Il personaggio

Gli anni dimenticati di Lino Banfi

Lino Banfi compie novant’anni ed è così famoso che non c’è bisogno di ripercorrere la sua lunghissima carriera fra cinema, teatro e televisione
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Stefano Olivari
09.07.2026 17:00

Lino Banfi compie novant’anni ed è così famoso che non c’è bisogno di ripercorrere la sua lunghissima carriera fra cinema, teatro e televisione. Più interessante invece notare come da trent’anni sia nell’immaginario, soprattutto dei più giovani, una specie di nonno saggio quando invece il suo successo si deve fondamentalmente alla commedia sexy degli anni Settanta e primi Ottanta, oggi improponibile al punto che certi film, non soltanto i suoi, vengono proposti in televisione con tagli imbarazzati e imbarazzanti.

Nonno d'Italia

Partiamo dal Banfi più recente, omaggiato in maniera polverosa e istituzionale un po’ da tutti: la RAI con il docufilm Lino d'Italia – Storia di un itAlieno, i politici che mandano messaggi, località sconosciute che si inventano premi alla carriera, addirittura molti critici cinematografici in vena di rivalutazione, molti anni dopo Quentin Tarantino. A celebrare Banfi ci ha pensato anche lui stesso con il libro 90, non mi fai paura e in definitiva anche chi non vedrebbe un fotogramma dei suoi film mostra il dovuto rispetto nei confronti di un uomo nato il 9 luglio 1936, vedovo da tre anni e presente nelle vite di tutti noi anche con battute girate da un amico su WhatsApp. Peccato però che i festeggiamenti ufficiali abbiano qualcosa di falso, perché ignorano o trattano superficialmente il motivo per cui Banfi sarà ricordato fra due secoli: non certo il Nonno Felice di Un medico in famiglia ma il protagonista maschile per eccellenza della commedia sexy all’italiana. Decine di film del genere, quasi tutti successi al botteghino e in televisione. Almeno fino a quando la televisione ha potuto mandarli in onda.

Zagaria

Per capire Lino Banfi bisogna capire Pasquale Zagaria, il suo vero nome, e la sua lunghissima gavetta nell’avanspettacolo pugliese degli anni Cinquanta e Sessanta: teatrini, feste di piazza, pochi soldi e tanti insulti presi. Nessuna accademia, nessun circolo intellettuale, tante battute di grana grossa e soltanto un sogno, il cinema. Che si materializza grazie a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che lo vogliono al loro fianco in una serie di film, di cui l’unico guardabile oggi è L’esorciccio, parodia dell’Esorcista girata con budget ridicolo. E così a quasi quarant’anni Banfi entra nel giro del cinema italiano e insieme a Edwige Fenech, Gloria Guida, Nadia Cassini, Alvaro Vitali, Renzo Montagnani, Mario Carotenuto, Lando Buzzanca, Aldo Maccione e pochi altri, senza dimenticare registi monumento come Michele Massimo Tarantini, Nando Cicero, Mariano Laurenti e Sergio Martino, crea un genere che la critica engagée dell'epoca liquida con sufficienza. Ingredienti di base il nudo femminile, con l’immancabile scena della doccia, doppi sensi in quantità industriale, situazioni pretestuose con al centro sempre storie di sesso più o meno consumato ma sempre visto come un obbiettivo primario (a ben vedere questa sarebbe la vera differenza con il 2026…). I rivalutatori di professione poi nei film di Banfi hanno trovato il racconto delle contraddizioni di un'Italia in piena trasformazione: il boom economico digerito a metà, l'emigrazione interna, il perbenismo di facciata, la sessuofobia mista alla sessomania. Avendo visto quei film ai loro tempi e anche oggi, dobbiamo dire che tutta questa sociologia non c’è: semmai oggi è un pretesto nobile per farsi piacere quei film senza ridere, come tutti facevano (e molti fanno) al loro primo livello di lettura.

Guida Banfi

Fra tanti titoli ce ne sono alcuni che vanno davvero consigliati a chi non abbia mai visto un film con Lino Banfi. Il primo è L’infermiera di notte, del 1979, regia di Mariano Laurenti: qui Banfi è un dentista donnaiolo alle prese con un finto zio malfermo e un'eredità in ballo, al fianco di Gloria Guida e Mario Carotenuto. Uno dei tanti titoli-serie con al centro infermiere, insegnanti, soldatesse, eccetera. Da segnalare in questo sottofilone L’insegnante va in collegio (con Fenech), La liceale nella classe dei ripetenti (con Guida), L’infermiera di notte (Guida), L’insegnante balla… con tutta la classe (con Cassini), La liceale seduce i professori (Guida), e ci fermiamo qui. Una minisvolta nel 1981, con il più curato Cornetti alla crema, regia di Sergio Martino, con Banfi sarto specializzato in abiti talari, diviso tra la moglie Milena Vukotic e l'amante Edwige Fenech: pochade nel senso più classico del termine. Di qualità anche Vieni avanti cretino, 1982, regia di Luciano Salce, in cui Banfi è Pasquale Baudaffi, ex detenuto che tenta un reinserimento sociale destinato al disastro. Molti banfiani osservanti ritengono il top un episodio di Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, del 1983: qui Banfi è Altomare Secca, pugliese superstizioso trapiantato a Roma, protagonista del celebre rito scaramantico nella vasca da bagno diventato meme ante litteram grazie alle repliche televisive infinite.. Sempre del 1983 è Al Bar dello sport, regia di Francesco Massaro: il Totocalcio, la schedina, la domenica pomeriggio con la radio accesa e senza la pay-tv.

Allenatore nel pallone

Inutile girarci intorno: c’è un prima e un dopo Oronzo Canà. L’allenatore nel pallone, regia di Sergio Martino, è molto più amato oggi che nel 1984 quando uscì. Di fatto è il film che chiude l’era del Banfi trash e fa iniziare quella del Banfi condiviso: l’allenatore della Longobarda, con il suo 5-5-5 e la bizona, diventa citatissima icona pop e porta Banfi in produzioni più ricche anche se meno divertenti, a generi diversi: in questo senso da rivalutare anche Il commissario Lo Gatto. Poi complici gli ingaggi dell’era Berlusconi presenze sempre più frequenti in televisione, da conduttore o da ospite, con il ricordo della commedia sexy che piano piano svanisce o viene confinato a circuiti di appassionati già prima della diffusione di internet.

Censura oggi

Perché oggi i film di Banfi fino al 1983 sono, con rare eccezioni, confinati in pochi canali, tipo Cine 34, e a volte anche tagliati o con la pubblicità che cala come una mannaia? La spiegazione è semplice: i comportamenti che Banfi rappresentava non potrebbero oggi avere cittadinanza in alcuna produzione, nemmeno come oggetto di satira, quindi prendendone le distanze, cosa che peraltro lui non faceva. Le gag sui gay (non li definiva esattamente così) e sulla mascolinità in crisi, architravi del banfismo delle origini, con tanto di figli da redimere, oggi nessuno avrebbe più il coraggio nemmeno di scriverle. E certe scene sono state rimosse non soltanto dalla televisione generalista ma anche da Facebook. Altro tema datato quello dell’uomo palpeggiatore seriale: dentisti, sarti, baroni, tutti impegnati in tentativi più o meno maldestri di sedurre pazienti, clienti o dipendenti. La comicità e le nostre risate nascevano dal contrasto tra il desiderio del protagonista e l'ostacolo (la moglie gelosa, l'equivoco, l'arrivo improvviso di qualcuno), non certo da una riflessione sul limite tra corteggiamento e molestia: temi che non esistevano nemmeno sui giornali, figurarsi in una commedia. In generale il problema della televisione odierna con quei film non è certo la nudità femminile, tutto sommato limitata alle docce e a poche altre scene, ma l’impianto stesso del racconto.

Belli freschi

C'è una notizia recentissima, quasi una coincidenza con il compleanno di Banfi, che racconta meglio di qualsiasi editoriale il cortocircuito tra la memoria di quel cinema e la sensibilità contemporanea. Christian De Sica, che con Banfi condivide I pompieri e Belli freschi, si è ritrovato nei giorni scorsi a commentare i tagli operati sulle versioni disponibili in streaming e su Cine34 del bellissimo Simpatici & Antipatici, cult del 1998 diretto da De Sica stesso. Alcune battute («Te ricordi che bucio de…», eccetera) considerate oggi troppo volgari, tra riferimenti sessuali espliciti e una frase sul voto all'Ulivo condita da un'espressione omofoba, sono sparite dalle edizioni disponibili su Amazon Prime Video e sul canale in chiaro Mediaset. Il produttore Pietro Valsecchi ha derubricato la scelta a un adattamento pensato per la messa in onda televisiva, non a una censura vera e propria. De Sica, dal canto suo, si è chiamato fuori dalla decisione, definendo comunque il film, proprio per quella scorrettezza oggi limata, un cult nel tempo. È lo stesso terreno su cui si muove, senza dirlo esplicitamente, l'intera eredità cinematografica di Banfi: un repertorio fatto di stereotipi meridionali, macchiette sessuali, superstizioni pugliesi caricaturate, situazioni che oggi verrebbero probabilmente riscritte da cima a fondo ma che all'epoca costituivano un linguaggio comico condiviso, popolare, capace di riempire le sale. La differenza, se vogliamo, è che De Sica quella tensione la vive ancora in prima persona, difendendo pubblicamente lo spirito di quei film. Banfi, invece, quella stagione l'ha silenziosamente archiviata già a metà degli anni Novanta, quando il ruolo di nonno Libero in Un medico in famiglia gli ha offerto la possibilità di una rifondazione pubblica quasi totale: dal seduttore di provincia e dal poliziotto scalcinato al patriarca saggio e rassicurante, capace di conquistare il pubblico delle famiglie senza più bisogno di far spogliare Edwige Fenech o Gloria Guida. Un'operazione di immagine tanto riuscita da far quasi dimenticare, nella percezione collettiva più recente, che il Banfi degli esordi cinematografici fosse esattamente l'opposto: scorretto, macchiettistico, l'incarnazione più fisica e sboccata di un'Italia che rideva di sé stessa senza troppi complimenti. Il paradosso è che proprio quel cinema, oggi difficilmente riproponibile senza tagli o senza qualche avvertenza contestuale, resta, insieme a L'allenatore nel pallone, la parte più autenticamente popolare della sua filmografia, quella che ha attraversato generazioni grazie alle repliche televisive pomeridiane più che ai libri di storia del cinema.