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Avere 12 anni, oggi, in Afghanistan: l'infanzia negata dai talebani

«If Luck Will Come» di Camille Bildsøe racconta due bambini alla vigilia dell’adolescenza: Zahra perde il diritto allo studio perché è una ragazza; Zalgai viene spinto verso il lavoro perché il padre si ammala – «Sognare, studiare, lavorare»: per Jamileh Amini sono le parole di un futuro che non è più garantito
©Jonas Fogh
Jenny Covelli
11.08.2026 06:00

Che cosa significa avere dodici anni? Per me scuola, amicizia, litigi con i genitori, prime cotte. Iniziare a sentirsi grandi, con leggerezza. È una fase bella, di scoperta, in cui si smette di essere bambini e si entra nell’adolescenza. Il mondo degli adulti sembra lontano, in tutti i sensi: c’è voglia di scoperta, di indipendenza, di futuro. Ci ho pensato guardando If Luck Will Come, il film della regista danese Camille Bildsøe in concorso nella sezione Locarno Kids. Un documentario necessario, parte di quel «cinema fatto per i più giovani, aperto a tutti». Necessario soprattutto in questi giorni in cui si avvicina un triste anniversario: il 15 agosto 2021, cinque anni fa, i talebani hanno ripreso il controllo di Kabul dopo vent’anni di presenza occidentale. Un Paese cambiava volto nel giro di poche ore. Il ritorno dei talebani non è soltanto un fatto storico: è una frattura che ha investito la vita quotidiana di chi oggi cresce in Afghanistan. Come Zahra e Zalgai, incontrati da Bildsøe e Jonas Fogh (direttore della fotografia) nel 2022.

Due infanzie che si restringono

Zahra e Zalgai, entrambi dodicenni e legati alla scuola, all’amicizia e al circo. Crescono fianco a fianco, ma le loro strade si dividono: Zahra, avvicinandosi all’adolescenza, vede restringersi la libertà e il diritto allo studio perché è una ragazza. Zalgai, con la malattia del padre, è spinto verso il lavoro e la responsabilità di mantenere la famiglia. Sono due forme diverse di infanzia negata, ci spiega Jamileh Amini, interprete e mediatrice interculturale, fondatrice dell’Associazione Comunità Culturale Afghana in Ticino (ACCAT). Il film non le sovrappone e non le mette in competizione. Mostra piuttosto come un sistema fondato su ruoli di genere rigidi possa colpire tutti, anche se in modi diversi: le bambine attraverso il controllo dei corpi, degli spostamenti e dell’istruzione, i ragazzi attraverso la responsabilità, il lavoro e l’obbligo di diventare adulti prima del tempo.

Amini – che è arrivata in Ticino nel 2011 come richiedente l’asilo – lo dice con chiarezza: oggi essere bambini e adolescenti in Afghanistan significa crescere in una situazione drammatica, in cui molti dei diritti conquistati negli ultimi vent’anni sono stati cancellati. La condizione riguarda l’intera popolazione, ma colpisce soprattutto le ragazze e le donne, private della possibilità di studiare, di muoversi liberamente, di praticare sport, di lavorare e di partecipare alla vita pubblica. «Sono diventate invisibili», spiega Amini. Non hanno più voce, non possono decidere liberamente della propria vita e si trovano davanti prospettive molto limitate. «Per una bambina che si affaccia all’adolescenza, il passaggio verso l’età adulta non coincide più con l’apertura di nuove possibilità, ma con la progressiva chiusura degli spazi».

Il circo, le patate e la libertà

Nel film il circo non è un semplice sfondo. È il luogo in cui Zahra e Zalgai possono essere bambini. È un’attività condivisa, un esercizio del corpo e dell’immaginazione, la possibilità di stare insieme. Bildsøe parla di «silenziosi atti di resistenza». Non perché ogni bambino debba trasformarsi in un simbolo politico, ma perché continuare a giocare, incontrarsi, imparare un movimento, ridere o immaginare un’altra vita può diventare un gesto che il potere non riesce a controllare.

Quando la famiglia di Zahra si trasferisce, tutto finisce. «Anche se dovessi morire tornerò per il circo», dice tra le lacrime a un'amica quando la saluta. Ma non è vero. Non tornerà. La strada in cui giocava viene sostituita dal tetto, unico luogo in cui può uscire. Gli occhi che prima seguivano le palline da tennis sopra la testa, ora osservano le patate mentre fa la giocoliera. Il sorriso è lo stesso, anche se le labbra sono coperte di rossetto, le unghie hanno lo smalto e indossa gli orecchini. Piano piano anche quello scompare, Zahra non gioca più neppure con le patate. Quello che prima era gioco diventa lavoro, ciò che apparteneva al tempo libero viene assorbito dalla necessità. L'infanzia si è ritirata, annullata. «Per il potere il circo è problematico due volte: perché coinvolge le ragazze e perché è una forma di socialità», commenta Jamileh Amini. «È un gruppo di persone che si incontrano, si guardano, imparano insieme e si riconoscono. Incontrarsi significa non sentirsi soli. Significa poter parlare del futuro, condividere la paura e forse anche trovare la forza per continuare a immaginare. I giovani diventano più forti quando possono stare insieme. Possono sognare. I talebani annientano tutto questo. Togliere il diritto all’istruzione significa togliere la vita a una persona».

Gli spazi che scompaiono

Una delle perdite più profonde raccontate da Amini è proprio quella degli spazi di incontro. Parchi, palestre, scuole e luoghi di socialità non sono più accessibili alle ragazze. Alle quali è vietato andare a scuola, perché sono diventate grandi, donne. Negli ultimi giorni in cui può andarci, Zahra non indossa più copricapi colorati, fa attenzione che non spunti neanche una ciocca, si copre le spalle. Lo zainetto, però, è ancora lo stesso, quello con l'orsetto. Perché non ha fretta. Ma il mondo attorno a lei comincia a stabilire che cosa può fare, come deve vestirsi, dove può andare e quale futuro le è consentito immaginare. Anche la madre sembra attraversare il tempo: ora spazzola i capelli della figlia più piccola. È lei, adesso, a rincorrere le galline con spensieratezza, ma i limiti la raggiungeranno presto.

Amini torna al 15 agosto 2021. Per chi era bambino allora, e oggi è adolescente, è difficile comprendere una realtà nella quale molte libertà sono state eliminate così rapidamente. Le femmine diventano invisibili, i maschi devono occuparsi della famiglia. Chi nasce oggi lo fa «in cattività». «Le ragazze hanno davanti la limitazione dello studio e della libertà di movimento, il rischio di essere confinate dentro ruoli decisi da altri, la possibilità dei matrimoni precoci», ci dice la fondatrice di ACCAT, commossa fino alle lacrime. «I ragazzi vengono chiamati a contribuire sempre prima al sostentamento della famiglia. Non esiste la domanda: 'che cosa vuoi fare da grande?' Non conoscono la parola futuro».

Se la fortuna verrà

E allora serve fortuna. Per tornare a vivere la vita. Il titolo del film è sospeso tra speranza e rassegnazione: If Luck Will Come , se la fortuna verrà. Jamileh Amini ci crede. E pronuncia tre parole: «Sognare, studiare, lavorare». Sono semplici, ma contengono tutto. «Sognare significa poter immaginare un futuro. Studiare significa avere gli strumenti per costruirlo e una voce nella società. Lavorare significa poter essere indipendenti, contribuire alla propria vita e a quella della comunità». Amini spera che arrivi la fortuna, che bambine e bambini possano riconquistare ciò che è stato loro tolto. Ma dalle sue parole emerge che la fortuna non può essere soltanto qualcosa che arriva. Deve diventare un diritto: il diritto di sognare, studiare e lavorare. Il diritto, prima ancora, di avere un futuro.

Bildsøe ha raccontato di aver seguito Zahra e Zalgai con pazienza, consapevole dei limiti del proprio sguardo di regista non afghana. Il lavoro è stato accompagnato da filmmaker e consulenti afghani, per affrontare il contesto culturale, le questioni etiche e i problemi di sicurezza, proteggendo la dignità delle persone coinvolte.
©Jonas Fogh
©Jonas Fogh
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