Fuori concorso

Bellocchio e Locarno, un legame fortissimo

Il Festival omaggia l’86.enne maestro piacentino con il documentario girato da Fabio Lovino - Sin dal film d’esordio, «I pugni in tasca», premiato con la Vela d’Oro per la regia nel 1965, la kermesse ticinese ha amato il cinema politico di uno dei più grandi autori italiani
© Fabio Lovino
11.08.2026 06:00

Dopo 20 anni di collaborazione stretta, Fabio Lovino ha deciso di raccontare la figura di Marco Bellocchio dedicandogli un documentario. Marco Bellocchio: La porta della realtà, ritratto - breve, appena 65 minuti - del cineasta costruito attraverso immagini dai set e interviste con coloro che hanno impreziosito il suo cinema, da Fabrizio Gifuni e Roberto Herlitzka al figlio Pier Giorgio, passando per la montatrice Francesca Calvelli - che è anche la compagna di Bellocchio nella vita, evoluzione forse inevitabile di una poetica che ha sempre avuto un occhio di riguardo per il tema della famiglia.

Non è un caso che il film debutti nella sezione Fuori Concorso, a Locarno, il Festival che più di tutti ha segnato il percorso del regista italiano: 61 anni fa, con I pugni in tasca, tornava a casa dal Ticino con un premio, consacrazione importante per quello che rimane uno degli esordi più potenti del cinema europeo. Una pellicola che è anche tra le più proiettate nella storia del Festival: dopo quella prima volta è tornata sugli schermi locarnesi in ben quattro occasioni: per il quarantennale della kermesse nel 1987; per la retrospettiva dedicata al maestro piacentino nel 1998; per il sessantesimo anniversario della manifestazione nel 2007; e, infine, nel 2015, in piazza Grande, per accompagnare - in versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, di cui il cineasta è presidente - la consegna di un magnifico e doveroso Pardo d’onore.

E quella è solo una piccola parte del lungo e fruttuoso rapporto tra Locarno e Marco Bellocchio, presente al Festival, ad esempio, anche nel 2000 con alcuni cortometraggi selezionati in quello che allora si chiamava Concorso Video, sorta di antesignano dell’odierno Cineasti del presente, e nel 2021, con Se posso permettermi, nel programma inaugurale di Corti d’autore, il concorso dei Pardi di domani che accoglie opere brevi di registi già affermati nel campo del lungometraggio.

Progetti che non si fermano

Un rapporto che non accenna a fermarsi perché, nonostante il fattore anagrafico e i numerosi premi alla carriera - oltre a Locarno, anche Venezia, Cannes e Visions du Réel - riconoscimento che spesso viene interpretato come epilogo professionale, il percorso artistico di Bellocchio è tuttora un fiume in piena, sia che si tratti dei suoi progetti in solitario sia che si tratti dei cortometraggi che firma assieme agli allievi del corso di cinema che tiene nella sua Bobbio, al fine di trasmettere il suo sapere alle nuove generazioni.

Spaziando tra grande e piccolo schermo (Esterno notte per la Rai, Portobello per HBO Max), ma sempre con uno sguardo che non si piega ad eventuali esigenze commerciali, Bellocchio continua ad arricchire una filmografia vitale e grintosa, molto giovane al netto degli argomenti trattati, spesso legati ad eventi della recente storia del suo paese, come il sequestro di Aldo Moro che è al centro di uno dei suoi film più belli, Buongiorno, notte. All’epoca - era la fine dell’estate del 2003 - osteggiato dalla giuria della Mostra di Venezia (il presidente Mario Monicelli lo definì «troppo italiano»), è a oggi il suo lungometraggio più amato e visto a livello internazionale, ritratto personale di uno degli episodi più cupi del tumulto politico che segnò la prima, vera transizione dell’Italia repubblicana.

Insomma, una vita al servizio del cinema, quella di Marco Bellocchio, riassunta in maniera sintetica ma non banale in quello che promette di essere uno dei titoli più interessanti di Locarno79 in termini puramente cinefili, in compagnia della famiglia, letterale e artistica, di un autore imprescindibile della settima arte, europea e in generale.

In questo articolo: