Capire la propria violenza per alleviare il senso di colpa

Spesso, in presenza di crimini particolarmente efferati come l’assassinio di un familiare, compiuti da persone estranee a logiche criminali, soprattutto i media popolari non esitano a utilizzare termini come «mostro» o «folle» reiterando così un atteggiamento dalle origini medievali, secondo il quale i presunti mostri venivano gettati e lasciati marcire nelle segrete di un castello senza più occuparsi in alcun modo di loro. Oggi le cose sono comunque diverse: tutti hanno diritto a un processo e, fino alla condanna definitiva, possono contare sulla presunzione d’innocenza. Ciò non toglie che, nei casi in cui le responsabilità dell’accusato siano appurate, la pena comminata e in corso d’esecuzione, si possa pensare di aiutare il prigioniero cercando di portare in superfici le radici della violenza di cui è stato preda, alleviando così almeno in parte il peso della sua colpa.
Ispirato al «delitto di Cirimido»
È lo scopo che si prefigge la criminologia dialogica, tra i cui esponenti ci sono Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali che nel libro Io volevo ucciderla (2022), grazie a una serie di incontri con la detenuta, analizzano sotto questo aspetto il comportamento di Stefania Albertani, protagonista nel 2009 del famigerato «delitto di Cirimido» (Como) che fece parlare di sé tutti i media italiani dopo che venne scoperto il cadavere della sorella maggiore Maria Rosa che la donna - allora non ancora trentenne - aveva dato alle fiamme dopo averla strangolata in apparenza senza alcun motivo valido. A questa vicenda, che rimase in parte celata nell’ombra anche dopo la condanna definitiva dell’imputata a vent’anni di carcere e a un trattamento psichiatrico, si è liberamente ispirato Leonardo Di Costanzo per il suo nuovo film Elisa. Questa coproduzione italo-svizzera (con Amka Films e RSI), le cui riprese si sono in parte svolte nel Mendrisiotto sarà presentata in prima ticinese giovedì 26 marzo alle 20.30 al Lux Art House di Massagno alla presenza del regista e del criminologo Adolfo Ceretti (serata è organizzata nell’ambito della rassegna dei cineclub Un po’ di cinema svizzero, in collaborazione con Lugano Cinema 93) ed in seguito in programmazione in varie sale cantonali.
Utopica prigione aperta
Non è la prima volta che Leonardo Di Costanzo ambienta un proprio lungometraggio in un luogo chiuso verso l’esterno: basti citare la sua opera d’esordio L’intervallo (2012) o Ariaferma (2021) interpretato dalla magnifica coppia napoletana formata da Toni Servillo e Silvio Orlando. E non è neppure la prima volta che mette al centro della narrazione un «elemento di disturbo» che porta con sé una colpa reale o presunta, come ha fatto ne L’intrusa (2017). A questi due elementi, in Elisa si aggiunge una forte dimensione utopica: il centro di detenzione dove la protagonista (interpretata con grande intensità da Barbara Ronchi) sta scontando la sua pena è infatti immerso tra i boschi, le detenute vivono in piccole case di legno e possono addirittura seguire dei corsi di livello accademico, come quello che tiene il noto criminologo Alaoui (interpretato dall’attore e regista franco-marocchino Roschdy Zem), che offre la possibilità ad Elisa di scavare dentro di sé grazie a una serie di incontri volontari. Una «prigione aperta» quindi, dove circolano liberamente persone provenienti dall’esterno, come il padre della donna (Diego Ribon) che accompagna con pudore la figlia nel suo difficile cammino verso una nuova vita.
Una nuova coscienza
Guidata dalla determinazione e dalla necessità di capire di Alaoui, Elisa dapprima soffre terribilmente, si isola da tutti, sente venir meno il castello di fragili certezze e comode amnesie che le hanno permesso fino ad allora di accettare il proprio destino. Poco a poco tuttavia, grazie alle insistenze del criminologo, cominciano a riaffiorare dei ricordi fondamentali ed Elisa, uscendo dal suo stato di paralisi esistenziale, inizia a riconsiderare i propri atti con una certa distanza, rivivendoli coscientemente e riuscendo così ad alleggerire il proprio fardello di colpe. Grazie all’ottima prova dei due attori, i lunghi dialoghi tra Elisa ed Alaoui costituiscono i momenti più accattivanti del film. Meno riusciti a nostro avviso i flashback durante i quali scopriamo le azioni di Elisa che sembrano appartenere a un film diverso e i cui momenti non sempre sono scelti nel modo migliore per illuminare retroattivamente ciò che è accaduto. Un comportamento che ha radici profondissime, fino ai primi anni di vita della protagonista e agli albori dei suoi rapporti con i familiari. Infine, da segnalare un bel cameo di Valeria Golino nei panni di una madre il cui figlio adolescente è stato assassinato senza alcun motivo da una banda di coetanei e che - come lo spettatore nei confronti di Elisa - oscilla continuamente tra perdono e incomprensione, tra dolore per ciò che è accaduto e speranza nel futuro.
«Elisa» , di Leonardo Di Costanzo. Con Barbara Ronchi, Roschdy Zem, Diego Ribon, Valeria Golino, Hyppolite Girardot (Italia-Svizzera 2025, 105’). Voto 4/5.
Il regista: «Non ho voluto raccontare il crimine in sé, ma il percorso interiore di chi l'ha compiuto»
«Questo film nasce da una riflessione iniziata con Ariaferma (2021) e proseguita in una direzione più intima e spiazzante: non raccontare il crimine in sé, ma il percorso interiore di chi lo ha compiuto. In Elisa ho cercato di restituire la complessità di una figura capace di dolore, freddezza, manipolazione e, in fondo, di un’umanissima richiesta di ascolto», spiega il regista Leonardo Di Costanzo.
Il film si ispira al libro di Adolfo Ceretti, Io
volevo ucciderla, in cui il criminologo, tra i più autorevoli esperti di
giustizia riparativa, racconta la vicenda di Stefania Albertani, condannata per
l’omicidio della sorella e il tentato omicidio dei genitori.
«La fase raccontata qui è preliminare, precedente al vero
percorso di giustizia riparativa, che comporta poi l’assunzione di
responsabilità da parte del colpevole. È un tema di grande attualità:
rappresenta un modo diverso di affrontare il male e di confrontarsi con chi lo
ha commesso, senza fermarsi alla sola logica della punizione, ma aprendo anche
alla possibilità di comprensione, pur senza ignorare i rischi che questo
comporta».
Elisa è una
figura che sfugge agli stereotipi, una persona colta, consapevole, che mette in
crisi ogni lettura semplice. Quali
sono state le difficiltà nel ricostruire la psicologia di questa donna?
«La sfida
principale è stata condensare quasi trecento pagine in forma cinematografica. Adolfo
Ceretti mi aveva mandato la trascrizione di undici incontri, molto intensi,
insieme a Stefania Albertani. Ciò che mi ha spinto a raccontare questa storia è
stato l’icontro con la persona. Sono rimasto colpito dalla sua intelligenza,
dalla lucidità, dalla precisione del linguaggio. E mi chiedevo: com’è possibile
che una persona così consapevole, così strutturata, sia stata capace di
compiere un atto del genere. Non ci si trovava davanti a qualcuno predestinato
al crimine, e questo rendeva tutto ancora più perturbante».

Un altro elemento chiave del film è il doppio livello del carcere: fisico e mentale.
«Io credo che chi compie un atto così violento viva anche una forma di trauma profondissimo. Come dice il criminologo nel film, il mistero di chi compie il male è ancora più insondabile di quello di chi lo subisce. Nel suo caso, durante il processo era stata avanzata anche una spiegazione di tipo neuropsichiatrico, che in qualche modo giustificava o attenuava la responsabilità. E lei, inizialmente, si era appoggiata a questa lettura. Ma quando ha scelto di partecipare a questo percorso con i criminologi, lo ha fatto sapendo che avrebbe rimesso tutto in discussione. Che avrebbe dovuto fare davvero i conti con sé stessa. E questo, per me, è stato un segnale molto forte: il segno di una necessità interiore che non si era mai spenta».
Stefania ha visto il film?
«Sì, mi ha detto che le è piaciuto, anche se non è stato facile guardarlo. La conosco molto poco e, per una mia esigenza di libertà, ho scelto di non entrare in una relazione diretta con lei. Per me il personaggio di Elisa è, in qualche modo, diverso da Stefania, risponde alle esigenze della drammaturgia: è sempre una sintesi, una costruzione, inevitabilmente filtrata da uno sguardo personale. Anche quando si conosce molto bene una persona, il passaggio al racconto comporta sempre una trasformazione».
Perché il tema della giustizia riparativa è così urgente oggi?
«Viviamo in un’epoca in cui la logica della punizione e della vendetta appare dominante. Se riuscissimo davvero ad ascoltare l’altro, anche chi ha commesso colpe terribili, e a metterci in un atteggiamento di ascolto autentico, forse potremmo evitare molti conflitti. Come ha detto qualcuno, siamo molto più dei nostri peggiori atti. Riconoscere questo, e dare spazio anche alla voce di chi ha sbagliato, può aiutarci a uscire dalla spirale della vendetta. Perché è proprio la vendetta, oggi, che sembra essere il sentimento prevalente. E forse solo l’ascolto può interromperla».
Crede che il cinema possa aiutare in questo?
«Il cinema assorbe inevitabilmente la sensibilità di chi lo fa. Un tempo era uno dei pochi strumenti capaci di esprimere visioni collettive; oggi lo è molto meno, perché la vita delle persone è articolata su troppi canali. Credo però che chi fa questo mestiere continui a cercare di capire la realtà e forse a trovare una via d’uscita da questa spirale ripetitiva. Penso sia importante prendersi sul serio, ma senza attribuirsi troppa importanza. Anche se, in fondo, si spera sempre che quello che si fa serva a qualcosa. E per andare avanti, un po’ bisogna crederci».
