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Chi ha commesso crimini terribili ha diritto alla dignità e a essere curato? Frank & Louis oltre la colpa

La regista svizzera Petra Volpe porta il tema della cura dietro le sbarre e racconta, senza buonismi né facili assoluzioni, l’incontro tra due detenuti segnati dalla colpa, dalla malattia e dalla ricerca di una possibile redenzione
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT

Che cosa rimane di un uomo, magari autore di crimini terribili, quando una malattia gli porta via memoria, autonomia e perfino la consapevolezza del male commesso? Frank & Louis parte da un territorio moralmente scomodo, e la regista svizzera Petra Volpe ha scelto di attraversarlo senza offrire risposte semplici.

Al centro del film, presentato questa sera in piazza Grande, troviamo Frank (Kingsley Ben-Adir), detenuto da quasi 20 anni per rapina e omicidio che, in vista della libertà condizionale, entra nel programma Yellow Coats: detenuti incaricati di assistere i compagni più anziani affetti da demenza. A Frank è affidato Louis (Rob Morgan), un uomo un tempo temuto in carcere, ora privato dall’Alzheimer della propria autonomia.

Una premessa che avrebbe facilmente potuto trasformarsi in un racconto edificante. Volpe evita invece la facile retorica. Frank & Louis si prende i suoi tempi e non spettacolarizza né la malattia, né il carcere. Nessuna patina buonista, nessuna assoluzione automatica. Louis, come gli altri detenuti, ha commesso atti terribili; alcuni hanno alle spalle crimini persino peggiori. Il film non li cancella, ma mostra come la malattia renda questi uomini estremamente vulnerabili e bisognosi di assistenza, lasciando emergere il loro diritto a essere accompagnati dignitosamente nell'ultima parte della vita. «Non volevo un film sentimentale, ma una pellicola che fosse complessa, etica», ha spiegato la regista. È una storia ambientata in prigione, ma che ha un’universalità: qual è il senso di essere umano? Occuparsi degli altri dà un senso alla vita. Per me questo dà senso all’umanità».

Progressivamente emerge il tema della redenzione. Frank entra nel programma per migliorare la propria posizione davanti alla commissione, ma prendersi cura di Louis diventa lentamente, senza forzature, qualcosa di diverso: responsabilità, vicinanza e infine affetto. Il bene compiuto nel presente non cancella il passato né garantisce il perdono.

La redenzione diventa un percorso personale, da perseguire anche sapendo di poter non essere assolti.

Il cast è di ottimo livello. Ben-Adir continua a inanellare prove convincenti e costruisce Frank lavorando per sottrazione. «Il percorso interiore del mio personaggio era complicato», ha ammesso di fronte ai giornalisti. «Doveva evolvere, cambiare, prima dentro di sé». Ancora più impressionante è la recitazione di Rob Morgan. La malattia passa attraverso dettagli minimi: un'incertezza, uno sguardo perso, una microespressione degli occhi che restituisce un quasi impercettibile segnale di ritrovata lucidità. Segnali dolorosamente riconoscibili per chi abbia visto una persona cara attraversare una malattia simile. «Ho amato la sceneggiatura perché tocca tutti: anche chi commette crimini orribili invecchia e si ammala in prigione». Volpe accompagna gli interpreti con una regia controllata. La fotografia di Judith Kaufmann restituisce la freddezza dello spazio carcerario, anche se a tratti l'essenzialità visiva diventa eccessivamente asciutta. Frank & Louis non decide chi meriti il perdono e non confonde assistenza e assoluzione. La regista pone una questione più difficile: quanta dignità siamo disposti a riconoscere a un essere umano conoscendo il male che ha commesso? Una domanda lasciata aperta, affidando ai gesti di cura una risposta più complessa di qualsiasi sentenza.

L'incontro con la stampa: «Una riflessione su ciò che ci rende umani»

Locarno Film Festival / Ti-Press
Locarno Film Festival / Ti-Press

Ci sono film che nascono da un’idea e film che hanno bisogno di dieci anni per trovare la propria forma. Frank & Louis appartiene alla seconda categoria. Petra Volpe ha cominciato a lavorare al progetto prima ancora di The Divine Order, il film che l’ha fatta conoscere internazionalmente. A Locarno, insieme ai protagonisti Kingsley Ben-Adir e Rob Morgan, ha raccontato il lungo viaggio che ha portato questa storia prima al Sundance e poi sotto lo schermo della Piazza.

All’origine c’era il racconto di una sceneggiatrice, che le aveva parlato del progetto dei cosiddetti «camici gialli». Volpe vi aveva riconosciuto una storia «molto commovente, umanamente profonda», ambientata in un luogo associato quasi sempre alla forza, alla violenza e alla mascolinità: il carcere. «Sono stati dieci anni, un viaggio molto lungo per arrivare qui e al Sundance», ha raccontato davanti alla stampa. Ma fin dall’inizio una cosa le era chiara: quella storia avrebbe dovuto vivere attraverso gli attori. «Kingsley e Rob per me sono stati una benedizione. Si sono subito ritrovati nella storia e hanno portato sé stessi. Per un regista è un dono: vedere che i personaggi che metti sulla carta acquisiscono vita, passano dalla carta a diventare tridimensionali».

L’architettura delle emozioni

Per Kingsley Ben-Adir (Frank), la difficoltà è stata soprattutto entrare nell’«architettura delle emozioni» del personaggio. «I film sono un insieme di sequenze. Bisogna prepararsi a realizzare ogni scena in qualsiasi momento, ma con questo film c’è stata una pressione molto forte, che non avevo mai sperimentato prima». Frank è un uomo contenuto, abituato al controllo. Dentro di lui accadono molte cose, ma fuori ne vengono espresse poche. «È stato un ruolo un po’ estremo rispetto a quelli interpretati in passato. I cambiamenti sono molto importanti e avvengono anche all’interno di una stessa sequenza, di una stessa inquadratura. C’è qualcosa nel silenzio».

L’attore ha dovuto anche capire come rendere Frank un personaggio capace di attirare il pubblico senza anticipare la sua trasformazione. «Doveva esserci qualcosa che rendesse Frank piacevole, che facesse sentire il pubblico vicino a lui. Ma non potevo introdurre l’elemento della redenzione dall’inizio. Se fossimo stati sentimentali subito, sarebbe stata la morte del film».

Frank «si ritrova bambino di fronte a Louis», ha spiegato Ben-Adir. Il perdono non arriva come una ricompensa, ma come un viaggio di comprensione. Anche il fatto di avere girato il film in modo non sequenziale ha contribuito al disorientamento. «A un certo punto ho dovuto lasciare a casa tutte le domande e andare sul set a recitare», ha raccontato.

Una partita a tennis

Rob Morgan interpreta Louis. «Mi piace giocare, mi piace interpretare. Bisogna avere questo piacere». Il set, racconta, era un ambiente sicuro, creato da Volpe, nel quale poteva dire ciò che pensava senza paura. La sceneggiatura era il punto di partenza, ma il lavoro richiedeva libertà, ascolto e disponibilità.

Morgan descrive il rapporto con Ben-Adir come una partita di tennis di altissimo livello. «Eravamo in prigione, ma io avevo l’impressione di giocare una partita con Kingsley. Dovevo recitare con lui ed essere all’altezza». I due attori hanno imparato a conoscere i personaggi vivendoli e respirandoli, come due amici o due fratelli che continuano a giocare anche dentro una situazione estrema.

Per costruire la tensione fisica dei personaggi, Volpe aveva chiesto agli attori anche esercizi corporei. «La tensione doveva essere smaltita. Era importante essere nel corpo e avere un’esperienza fisica di quello che stavamo vivendo», ha spiegato. Morgan ha ricordato con ironia la regista alle prese con un gruppo di uomini in divisa carceraria: «Diceva: “Dai, ora balliamo. Energia, energia”». Dietro la battuta c’è però una scelta precisa. In Frank & Louis il carcere non è soltanto un ambiente narrativo: è una condizione fisica. I corpi sono costretti, sorvegliati, chiusi in uno spazio. La violenza non viene cercata nelle scene più riconoscibili del genere carcerario, ma nei movimenti, nei respiri, nelle pause e nella quotidianità.

Una storia complessa, non sentimentale

«Volevamo concludere il film lasciando una serie di domande di natura morale ed etica, perché gli spettatori potessero continuare a porsele. È una storia che si svolge in prigione, ma ha un’universalità: qual è il senso di essere umani? Occuparsi degli altri dà un senso alla vita. Per me è questo che dà senso all’umanità», ha spiegato la regista.

Per arrivare a quella complessità è stato necessario un lavoro collettivo. Volpe ha raccontato di aver svolto ricerche con organizzazioni, consulenti, pazienti, persone malate, caregiver e detenuti, anche per costruire i dialoghi ambientati nel carcere. «Tutto per me è iniziato con la sceneggiatura, ma per restare fedeli a questa domanda serve un villaggio di persone».

Morgan ha insistito sull’unicità dello sguardo del film. Il carcere è spesso rappresentato come un luogo di violenza estrema, ma Frank & Louis cerca ciò che resta dell’umano anche dentro quella realtà. «Petra ed Ester ci hanno dato una sceneggiatura sull’umanità, che mostra quanto siamo capaci di tenerezza. Il capo clan ha a che fare con le stesse malattie, emozioni e paure che affrontiamo ogni giorno anche noi».

È uno sguardo che non assolve, ma riconosce. Anche chi ha commesso crimini terribili invecchia, si ammala, ha paura e dipende dagli altri. La malattia non cancella la colpa, ma costringe a guardare le persone oltre l’immagine del reato.

La prigione come quotidianità

«Prima un ospedale, ora la prigione», ha detto Volpe, riferendosi ai suoi film e ai luoghi in cui ha scelto di ambientarli. Le riprese si sono svolte nel Regno Unito, a Chislehurst, trasformata in una prigione americana. Una cella è stata invece ricostruita a Winterthur, in Svizzera, trasformando uno studio cinematografico. Il risultato non doveva però assomigliare ai film carcerari già visti. «Abbiamo cercato di evitare le cose che si ritrovano negli altri film sulle prigioni. Non volevamo le scene tipiche né cadere nella trappola dei cliché. Volevamo mostrare la quotidianità».

Per chi è detenuto da decenni, il carcere diventa una casa con le proprie abitudini, i propri orari e la propria routine. Volpe ha incontrato persone che vivono in prigione da quarant’anni. La violenza che le interessava raccontare non era quindi soltanto quella dei secondini o dei conflitti tra detenuti, ma quella più silenziosa dell’essere costretti dentro uno spazio e di doverci costruire una vita. «Volevo che brillasse l’essere umano. Volevo far brillare i volti e la pelle, per evidenziare l’umanità di questi uomini che incontriamo».

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