Il cemento progettato dagli architetti, lo spazio reinventato dalle persone: «Gli edifici appartengono a chi li vive»

Un complesso di cemento degli anni Settanta, fontane ormai senz'acqua, grandi superfici vetrate e spazi pensati mezzo secolo fa per una funzione che oggi ne hanno trovate molte altre. C'è chi arriva per fare parkour, chi prova una coreografia K-pop utilizzando le finestre come specchi, chi pattina e chi trasforma un angolo dell'edificio in un piccolo palcoscenico. L'architettura rimane immobile, sono le persone a riscriverla.

È ciò che ha attirato lo sguardo di Susanne Bürner a Mériadeck, grande complesso urbanistico nel centro di Bordeaux e protagonista di «The floor all around me», il film che l'artista berlinese ha presentato in prima svizzera nel concorso della quinta edizione dello St. Moritz Art Film Festival. Tredici minuti nei quali edifici e corpi sembrano progressivamente scambiarsi i ruoli: il cemento diventa ostacolo, specchio o scena, mentre chi attraversa quegli spazi finisce per costruire una coreografia non programmata.
«Ero stata invitata a una residenza artistica a Bordeaux e conoscevo già il quartiere. Era il periodo del Covid, tra due lockdown, quindi la permanenza prevista di un mese era stata ridotta a due settimane. Non sapevo ancora che cosa avrei fatto: ogni giorno andavo lì con il treppiede e raccoglievo fotografie e video, cercando semplicemente di accumulare più materiale possibile».

Bürner lavora da anni sul rapporto tra corpo e spazio, presenza e assenza, realtà e illusione. Fotografia, video e libri d'artista diventano strumenti per interrogare ciò che vediamo e ciò che rimane fuori dall'inquadratura. L'architettura occupa un posto particolare nella sua ricerca: è il tentativo umano di organizzare lo spazio, ma anche, inevitabilmente, la vita che dovrebbe svolgersi al suo interno. Le sue opere sono state presentate in musei e istituzioni internazionali e fanno parte, tra le altre, delle collezioni dello ZKM di Karlsruhe e della Staatsgalerie Stuttgart.
A Bordeaux, inizialmente, erano state soprattutto le forme del complesso a interessarla. Costruito negli anni Settanta, Mériadeck si sviluppa su due livelli, separando in parte il traffico automobilistico dagli spazi pedonali. «Mi affascinavano le facciate in cemento, perché ogni torre ha un disegno differente. Sotto ci sono le automobili e il centro commerciale, sopra le fontane, un campo da tennis e diversi spazi pubblici. È quasi una città dentro la città».

Ma osservando quel pezzo di Bordeaux ogni giorno, l'artista ha cominciato a interessarsi meno all'edificio in sé e più a quello che gli accadeva attorno. «C'erano tantissime persone che interagivano con l'architettura. Mi affascinava perché sembrava quasi che ne grattassero la superficie. Usavano gli edifici esattamente come volevano loro. Nulla sembrava più prescritto dall'architettura: era diventato una specie di grande parco giochi».
È qui che «The floor all around me» supera la semplice osservazione di un complesso urbanistico. L'autrice guarda soprattutto alla distanza tra lo spazio immaginato da chi lo ha progettato e quello che mezzo secolo più tardi serve davvero alle persone.
«Quando Mériadeck fu costruito erano state previste quasi dieci fontane. Oggi soltanto una grande vasca contiene ancora acqua. In origine si immaginava quindi che le persone trascorressero lì il proprio tempo, ma quelle fontane ormai non svolgono più quella funzione».
Lo spazio, però, non è rimasto vuoto. Ha semplicemente cambiato uso. «Oggi pattinano, provano brani musicali, utilizzano le vetrate come specchi per le coreografie, fanno parkour. Non credo che gli architetti avessero immaginato questi utilizzi».
Ed è proprio questa imprevedibilità ad affascinarla. Per la filmmaker un edificio non smette di evolversi quando viene terminato: chi lo abita o semplicemente lo attraversa può sottrarlo alle intenzioni originarie del progettista. «È il modo in cui le persone prendono possesso di un luogo e lo rendono proprio. A un certo punto diventa indipendente da ciò che gli architetti avevano pensato all'inizio. Mi piace l'idea che le persone abbiano conquistato una sorta di potere su quello spazio».
C'è poi un elemento che rende il caso ancora più interessante. Molti dei ragazzi ripresi nel film non abitano affatto nel quartiere. Arrivano da altre zone di Bordeaux, persino dalla periferia, appositamente per utilizzarne gli spazi.
«Ho parlato con loro e molti non vivono lì. Non è che escano dal proprio appartamento e scendano semplicemente a provare una coreografia. Alcuni arrivano dai sobborghi. Le persone che facevano parkour, per esempio, avevano scoperto Mériadeck attraverso un'app che segnala i luoghi interessanti per praticarlo in Francia e non c'erano mai state prima».
Quello che potrebbe apparire come il fallimento di un progetto urbanistico diventa allora, almeno sotto un altro punto di vista, un suo successo inatteso. «Il luogo possiede un'attrattiva che va oltre il quartiere e credo che questo sia anche un risultato dell'architettura, pur non essendo stato previsto».

Il giudizio dell'artista tedesca, del resto, non è né celebrativo né liquidatorio. I grandi complessi costruiti in quegli anni continuano a dividere: c'è chi li considera testimonianze da preservare e chi vede soltanto strutture obsolete. «Le persone che abitano lì mi hanno detto che amano viverci. Il problema è che il complesso non è mantenuto bene e questo viene criticato. Si sentono anche personalmente trascurate perché percepiscono che l'amministrazione non si prende cura del luogo».
Demolire, però, non rappresenta necessariamente la soluzione. «Molti edifici di questo tipo vengono abbattuti. Certamente hanno bisogno di essere modernizzati, per esempio negli impianti e nel riscaldamento, ma dal punto di vista ecologico rimane preferibile conservarli piuttosto che demolirli».
Nel film colpisce anche l'uso fisico dello spazio. I ragazzi corrono, ballano, saltano, provano insieme. Lo smartphone sembra quasi scomparire, almeno in superficie, da una scena che potrebbe appartenere a un'epoca precedente. Susanne invita però a non costruire una contrapposizione troppo facile.

«In realtà i social media rimangono sullo sfondo. Molti provavano coreografie K-pop, quindi seguivano una tendenza conosciuta proprio attraverso i social. Ne ho visti anche alcuni filmarsi e naturalmente poi pubblicano i video su Instagram».
La differenza sta semmai in ciò che accade dopo lo schermo. «Lì interagiscono fisicamente. Con il telefono non hai lo stesso tipo di relazione corporea. Trovarsi in quello spazio crea maggiormente un senso di comunità, mentre sui social ognuno tende a rimanere nel proprio tunnel».
La questione tocca direttamente uno dei bisogni ai quali l'architettura dovrebbe riuscire a rispondere: non soltanto offrire edifici funzionali, ma permettere alle persone di riconoscersi nei luoghi che attraversano. Un risultato che, avverte Bürner, difficilmente può essere programmato completamente dall'alto.
«È complicato creare queste condizioni in maniera top-down. Ma qui si è creata un'identità. Le persone che abitano a Mériadeck si identificano con il luogo e, in qualche modo, lo fanno anche quelle che arrivano da fuori per utilizzarlo».
La costruzione del film segue la stessa idea di stratificazione. Tornata in Germania, Susanne ha prima stampato le fotografie delle facciate su tessuto, per poi disporle nel proprio studio e fotografarle nuovamente. Da lontano sembrano normali immagini architettoniche; avvicinandosi, la materia rivela l'illusione. Quel principio è poi entrato nel montaggio di «The floor all around me», dove le scene si sovrappongono e scorrono lateralmente come quinte.
«Per me lavorare con diversi strati significa nascondere e mostrare contemporaneamente. È come avere delle tende: ne apri una e scopri qualcosa, poi ne apri un'altra. Volevo che il film fosse quasi teatrale, che le persone apparissero come attori e non semplicemente come persone riprese nella loro quotidianità».
Anche il suono evita di limitarsi ad accompagnare le immagini. Costruito a partire dai rumori del luogo, segue una propria traiettoria: a volte incontra ciò che vediamo, altre se ne allontana. «Mi piace che musica e immagini procedano parallelamente. A volte si sostengono, altre volte no. Il suono diventa quasi antropomorfo, come se anche le cose avessero una propria voce».
A St. Moritz era la sua prima volta, non soltanto al festival ma anche in Engadina. «È un luogo incredibilmente bello. Forse dovrei tornare soltanto per la natura, senza passare il tempo dentro un cinema», scherza. «Ma mi è sembrato anche culturalmente molto vivo e sono stata felice di essere stata invitata».
Ora la attendono una mostra collettiva al Goethe-Institut di Dublino, nata da una residenza svolta nel 2024 nel sud-ovest dell'Irlanda, e successivamente un progetto collegato a Francoforte. Ma prima di salutare, Susanne torna ancora una volta a quel pezzo di Bordeaux e a ciò che ha trovato osservandolo: non tanto un'architettura riuscita o fallita, quanto uno spazio al quale le persone hanno attribuito una nuova identità. «È questo ciò di cui un luogo ha bisogno per non diventare un non-luogo, un posto che nessuno accetta e nel quale non succede nulla. Lì, invece, le persone hanno accettato quello spazio come proprio».
