Berna Arte e Cultura, quel ponte fra Svizzera e Italia

Mi sono ritrovata sulle rive dell’Aare con Sara Catella, membro del comitato di Berna Arte e Cultura (BAC). Era l’ora in cui i bernesi, finite le ore d’ufficio, infilano i loro effetti personali in borse impermeabili, si tuffano nel fiume e si lasciano trasportare fino a casa. In questo scenario così tipicamente bernese, noi parlavamo di Italia, di lingua e di comunità.
Nato nel 2007, il BAC è uno dei punti di riferimento culturali per gli italofoni nella capitale elvetica. L’acronimo se scomposto racconta già la missione dell’associazione: Berna Arte e Cultura. Un’associazione che prende forma in serate cinema, visite guidate ai musei della città (molto apprezzate nella comunità italofona), conferenze e nel popolare club di lettura. Uno spazio che permette di mantenere viva la lingua madre in una città dove l’italiano non è certo dominante.
La comunità italiana di Berna si è consolidata tra gli anni Settanta e Novanta con l’arrivo di ticinesi e lavoratori italiani, molti dei quali impiegati nell’amministrazione federale. Da allora ha continuato a rinnovarsi: se una parte di quei migranti è oggi in pensione, nuove generazioni di connazionali lavorano nelle istituzioni e nella vita cittadina, mantenendo vivo il desiderio di parlare la lingua madre anche lontano da casa.
Accanto a loro c’è una nuova ondata di giovani italiani, partiti per studiare o lavorare in Svizzera, che cercano occasioni per ritrovare la lingua, la convivialità e una buona dose di italianità. Sara mi racconta come, un po’ per caso, molti di questi ragazzi – da lei definiti “cervelli in fuga” – provengano dalle facoltà scientifiche dell’Università di Berna. Il BAC non si è lasciato sfuggire l’occasione e ha saputo valorizzare le loro competenze creando quello che potremmo chiamare un “piccolo angolo della scienza”. Conferenze e incontri a tema tecnico-scientifico hanno arricchito il programma dell’associazione e suscitato entusiasmo tra i partecipanti, mostrando come la cultura italiana possa declinarsi all’estero in modi sempre più inattesi.
La forza del BAC, mi sembra di capire, sta proprio nella convivenza tra generazioni. Sara la paragona al rapporto tra nonni e nipoti: i giovani cercano familiarità nei racconti degli anziani, mentre questi ultimi trovano nuove occasioni di scambio e condivisione.
Il club di lettura è forse l’esempio più evidente di questo spirito. Organizzato quattro volte l’anno e sempre seguito da una cena elegante – come tradizione italiana vuole – era inizialmente ospitato nei ristoranti italiani di Berna. Negli ultimi anni, sarà stata la monotonia o l’averli provati tutti, l’associazione ha iniziato a sperimentare nuove cucine e nuovi locali, trasformando questi appuntamenti in piccoli viaggi gastronomici. E un po’ come la loro comunità, si combinano tradizione e innovazione, vecchie e nuove generazioni, e persino cucine fusion. Non è solo un fatto di gusto, ma piuttosto è il segno di una comunità che sa rinnovarsi senza dimenticare le proprie radici, capace di discutere della questione della lingua manzoniana davanti a un piatto di pad thai.
A questo punto del nostro incontro però davo per scontato che il BAC fosse frequentato solo da italiani. Sara invece mi corregge, sono infatti diversi gli intellettuali bernesi che partecipano alle attività, mossi dalla passione per la cultura e per la lingua italiana. Mi spiega che questa convivenza è per loro un valore aggiunto, perché tra italiani si rischia che, presi dal momento, ci si perda un po’ in chiacchiere, mentre i bernesi portano stimoli e questioni nuove, riuscendo a rimetterli in riga.
E se è vero che, quando si intavola la conversazione sulla politica italiana, qualcuno vorrebbe già passare alla portata successiva, è altrettanto vero che quel discorso – stereotipato o meno – trova al BAC qualcuno sempre disposto a portarlo avanti. Per i bernesi è un’occasione di scambio e curiosità, mentre per gli italiani è il modo di restare legati alle vecchie abitudini, senza lasciarsi assorbire troppo.
Trasferirsi in un nuovo paese richiede adattamento e curiosità. Al tempo stesso, c’è il rischio di perdere consuetudini e punti di riferimento personali. Il senso di questi incontri del BAC sta proprio qui: scegliere cosa portare di sé e con chi condividerlo. Non si tratta solo del piacere di ritrovarsi, ma della volontà di preservare la propria identità, seppur lontani da casa. E alla fine è la lingua italiana il filo conduttore, non solo uno strumento di espressione, ma un terreno comune su cui continuare a costruire una comunità viva e sorprendentemente attuale.