Il Cileno, un ponte tra due storie che resta in superficie

Da una parte, il Cile del golpe e della repressione di Augusto Pinochet, che ha spezzato il sogno democratico di Salvador Allende; dall’altra, l’Italia degli anni ’70, dove ideali rivoluzionari conducono gruppi estremisti alla violenza e al terrorismo. È su questo crinale che si muove Il Cileno di Sergio Castro-San Martín, presentato ieri sera in anteprima mondiale in Piazza Grande.
Aldo Marín (Camilo Arancibia) è un giovane cileno costretto all’esilio. Arrivato a Torino, cerca di ricongiungersi alla moglie e al figlio rimasti in patria. Ma il suo talento nel fabbricare ordigni lo porta dentro un gruppo della sinistra extraparlamentare. «Li faccio, ma non li installo. Non voglio avere a che fare con morti», dice. Intorno a lui si muovono un’amicizia destinata al tradimento, una famiglia scomparsa, una dottoressa che pratica aborti clandestini e una città attraversata dalla violenza politica.
Il film si ispira alla storia vera di Marín, definito dal regista «un figlio della dittatura», un personaggio dimenticato della storia cilena. È un uomo senza patria, quasi un orfano, e la sua condizione dialoga con quella della torinese Luciana, (Sara Serraiocco): anche lei è, secondo le parole del regista, «un’orfana di lusso», privata non della famiglia ma di un’appartenenza piena. Per la sceneggiatrice Simona Nobile, il punto di partenza era fare di Aldo un antieroe: un personaggio non sempre condivisibile, ma del quale il pubblico potesse comprendere le emozioni e il percorso.
Ni chicha ni limonada
Nel rapporto tra i due, il film trova i suoi momenti migliori. Nelle relazioni, nei silenzi e nei piccoli attriti tra persone costrette a vivere dentro la Storia. C’è una scena, in particolare, in cui Aldo e Luciana camminano per le strade di Torino e si raccontano attraverso i colori delle loro città. Aldo osserva che molte case sono gialle: in Cile, spiega, il giallo è associato a ciò che è ni chicha ni limonada, non è né di destra né di sinistra, «né carne né pesce». Quando Luciana gli chiede di che colore siano le case cilene, lui risponde: «Plomo», grigio piombo. «Il colore dei morti», replica lei. In pochi scambi, il film mette così a confronto la vivacità ambigua della città italiana e il grigiore di un Paese segnato dalla dittatura, mentre i due personaggi iniziano a riconoscersi nella comune esperienza dello sradicamento. «Non c’è bisogno di traduzioni perché loro si capiscono», ha detto Castro-San Martín parlando della scena: i due personaggi spiegano i propri Paesi e, nel farlo, riconoscono una comune estraneità.
Il limite del film sta però proprio nella materia che vorrebbe attraversare. Il Cileno mette in campo esilio, terrorismo, aborto, famiglia, amicizia, tradimento, violenza, autorità e memoria, ma accumula temi senza riuscire ad approfondirne alcuno. Svolte e battute sono troppo esplicite; la ricerca storica resta più dichiarata che trasformata in complessità narrativa.
Il risultato è un film accessibile, dalla grammatica vicina a quella della fiction televisiva, che privilegia l’emozione immediata alla complessità delle contraddizioni. Ha un’ambizione contenuta e una grammatica vicina a quella della fiction televisiva: privilegia l’emozione immediata alla complessità delle contraddizioni.
«Comunità che sono partite da Locarno e che a Locarno ritornano»
C’è un aspetto che il film porta con sé e che merita di essere sottolineato: la storia produttiva. È una coproduzione tra Italia, Svizzera e Cile, realizzata da dispàrte, EQUECO e Cinédokké, in associazione con Redibis Film e in coproduzione con RSI, con il sostegno di Ticino Film Commission. In conferenza stampa, il produttore Alessandro Amato ha ricordato che il progetto è nato dall’incontro con Pablo Calisto a Locarno, nel 2017, durante Match Me, piattaforma di networking di Locarno Pro. Dopo la lettura del libro da cui il film prende spunto, è iniziato un percorso di sviluppo che ha coinvolto progressivamente le diverse realtà produttive e autoriali.
«È un film che mette insieme tante realtà, un film collettivo, tante comunità che sono partite da Locarno e sono tornate a Locarno», ha detto Amato. Il film è stato girato quasi interamente a Torino, con una settimana in Cile e alcune scene a Locarno. Questa sera, in Piazza Grande, quella collaborazione prende vita con la prima mondiale.
Pablo Calisto ha ricordato le difficoltà di una coproduzione che ha dovuto far lavorare insieme Paesi diversi e ha definito centrale la scelta di tornare agli anni Settanta da una prospettiva non consueta: quella di giovani produttori che si interrogano sul senso di raccontare oggi quel periodo. Per Amato, inoltre, la forza del film è che guarda a una stagione italiana intensa, gli anni di piombo, ma «attraverso gli occhi di uno straniero»: «Qualcuno che arriva in una città sconosciuta e vi riconosce, allo stesso tempo, qualcosa di familiare».
Il Cileno ricorda dunque una storia che rischia di essere dimenticata e costruisce un ponte tra Cile e Italia. Un ponte evidentemente solido nelle intenzioni, ma molto meno sorprendente — e meno ambizioso — di quanto la sua materia avrebbe consentito.
