Fumetti

Supereroe o villain? David Mack e le storie dietro un volto: «Dai una maschera a qualcuno e ti dirà la verità»

Il creatore di Echo per Daredevil e autore di Kabuki David Mack racconta il potere delle maschere, delle emozioni e delle storie più personali; a Napoli, ospite del COMICON, il confine tra ciò che nascondiamo e ciò che finiamo per rivelare torna protagonista
Kabuki by David Mack
Mattia Sacchi
18.06.2026 06:00

A Napoli non servono necessariamente i supereroi per parlare di maschere. Basta Pulcinella. Da secoli la città vive tra volti mostrati e altri nascosti, tra teatro, ironia e identità che si trasformano. E forse proprio per questo il tema sembra un punto di partenza naturale per incontrare David Mack, autore statunitense che negli anni ha costruito uno dei percorsi più personali del fumetto contemporaneo. Creatore di Kabuki, personaggio che segue il viaggio di una donna segnata da violenza, memoria e ricerca di sé, creatore di Echo per Daredevil, artista capace di attraversare fumetto, cinema e illustrazione, Mack ha trasformato il confine tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde nel centro stesso della sua poetica.

«C'è un famoso detto: dai una maschera a qualcuno e ti dirà la verità», racconta al Corriere del Ticino. «Perché se una persona non ha paura di essere vista, allora può sentirsi al sicuro. E quasi permettersi di essere davvero sé stessa».

Una riflessione che inevitabilmente riporta a Kabuki, l'opera che lo ha reso uno degli autori più riconoscibili del fumetto indipendente americano. Una storia che in superficie racconta assassini, identità segrete e percorsi di trasformazione, ma che in realtà, a sentirlo parlare oggi, nascondeva qualcosa di molto più personale.

«Il libro stesso era una sorta di maschera per me. Volevo raccontare una storia molto personale attraverso i fumetti, ma non mi sentivo abbastanza a mio agio da fare qualcosa di autobiografico. Così ho pensato: se trasformo il personaggio in qualcuno di un altro sesso e in un'altra parte del mondo, allora posso raccontare qualcosa di personale senza preoccuparmi che le persone pensino che stia parlando direttamente di me. Speravo che diventasse abbastanza universale da permettere alle persone di rivedere sé stesse nella storia».

A distanza di oltre trent'anni, riguardare Kabuki oggi significa quasi sfogliare un diario scritto senza accorgersene. «Rappresenta molte epoche diverse della mia esistenza tutte insieme. Posso guardare quelle pagine e ricordare cosa stavo facendo, cosa stava succedendo nella mia vita in quel momento. Era una specie di laboratorio, un terreno di gioco in cui elaboravo cose che stavo vivendo, spesso inconsciamente. Oggi posso tornare su quelle pagine e vedere elementi che non sapevo nemmeno di stare inserendo nella storia».

Al COMICON di Napoli, Mack è intervenuto anche all'incontro dedicato a Dark Shots, progetto costruito su storie brevi e ad alto impatto emotivo. Una scelta che va quasi controcorrente in un momento in cui il fumetto tende spesso a costruire universi sempre più grandi.

«Molte persone quando parlano di fumetti immaginano subito giganteschi progetti di world building. Io invece adoro l'idea di una storia di quattro, sei o otto pagine, perché ti costringe a cristallizzare il punto essenziale. Se riesci a far provare qualcosa a qualcuno in poche pagine, allora hai raggiunto l'essenza stessa del fumetto. Devi essere molto economico nell'uso della pagina, eliminare tutto quello che non appartiene davvero alla storia e arrivare subito al punto, cercando una connessione emotiva».

Nel frattempo il suo lavoro ha attraversato media e linguaggi diversi. Nel 1998, scrivendo Daredevil, introdusse un nuovo personaggio destinato a prendere vita ben oltre le pagine stampate: Echo. Venticinque anni più tardi quella figura è arrivata fino a una serie Disney+, diventando parte dell'universo Marvel contemporaneo.

«È una sensazione incredibile, quasi surreale», ammette. «Non credo di averla ancora elaborata completamente. Ho scritto quel personaggio nel 1998 e venticinque anni dopo mi ritrovo a vedere una persona reale interpretarlo. Il personaggio è sordo e appartiene a una comunità indigena. Anche l'attrice aveva quelle stesse caratteristiche. Aveva lo stesso aspetto, gli stessi costumi, gli stessi elementi visivi che avevo creato: è stato davvero incredibile vedere con i miei occhi questa trasformazione».

Lo stesso entusiasmo ritorna quando parla di Cover, progetto creator-owned realizzato insieme a Brian Michael Bendis e nato da esperienze personali accumulate durante anni di viaggi all'estero. Anche lì, però, il processo creativo è rimasto sorprendentemente simile agli inizi: scadenze strette, poco tempo e una corsa continua.

«La cosa divertente dei fumetti è che lavori sempre contro il tempo. All'improvviso scopri di essere già in ritardo. Avevo circa tre settimane per ogni numero e dovevo semplicemente chiedermi quante pagine avrei dovuto fare ogni giorno. Ma è una pressione che crea energia. Ti costringe a mettere dentro la storia tutti i tuoi pensieri e tutte le tue emozioni. Ed è probabilmente quella la parte più interessante: quando smetti di controllare tutto e inizi a scoprire cose che forse non sapevi nemmeno di avere dentro».

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