A St. Moritz il più piccolo Film Festival del mondo diventa grande

Si è conclusa domenica, con una suggestiva mattinata dedicata al regista gallese Peter Greenaway e alla sua arte, la quinta edizione dello St. Moritz Art Film Festival. Quattro giorni che hanno confermato lo SMAFF come uno dei più piccoli e al contempo dei più grandi festival internazionali: 50 film provenienti da 25 Paesi e 22 première, di cui sette mondiali, quattro europee e undici svizzere.

Il Best Art Film è stato assegnato ex aequo a «Desire Lines» di Tommy Malekoff e «Silvesterchlausen» di Andrew Norman Wilson. Due lavori che, secondo la giuria, partono entrambi da una riflessione sulle origini percorrendo però direzioni opposte: il primo trasforma attraverso ritmo e osservazione gli enormi parcheggi americani, il secondo si immerge in un'antica tradizione svizzera facendone emergere anche la dimensione più oscura. Il Love at First Sight Award è invece andato a «Spoken Movement Family Honour» di Daniel Gurton, mentre «Recife tem um coração» di Rodrigo Sena ha ricevuto una menzione speciale.
A raccontare la dimensione raggiunta dal festival sono però anche i nomi transitati quest'anno da St. Moritz: Diego Marcon, Marinella Senatore, Rusty Egan e, naturalmente, Greenaway. «Sono molto felice di questa edizione perché abbiamo avuto un equilibrio straordinario fra artisti sperimentali che usano il video e registi di fama indiscussa», spiega il direttore artistico Stefano Rabolli Pansera. «Abbiamo avuto documentari, cortometraggi che erano quasi degli haiku cinematografici e artisti arrivati da ogni parte del mondo, dalla Cina alla Colombia, appartenenti a generazioni molto diverse: dalla giovanissima Giulia Guidi, che ha mostrato un talento sorprendente, a registi di culto che hanno superato gli ottant'anni. Questa varietà celebra in un certo senso l'essenza del festival».
La crescita si è vista anche negli spazi: per la prima volta lo SMAFF ha avuto due sedi, affiancando alle proiezioni principali momenti più raccolti. «Siamo un piccolo festival, uno dei più piccoli al mondo, però stiamo sempre crescendo. Quest'anno avere due location ci ha permesso di avere screening più intimi e privati, pranzare insieme ed essere tutti nello stesso luogo. Si è creato davvero quel senso di comunità che cerchiamo», racconta la managing director Diana Segantini.

Una partecipazione che si è consolidata edizione dopo edizione. «Abbiamo registrato sale piene già durante le proiezioni del mattino e costanti sold out la sera, per una vendita di biglietti aumentata del 128%. È sempre un crescendo, ma non abbiamo una strategia di espansione smisurata: siamo ancora noi i curatori di questo percorso». E proprio le dimensioni contenute rendono ancora più significativo il livello degli ospiti. «Stefano ha una rete molto internazionale, con legami con gallerie e artisti, mentre per me essere radicata in Engadina è fondamentale per essere riconosciuti e avere il sostegno locale e regionale: senza quello questo festival non ci sarebbe. A questo si aggiungono i miei legami nel mondo del cinema e dell'arte, in Svizzera e a livello internazionale. È l'insieme di queste cose a creare la magia», prosegue Segantini.

Il filo che lega le diverse edizioni passa anche dai temi scelti ogni anno. Quello del 2026 era «If Music»: una riflessione sulle possibilità che la musica apre nel cinema, dalla voce al ritmo, dall'improvvisazione al rapporto con il tempo. «C'è un fil rouge curatoriale che si sviluppa dal primo festival, «Face to Face», fino ad oggi: ogni tema nasce dallo sviluppo che gli artisti fanno del precedente. «If Music» non è un tema sulla musica, ma sottolinea come questa abbia la capacità di aprire mondi e di dischiudere la possibilità dell'altro. Musica e cinema, del resto, sono entrambi linguaggi basati sul tempo». E proprio per questo, osserva Rabolli Pansera, alcuni lavori hanno affrontato il tema persino senza utilizzare musica: «Il movimento di un guanto senza musica, per esempio, può rivelare l'aspetto temporale del cinema stesso».
La musica ha segnato anche la cerimonia di premiazione al Dracula, uno dei locali storici di St. Moritz, trasformandosi poi nella colonna sonora della festa conclusiva. Alla console è salito Rusty Egan, musicista e DJ britannico che insieme a Steve Strange animò il Blitz Club londinese, culla dei New Romantics e luogo di ritrovo, tra gli altri, dei futuri Spandau Ballet e di Boy George. Una stagione raccontata in «Blitzed!», il documentario presentato poche ore prima allo SMAFF.

Quarant'anni dopo, Egan continua a difendere soprattutto lo spirito di quelle serate. «Le persone non erano lì realmente per la musica. Venivano perché era un posto sicuro dove incontrarsi. Poi hanno cominciato ad amare la musica che amavo io: Kraftwerk, Bowie, Roxy Music, Grace Jones, Giorgio Moroder». Ma per Egan quello spirito può ancora parlare ai più giovani: «Credo davvero che esista una generazione che lo sta scoprendo adesso e ne sta capendo l'essenza. Togliete tutto il denaro e alla fine avete una stanza, qualche birra, una grande band e dei ragazzi che si guardano e dicono: «Wow, hai un grande stile»».
Il festival, intanto, prova a prolungare la vita delle opere oltre i quattro giorni engadinesi. «I film vincitori vengono riproposti durante l'anno. Abbiamo la collaborazione con Engadin Art Talks, con The Eyes e stiamo pensando anche a iniziative in Ticino o a Milano. Lo spirito del festival è non mostrare questi lavori soltanto durante lo SMAFF, ma dargli una seconda vita», spiega Segantini.
E una quinta edizione appena conclusa contiene già l'inizio della prossima. Nel 2027 il tema sarà «Europa!». «Vogliamo guardare l'Europa non come area geografica, ma come concetto», anticipa Rabolli Pansera. Il punto di partenza sarà ancora quella capacità dell'arte, del cinema e della musica di creare un terreno comune e immaginare ciò che ancora non esiste. «L'idea è quella del canto come promessa, come un'armonia superiore, e della possibilità di superare le divisioni». Un pensiero che Rabolli Pansera ritrova in Friedrich Hölderlin, poeta tedesco tra le grandi figure del Romanticismo, e nei versi scelti per indicare la direzione della prossima edizione: «Tanto l'uomo ha imparato da quando è dialogo, ma presto saremo canto».
