Down the Arm of God: quando la strada verso il paradiso è lastricata di cattive intenzioni

La strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E quelle di Down the Arm of God sono indubbiamente ottime. Peter Brunner parte da una storia vera per raccontare una realtà che troppo spesso passa sottotraccia: quella dei senzatetto negli Stati Uniti e di un sistema che riesce a lasciare ai margini migliaia di persone. Lo fa attraverso Nick, giovane pastore di una cittadina texana che, durante un inverno particolarmente rigido, cerca di offrire loro un rifugio scontrandosi con la resistenza della propria congregazione.
Il progetto ha inoltre una caratteristica che merita attenzione. Brunner e Caleb Landry Jones hanno lavorato per circa cinque anni insieme a persone che hanno vissuto direttamente l’esperienza della homelessness, alcune delle quali compaiono anche nel film. L'intenzione era costruire il racconto partendo dalle loro testimonianze e non osservando la povertà dall'esterno.
Il problema è che questa ricerca di autenticità raramente riesce a trasferirsi sullo schermo. La sceneggiatura, soprattutto, finisce per indebolire un materiale umano e politico molto più interessante del film che ne deriva. I personaggi sono spesso tagliati con l'accetta: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi, bigotti e ignoranti. La contraddizione di una comunità che nel nome di Dio va a messa e si considera composta da buoni fedeli, salvo poi dimenticare gli insegnamenti cristiani quando si tratta concretamente di accogliere il prossimo, è evidente e potente. Ma proprio perché lo è avrebbe meritato maggiore complessità.
Anche il gruppo dei senzatetto viene progressivamente addomesticato dalla narrazione. Le tensioni e le difficoltà che inevitabilmente accompagnerebbero una convivenza del genere vengono smussate fino a trasformare queste persone quasi in un disciplinato gruppo dell'oratorio, desideroso persino di darsi delle regole. Il risultato è paradossale: un film nato per combattere gli stereotipi finisce talvolta per sostituirli con altri, più rassicuranti. Manca soprattutto un'autentica evoluzione dei personaggi e alcune dinamiche assumono una semplicità da film televisivo pomeridiano.
A pesare è anche una messa in scena troppo pulita. La fotografia di Peter Flinckenberg è tecnicamente buona, ma proprio questa compostezza impedisce di avvertire fino in fondo il disagio. Ambienti e personaggi sembrano levigati e persino quell'America periferica, nonostante l'ignoranza e i pregiudizi mostrati apertamente, non restituisce pienamente la sensazione di decadenza che la storia richiederebbe.
Sul piano interpretativo il coinvolgimento di persone realmente passate attraverso la condizione raccontata impone naturalmente parametri differenti. Tra gli attori professionisti, invece, le prove convincenti sono poche. L'eccezione è Caleb Landry Jones, autore di una grande prova che riesce a dare a Nick sfumature che la scrittura non sempre gli concede.
Il finale nel suo complesso convince poco, ma contiene almeno un'intuizione narrativa capace finalmente di produrre quel pugno nello stomaco cercato per buona parte del film. Meglio non dire altro. Rimane così soprattutto il valore dell'operazione: Down the Arm of God vuole aprire una conversazione su una delle più gravi crisi sociali americane e sui fallimenti sistemici che la alimentano, non limitarsi a trasformarla in spettacolo. Peccato che tra ciò che il film vuole essere e ciò che effettivamente riesce a diventare rimanga una distanza troppo grande.
VOTO 2,5 su 5
