri, pianificazione. La cosa bella del Percento culturale Migros Ticino è stata dire: facciamo qualcosa che non è mai successo, diamo carta bianca a un artista. Abbiamo fatto molte visite con direttori commerciali e responsabili del prodotto per capire lo svolgimento, perché ci sono tanti fattori di rischio e non puoi lasciare tutto al caso. Ma allo stesso tempo c’è stata una modernità di pensiero: perché non possiamo essere un posto dove si porta cultura? Nei centri commerciali l’arte è arrivata da anni, nei foyer, nei corridoi, nei luoghi di passaggio. Dentro le corsie, invece, è un’altra cosa».

La prima tappa è Melano, scelta anche per una ragione biografica: è il supermercato di prossimità dell’artista. Da lì il progetto proseguirà ogni due settimane, toccando Mendrisio Campagna Adorna, Lugano centro, Tesserete, Taverne, Agno, Bellinzona centro, Locarno, Maggia, Bellinzona Nord, Faido e infine S. Antonino. «Abbiamo calcolato quanto potesse durare una mostra installativa di questo tipo. In molti supermercati, soprattutto in Ticino, passano spesso le stesse persone. C’è l’effetto meraviglia, ma la terza volta lo perdi. A quel punto qualcosa che nasce come bello può diventare scomodo, fastidioso. Per questo le due settimane sono un tempo interessante. Mi affascina anche il fatto che il progetto tocchi filiali periferiche, luoghi dove magari non c’è un museo di prossimità. Ogni Migros avrà soggetti diversi, sperimentazioni diverse. Non c’è nemmeno un catalogo chiuso: c’è apertura, fantasia, e il progetto muterà anche in base ai feedback. Sarà una mostra per osmosi».

Accanto alle installazioni mobili, il progetto lascia anche un segno esterno sul territorio. Sulla facciata della Casa comunale di Melano, che ospita la filiale Migros al piano terra, Catania realizza «Moon Flowers Generoso Mission», una grande opera partecipativa di street art gentile con la tecnica del paste-up, utilizzando carta e colla biodegradabili. L’immagine è costruita come una visione sospesa tra paesaggio e immaginario spaziale: una luna gigante, fotografata dall’artista attraverso un telescopio dal giardino del suo atelier a Rovio, si posa idealmente sulla vetta del Monte Generoso, immersa in una costellazione di peonie e dalie dominate dal rosa fucsia, colore della peonia del Generoso, simbolo del Comune di Val Mara. Anche qui il lavoro non nasce come gesto solitario: cittadini, adulti e bambini sono stati invitati a contribuire alle fasi di ritaglio e incollaggio, trasformando la facciata pubblica in un’opera condivisa.

Al primo piano della Casa comunale, in concomitanza con la partenza di «Migros to the Moon», prende forma anche «Yuri in Wonderland», una mostra che permette di leggere il progetto del supermercato dentro un percorso più ampio. È un viaggio tra arte, natura e tecnologia che ripercorre il lavoro sviluppato da Catania da quando risiede a Rovio: dalle fotografie notturne dei fiori scattate nel «giardino segreto» della CasaGalleria.ART con l’uso di una torcia, alle immagini del Monte Generoso in bianco e nero, fino all’inserimento delle figure di astronaute e alle opere sovradipinte con acrilici e olio. Realtà aumentata e illuminazione ultravioletta aggiungono ulteriori livelli di lettura, combinando pittura tradizionale e dimensione digitale. Così Melano diventa, per qualche settimana, una sorta di mappa verticale dell’immaginario di Catania: al piano terra il supermercato attraversato dagli astronauti-carrello, sulla facciata la luna appoggiata al Generoso, al primo piano il racconto più intimo della sua ricerca sul rapporto tra uomo, natura e tecnologia.

«È diventato un mio piccolo parco a tema. C’è il murale, c’è l’inaugurazione sopra e sotto, ma tutto vuole raccontare alla fine l’artista. Quando uno arriva sulla via cantonale a Melano si trova un mondo, un viaggio che parte dal supermercato, passa dal murale e arriva alla mostra. Magari resta un’ora circondato da quella che è la mia visione di questo uomo, e soprattutto di questa donna astronauta, un po’ nella natura e un po’ nello spazio. È una domanda sull’umanità in questo momento: che cosa siamo? Siamo tecnologia pura o siamo ancora natura? Tutto ha un fil rouge, non è fine a se stesso. C’è un dialogo attraverso i fiori, le figure dell’astronauta reinterpretate a più livelli, e tutto nasce dal territorio».

Ma il cuore concettuale resta il cibo. Gli astronauti dell'artista non sono eroi trionfanti: cercano di fare la spesa, osservano prodotti freschi, sembrano misurare la distanza tra la vita terrestre e quella fuori dall’atmosfera. Il riferimento allo spazio diventa così un modo per parlare di ciò che sulla Terra rischiamo di dare per scontato.

«La provocazione nasce dal fatto che gli astronauti, per conservare il cibo, devono mangiare prodotti disidratati o sottovuoto, perché non c’è possibilità di fresco. Anche la frutta arriva raramente, con costi stellari. Bella la vita dell’astronauta, ma poi continui a pensare: quando torno sulla Terra, la prima cosa che farò sarà andare a mangiarmi qualcosa di vero. Fare questo discorso dentro un supermercato era ancora più forte. Non è Migros che ha strumentalizzato l’artista: era la mia idea di mettere in discussione, in modo ironico, la figura che oggi consideriamo tra le più affascinanti, l’astronauta. Che cosa ci rende umani, se non anche il cibo che mangiamo? Il cibo è piacere della vita. Però rischiamo di non vedere più il lavoro dietro uno scaffale, il valore di ciò che troviamo sempre pronto. I bambini magari non sanno più nemmeno che la frutta arriva dagli alberi. La provocazione è questa: rischiamo di diventare tutti astronauti, dando per scontato che ogni cosa sia sempre al suo posto. E il giorno in cui non c’è più, che cosa facciamo?».

L’astronauta, allora, non è soltanto una figura poetica. È uno specchio. Porta nello spazio ordinario del supermercato una domanda molto terrestre: quanto siamo ancora capaci di guardare davvero ciò che abbiamo davanti?

Ma soprattutto, cosa si porterebbe Catania in un'astronave, se dovesse partire per lo spazio? La risposta resta volutamente semplice, quasi domestica. Ed è giusto che sia così, perché tutto il progetto vive in questa tensione tra luna e scaffale, tecnologia e appetito, immaginario cosmico e desiderio elementare. «La pizza, sempre. Magari con la luganighetta, la combinazione perfetta per affrontare qualsiasi avventura».

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