C’era una volta il cinema d’autore nelle sale

Ad accendere la miccia è una riflessione di Nadia Dresti (direttrice della Ticino Film Commission e responsabile della sezione Locarno Pro del Festival) apparso di recente nel «Rapporto annuale» dell’Associazione svizzera regia e sceneggiatura film (ARF) dal titolo «Ticino: Terra di cinema». Un’analisi articolata dei problemi e delle potenzialità legati al mondo della settima arte nella nostra regione ma anche a livello nazionale. Abbiamo quindi dato modo all’autrice del testo di spiegare alcune sue proposte e prese di posizione , interpellando poi due addetti ai lavori per raccogliere le loro reazioni in merito.
Nonostante l’impatto del Festival, l’apertura del PalaCinema, la presenza della Film Commission e del CISA, Locarno finora non è riuscita ad imporsi come «La città del cinema» né a livello nazionale né locale. Come mai?
«Non penso sia “colpa” di Locarno, la stessa cosa sarebbe accaduta in qualsiasi altra città. È più che altro una questione di politica regionale, cantonale e federale. Il cinema, e in particolare il cinema d’autore, va male in tutta la Svizzera e va male anche in Germania, mentre il ruolo del Festival di Locarno è quello di animare la città per dieci giorni ad agosto e durante il weekend primaverile de L’immagine e la Parola. A contare, qui come nel mondo intero, è il cambiamento del sistema di fruizione dell’offerta cinematografica: oggi sul tuo divano di casa ti vedi quel che vuoi spendendo meno che al cinema. Se si vuole cercare di invertire questa tendenza, sta alla Confederazione, e in via subordinata ai Cantoni e ai Comuni, fare di più per quel cinema d’autore che già viene sostenuto al momento della produzione ma che va aiutato maggiormente anche nel momento della sua diffusione nelle sale. Oggi il sistema di sostegno al cinema messo in atto da Berna, così come quello ticinese, non è “sbagliato”, non funziona più poiché tutto è cambiato. Bisogna quindi agire in fretta sul sistema di distribuzione dei film nazionali in ciascun Paese europeo. È vero che i distributori possono già ricevere degli aiuti per comprare dei film europei, ma ciò non basta più. D’altra parte vengono fornite molte risorse a quelle organizzazioni (come Swiss Films o Filmitalia) che sostengono la diffusione dei film nazionali all’estero, soprattutto ai grandi festival, quando questo lavoro è sempre meno utile poiché di solito sono i festival stessi a fare già un’ottima promozione per le opere che hanno selezionato».
Quindi paradossalmente ci sono i soldi per produrre i film ma non per promuoverli?
«Il fatto che in Svizzera ci siano soldi sufficienti per la produzione è un bene, intendiamoci, ma il maggior numero di film non fa andare meglio il cinema svizzero».
L’arrivo di Arena in Ticino (Cinestar, PalaCinema, Rialto) ha portato grandi investimenti immobiliari ma ha influenzato anche in maniera determinante l’offerta a livello regionale. La Confederazione non potrebbe imporre delle quote di film svizzeri od europei ai multisala?
«Sarebbe bello, però qui entriamo nel campo del commercio, di operatori commerciali che investono i loro soldi senza sussidi pubblici e quindi possono agire nel modo che ritengono più consono per i propri interessi. Il discorso sarebbe però diverso per quei piccoli gestori di sale indipendenti (e in Ticino abbiamo il Lux di Massagno e l’Otello di Ascona) che si impegnano con coraggio per i film d’autore rischiando anche di tasca propria».
Difficile quindi pensare a ricette che funzionino per tutti?
«Molto difficile, anche se questo ci porta a riflettere sul fatto che l’unico sistema che è ancora efficace oggi è quello delle major americane, poiché producono i loro film e poi li distribuiscono in prima persona in tutto il mondo. Questa catena invece non è mai esistita per il cinema indipendente, o meglio si forma di volta in volta in maniera diversa a seconda dei casi. Oggi però i film buoni man non abbastanza per riuscire a interessare un distributore internazionale non vanno più da nessuna parte, se non nel circuito dei festival cinefili. Fino a qualche anno fa c’era meno concorrenza e c’era ancora sale interessate a dare spazio ai film indipendenti, ma oggi diventa essenziale creare una nuova catena distributiva. Per migliorare le cose bisognerebbe forse iniziare a sostenere il cinema d’autore riflettendo sin dall’inizio sugli sbocchi commerciali che potrà trovare, differenziando gli aiuti alla produzione in funzione delle potenzialità dei progetti. Mi rendo conto però che è un discorso molto difficile da far accettare ai produttori».
Che effetti potrebbe avere la sua proposta di creare uno Swiss Director’s Label che aiuti a far conoscere gli autori del nostro Paese?
«Questa idea nasce in Ticino e punta ad aiutare i film svizzeri che escono nelle nostre sale, dando loro la visibilità che si meritano grazie all’organizzazione di anteprime alla presenza dei registi che possano interessare sia il pubblico sia i media. Forse l’effetto non sarà immediato, ma a medio termine lo stesso regista che torna da noi sarà più conosciuto da una parte del pubblico. È un progetto pilota che se funzionasse in Ticino potrebbe poi essere applicato anche nel resto della Svizzera e quindi anche a favore dei registi ticinesi in Romandia o a Zurigo. È un progetto che per funzionare ha bisogno della collaborazione convinta di distributori e gestori di sale. È chiaro però che se dopo un periodo di prova non dovesse dare risultati concreti a livello delle entrate non potrebbe continuare».
Saranno le serie tv che la SSR ha intenzione di produrre a salvare i cineasti svizzeri?
«Non lo so, ma questa nuova possibilità non potrà comunque essere solo negativa perché la situazione non è certo rosea. C’è da sperare che permetterà ai registi di girare e di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro e non facendo il lavapiatti, Sarebbe una strada in più da percorrere per i registi e questo potrebbe anche far diminuire leggermente il numero di produzioni per il cinema che negli ultimi anni è davvero esploso. La parola-chiave secondo me in questo momento è “diversificazione” a livello di fruizione, dove si è già imposta, e quindi anche a livello di produzione e di budget. Ciò potrebbe inoltre far ottenere maggiore visibilità nei confronti dei diversi tipi di pubblico. Bisogna per forza adattarsi e riflettere sul come adattarsi al meglio a tutti i cambiamenti che sono già in atto».
Il produttore
Villi Hermann: «È sempre più difficile proporre film basati su storie coraggiose»
«Ho letto con interesse l’articolo di Nadia Dresti e convengo sul fatto che oggi il problema è di natura economica - ci dice Villi Hermann, regista e produttore per Imagofilm a Lugano -. Oggi con meno di un milione e mezzo di franchi non si riesce più a girare un lungometraggio. È quindi sempre più difficile proporre storie “coraggiose” che poi però vengono bocciate a Berna, a Roma e magari in parte anche a Comano. In Svizzera tedesca, se s’imbrocca un film che fa 250.000 entrate, si può anche pensare di uscire da questi schemi e produrre il film successivo grazie solo all’aiuto automatico di Succès Cinéma, ma in Ticino non ci sono i numeri per fare così. Inoltre, non possiamo nemmeno approfittare delle decine di milioni di potenziali spettatori italofoni che stanno oltrafrontiera, perché l’Italua non è interessata a coproduzioni minoritarie con registi svizzeri. E senza coproduzione nel mercato italiano non si entra». Per Hermann però anche le sale ticinesi potrebbero fare di più per le nostre produzioni: «Gli esercenti dovrebbero aver maggiore fiducia in noi e non smettere di programmare un film dopo il primo weekend perché non è andato bene. Se poi la persona che programma i film sta a Zurigo, le cose diventano ancora più difficili. Se fino a qualche anno fa contavano ancora i rapporti di stima o di amicizia con distributori e gestori di sale, oggi è cambiato tutto. Non esiste più una filiera “di simpatia” nei confronti del cinema d’autore, così come non è più possibile girare un film “tra amici”: oggi la troupe di una fiction media non conta quasi mai meno di 30 persone». Il santo vale ancora la candela? «A volte me lo chiedo anch’io: vale la pena spendere 2 milioni per un film che in Ticino attira poche centinaia di persone nelle sale? Forse sarebbe meglio accordarsi con le piattaforme VoD, con Netflix, per trovare una giusta visibilità e non farsi false illusioni».
Il regista
Erik Bernasconi: «Ci vorrebbe la volontà politica per far circolare le opere svizzere»
«Concordo in gran parte con quello che scrive Nadia Dresti, oggi ci sono numerosi problemi che si intersecano - afferma Erik Bernasconi, regista ticinese con due lungometraggi alle spalle (Sinestesia e Fuori Mira) -. C’è soprattutto un grandissimo scollamento tra cinema d’autore e cinema commerciale, io sognerei di vivere in tempi che non ho conosciuto, quando persone di ogni tipo e di ogni età andavano a vedere i film di Pasolini. Certo, è un’altra epoca, ma mi piacerebbe - non so come - riavvicinare questi due tipi di cinema. I film d’autore hanno la loro visibilità nel circuito dei festival e dei cineclub, per coloro che si definiscono a priori amanti del cinema, che magari sono visti con sospetto da chi ama solo vedere dei film».E la diversificazione proposta da Dresti? «È un discorso molto difficile: se tu giri un film con un telefonino, avrai comunque bisogno di attori e di un determinato linguaggio e quindi non è che risparmierai più di tanto. I costi importanti non sono quelli tecnici oggi, ma quelli che riguardano le persone: girare un film per YouTube o per le sale non cambia molto. E l’ambizione di chiunque faccia film è ancora quella di arrivare nelle sale. Non faccio un discorso snobistico, come autore voglio che il mio film venga visto dal maggior numero di persone. Girare per Netflix però non costa meno che girare per il cinema, anzi». E al cinema ci si può ancora sorprendere? «Assolutamente sì, quando qualcuno riesce a vedere un film europeo in sala, spesso è sorpreso da quel che si trova davanti e ciò vale anche per molti film svizzeri. Fare qualcosa per far conoscere di più i nostri autori sarebbe quindi senz’altro positivo ma ci vuole la volontà politica che spinga anche verso una maggiore coesione nazionale. Un aspetto che forse si potrà raggiungere grazie ai nuovi progetti di serie tv lanciati dalla SSR: un modo di raccontare storie con un respiro più ampio che penso possa dare frutti molto positivi ma senza adagiarci».
