Aronofsky sale sul ring di Locarno: The Wrestler e altri cinque film per continuare a combattere

Darren Aronofsky stasera a Locarno per ricevere in Piazza Grande il Pardo d’onore, riconoscimento con cui il Festival celebra uno dei registi più radicali e riconoscibili del cinema americano contemporaneo. Autore di Requiem for a Dream, Black Swan, The Whale, The Fountain e Mother!, Aronofsky ha costruito buona parte del proprio cinema attorno all’ossessione, al corpo e alla capacità dell’essere umano di spingersi oltre il punto nel quale sarebbe ragionevole fermarsi.
Pochi suoi film raccontano tutto questo meglio di The Wrestler. Uscito nel 2008 e vincitore del Leone d’Oro a Venezia, segnò anche la clamorosa rinascita artistica di Mickey Rourke. Il suo Randy «The Ram» Robinson è un wrestler che ha conosciuto la gloria negli anni Ottanta e che vent’anni dopo continua a inseguirne i resti. Il fisico non regge più, i soldi sono pochi, il rapporto con la figlia è quasi distrutto. Fuori dal ring Randy è Robin Ramzinski, un uomo solo che potrebbe forse ancora tentare di ricominciare. Dentro, invece, torna a essere The Ram.
Ed è proprio qui che Aronofsky rende il wrestling qualcosa di molto più grande del wrestling. Randy avrebbe davanti una possibile redenzione, ma comporterebbe accettare di essere diventato un uomo qualunque. Sul ring, invece, esiste ancora. Meglio rischiare di morire da Randy «The Ram» Robinson che sopravvivere nell’oblio come Robin Ramzinski. L’ultimo salto dal paletto diventa così contemporaneamente un gesto disperato, magnifico e terribile, accompagnato idealmente dalle parole di The Wrestler, la splendida canzone che Bruce Springsteen scrisse per il film dopo averne conosciuto la storia attraverso Mickey Rourke. Una ballata malinconica che sembra cucita addosso a Randy e alla sua ostinazione nel continuare a salire sul ring, anche quando il corpo e la vita gli stanno dicendo di fermarsi.
Il cinema, del resto, ha sempre amato chi combatte. Forse perché un ring è già una scenografia perfetta: due uomini, nessun posto nel quale nascondersi. Ma i migliori film di lotta hanno quasi sempre raccontato soprattutto ciò che accade fuori da quelle corde. Eccone altri cinque che, per ragioni molto diverse, meritano un posto nella storia.
The Fighter
David O. Russell nel 2010 prende la storia vera del pugile Micky Ward e capisce che il combattimento più interessante non è necessariamente quello sul ring. Mark Wahlberg interpreta Ward, ma intorno a lui si scatena una famiglia talmente ingombrante da trasformare il film in una battaglia permanente. Christian Bale è impressionante nei panni del fratellastro Dicky Eklund, ex pugile divorato dal crack e aggrappato al ricordo di un passato glorioso. Melissa Leo è altrettanto formidabile nella parte della madre-manager Alice, mentre Amy Adams porta nel film una durezza molto lontana dai personaggi che l’avevano resa famosa. Bale e Leo vinsero entrambi l’Oscar; Adams fu candidata. E non è difficile capire perché: raramente un film sportivo ha avuto un cast capace di trasformare ogni discussione familiare in un incontro valido per il titolo mondiale.
Toro scatenato
Prima ancora di The Wrestler, probabilmente il più grande film mai realizzato sulla distanza tra ciò che un uomo è sul ring e ciò che diventa quando ne scende resta Toro scatenato. Martin Scorsese racconta Jake LaMotta senza cercare di renderlo simpatico. È violento, geloso, autodistruttivo. Sa incassare qualsiasi pugno, molto meno le conseguenze delle proprie azioni. Robert De Niro compie una delle trasformazioni fisiche più celebri della storia del cinema. Prima costruisce il corpo atletico del LaMotta pugile, allenandosi fino a disputare veri incontri, poi interrompe la produzione e ingrassa di circa 27 chili per interpretarlo negli anni della decadenza. Non è semplice virtuosismo attoriale. Quel corpo che cambia racconta il film: il campione scolpito dal combattimento diventa un uomo appesantito, lontanissimo dall'immagine che aveva costruito di sé. De Niro vinse l’Oscar. Ma soprattutto rese quasi impossibile, dopo Toro scatenato, interpretare un pugile senza confrontarsi con Jake LaMotta.
Rocky
Prima di diventare una statua, un franchise, una colonna sonora da palestra e uno dei personaggi più riconoscibili della cultura popolare, Rocky Balboa era semplicemente un perdente. Ed è facile dimenticare quanto sia bello il primo Rocky del 1976. Sylvester Stallone scrive la storia di un pugile mediocre di Philadelphia al quale viene concessa per ragioni promozionali l'occasione della vita contro Apollo Creed. Il punto, però, non è vincere. Rocky sa perfettamente di non essere il migliore. Vuole soltanto arrivare in fondo. Resistere fino all'ultima campana significherebbe dimostrare, soprattutto a sé stesso, di valere qualcosa. Il film vinse tre Oscar, compreso quello come miglior film, e generò inevitabilmente un mostro. Seguirono sequel sempre più grandi, muscoli sempre più enormi, avversari sempre più caricaturali e persino la Guerra fredda risolta, più o meno, a cazzotti. Rocky finì in parte vittima di Rocky. Ma tra parecchi eccessi sono arrivati anche altri lampi, fino alla riuscita reinvenzione della saga attraverso Creed. Nulla, però, ha più avuto la semplicità malinconica del primo film: un uomo che non chiede di diventare campione, ma soltanto di non sentirsi più un fallito.
The Boxer
Daniel Day-Lewis è il protagonista. Basterebbe questo per far capire la portata di questo capolavoro. In The Boxer di Jim Sheridan, del 1997, interpreta Danny Flynn, ex pugile ed ex membro dell’IRA che esce di prigione dopo quattordici anni e torna nella Belfast attraversata dal conflitto nordirlandese. Vorrebbe ricominciare, riaprire una palestra, allenare ragazzi cattolici e protestanti e recuperare il rapporto con la donna che ha sempre amato. Naturalmente il passato non ha alcuna intenzione di lasciarlo andare. Come per ogni sua interpretazione, Day-Lewis si preparò realmente come pugile e sul ring si vede. Ma The Boxer funziona soprattutto perché usa la boxe come possibilità di dialogo in un mondo che continua a dividersi. I pugni diventano paradossalmente uno spazio nel quale esistono regole condivise. Fuori, molto meno. Sheridan e Day-Lewis avevano già realizzato insieme Il mio piede sinistro e Nel nome del padre: qui costruiscono forse un film meno celebrato, ma ancora oggi potentissimo.
Kickboxer
1989. Jean-Claude Van Damme e le sue espressioni perse nel vuoto. Thailandia. Vendetta. Allenamenti massacranti. Sudore. Musica tamarra. Altro sudore. Spaccate. Combattimenti clandestini. Un cattivo chiamato Tong Po che sembra essere stato progettato specificamente per terrorizzare gli adolescenti degli anni Ottanta. Cinema allo stato puro. Un capolavoro. Vabbè no dai, è una vaccata. Ma è talmente brutto e l'ho visto così tante volte in televisione che ha fatto il giro e da film orribile e diventato un film autoriale. Un guilty pleasure generazionale che, a modo suo, ha fatto la storia del cinema. Se non l'avete mai fatto, fatevi un favore: guardatelo in lingua originale, meglio se con amici e una scorta di birre, per godervi appieno l'interpretazione di Van Damme. Riesce a essere pure peggiore della versione italiana dove perlomeno i doppiatori sono professionisti e non presi dalla strada.
