Musica

Liberatore: «Zappa mi ha insegnato a essere libero, non disse che ero il Michelangelo del fumetto ma...»

Dal COMICON Napoli al ricordo di Lezione Ventuno al Locarno Film Festival: il maestro di Ranxerox racconta il rapporto con Frank Zappa, la libertà creativa degli anni di Frigidaire e sfata la leggenda urbana sull’origine di uno dei soprannomi più celebri del fumetto italiano
Mattia Sacchi
16.05.2026 19:01

Prima di Ranxerox, della rivista Frigidaire e dei fumetti che hanno cambiato l’estetica italiana tra anni Settanta e Ottanta, c’era un ragazzo partito da Quadri, provincia di Chieti, con più dischi che tavole disegnate in testa. Il post-punk europeo e il jazz elettrico sono stati per Tanino Liberatore molto più di semplici influenze: quasi una grammatica visiva. Una jam session trasformata in segno.

«La musica è stata fondamentale nel mio percorso artistico», racconta al Comicon Napoli, dove è tornato per presentare Disegni per Lezione Ventuno di Alessandro Baricco, volume che raccoglie le illustrazioni preparatorie realizzate per il film diretto dallo scrittore piemontese e presentato nel 2008 al Locarno Film Festival. «I miei tre grandi riferimenti sono Frank Zappa, Miles Davis e Robert Wyatt. Tutti e tre hanno preso cose da mondi diversi e le hanno trasformate in qualcosa di completamente personale. È quello che ho cercato di fare anch’io nel disegno».

Prima ancora del fumetto, infatti, c’erano le copertine dei dischi realizzate per la RCA. Ed è stata proprio la musica ad aprirgli le porte del gruppo di Cannibale, la rivista underground da cui sarebbe nato un pezzo fondamentale del fumetto contemporaneo italiano. «Quando incontrai Stefano Tamburini, grazie ad Andrea Pazienza, gli portai una cartella con alcuni fumetti ma anche dei ritratti di musicisti come Zappa, Robert Wyatt e David Crosby. Guardò i fumetti abbastanza tranquillamente, poi vide quei musicisti e capì che probabilmente non ero così normale. È grazie alla musica che sono entrato in quel giro».

Da lì sarebbero arrivati Tamburini, Pazienza, Scozzari, Mattioli e poi Frigidaire, rivista che mescolava fumetto, giornalismo, satira, musica e cultura visiva in un modo che allora non esisteva in Italia. «Eravamo veramente diversi. Io forse ero il più accademico, quello che arrivava dal paese. Tamburini era un genio assoluto, Pazienza pure. Nessuno si era messo a tavolino per costruire qualcosa. È successo e basta».

Al Comicon di Napoli, però, Liberatore è stato protagonista di una masterclass sulla sua collaborazione con Baricco per Lezione Ventuno, di cui è uscito recentemente un libro edito da Feltrinelli e che racconta la preparazione per l’omonimo film, un ibrido tra musica, letteratura e cinema che venne proiettato fuori concorso a Locarno nel 2008.

«È stato un progetto particolare anche perché, mea culpa, io Baricco proprio non lo conoscevo», racconta sorridendo. «Mi scrisse una mail perché voleva incontrarmi e parlarmi di un progetto. Incuriosito accettai e ci vedemmo in un bar, dove iniziammo a discutere del film. La cosa che mi intrigò subito era il suo modo di ragionare sulle opere considerate intoccabili».

Al centro c’era Beethoven, ma osservato da una prospettiva insolita. «Lui sosteneva che la Nona fosse sopravvalutata. E aggiungeva che anche la Gioconda fosse sopravvalutata. Non perché non siano capolavori, ma perché spesso ci si dimentica che gli stessi autori hanno fatto anche altro, magari di ancora più straordinario».

Baricco non cercava un semplice illustratore. «Mi disse subito: non voglio qualcuno che esegua indicazioni. Voglio che mi dia idee». Da lì nacque un lavoro che andava ben oltre il bozzetto preparatorio. «Io dovevo lavorare sui volti, sui corpi, sui costumi, sulle scenografie. Comunicavamo spesso per telefono, io stavo a Parigi e gli mandavo continuamente disegni e proposte. Mi sono sentito molto libero».

Nel libro riemerge così un universo parallelo del film. «In fondo è lo stesso lavoro che avevo fatto con Ranxerox o con Lucy: dare corpo a un mondo. Solo che qui quel mondo doveva poi trasformarsi in cinema».

E proprio il cinema, inevitabilmente, cambia le regole del gioco. Lezione Ventuno venne presentato in Piazza Grande a Locarno. «C’ero anch’io, ero stato invitato. E c’era pure Nanni Moretti, che ho conosciuto lì. Non fu un film accolto in maniera entusiastica, anche perché era difficile, molto particolare. Però gli attori erano bravi e l’idea era forte: ho uno splendido ricordo di quei giorni ticinesi, dove ho incontrato tante persone interessanti e ho respirato l’atmosfera di libertà creativa del Pardo, molto simile al mio modo di vivere l’arte».

Rivedendo oggi quell’esperienza, Liberatore riconosce che il passaggio dal disegno al cinema comporta inevitabilmente una trasformazione. «Il fumetto è anche grafica. Quando guardi una tavola non vedi soltanto delle vignette: vedi un insieme, un movimento, un impatto visivo. Anche i volumi diventano narrativi. Questa è una cosa che il cinema non può avere allo stesso modo».

Il suo segno, del resto, è sempre stato profondamente fisico. Corpi enormi, muscoli esasperati, anatomie che sembrano scolpite più che disegnate. «Le mie influenze principali vengono dal Rinascimento: Leonardo, Caravaggio e soprattutto Michelangelo», spiega Liberatore. «La cosa che mi ha sempre colpito è che non seguiva necessariamente l’anatomia reale. Se aveva bisogno di più forza, aggiungeva un muscolo, deformava il corpo. È una cosa che faccio anch’io».

Ed è proprio da lì che nasce uno dei più celebri equivoci legati al suo nome. «Frank Zappa non disse che ero il “Michelangelo del fumetto”. Disse una cosa diversa: che dopo di lui ero il più grande disegnatore italiano. Poi i giornalisti trasformarono tutto nel “Michelangelo del fumetto”».

Con Frank Zappa il rapporto andò ben oltre la collaborazione per la copertina di The Man from Utopia.  «Frank Zappa era uno dei miei miti assoluti. Quando ci incontrammo, dopo che aveva scoperto Ranxerox durante il tour italiano, ero terrorizzato e felicissimo allo stesso tempo. Mi colpì il fatto che fosse esattamente come speravo: curioso, ironico, totalmente libero. Parlammo più di musica che di fumetti e capii subito che prendeva elementi completamente diversi per trasformarli in qualcosa che non apparteneva più a un genere preciso. Mi lasciò una libertà totale anche per la copertina di The Man from Utopia e quella fiducia, detta da uno come lui, per me valeva più di qualsiasi recensione o premio».

Secondo Liberatore, oggi quella libertà sarebbe più difficile da trovare. «Noi non ci siamo mai imposti limiti. Andavamo a ruota libera. Oggi c’è molto più moralismo, molto più controllo. Alcune cose che facevamo allora verrebbero interpretate in maniera completamente diversa».

Eppure, guardando le file di ragazzi al firmacopie di Ranxerox, non sembra esserci nostalgia nelle sue parole. Piuttosto la convinzione che certe opere continuino a vivere proprio perché nate senza strategia. «Bisogna fare quello che si ha davvero voglia di fare. Non partire dall’idea di stupire a tutti i costi. Devi tirare fuori quello che hai dentro. Poi, se lì dentro c’è qualcosa di interessante, verrà fuori da solo».