«Il cinema deve incontrare il mondo, senza rinunciare al dialogo»

«Il mio desiderio è che, tra dieci o quindici anni, rileggendo il modo in cui il Festival di Locarno ha attraversato i momenti storici nei quali si è trovato a operare, si possa riconoscere una traccia precisa del nostro sguardo sul presente». È da questa prospettiva che Giona A. Nazzaro racconta la 79. edizione del Locarno Film Festival: un programma costruito non per inseguire l’attualità, ma per restituire la complessità del presente. «Abbiamo visto molti film provenienti dal Medio Oriente, ma allo stesso tempo abbiamo riflettuto sulla necessità di non ripeterci. Non volevamo proporre opere che non fossero all’altezza di quelle dell’anno scorso. Ciò non significa che siano mancati titoli importanti: penso, per esempio, a Revolutionaries Never Die di Mohanad Yaqubi, nella sezione Cineasti del Presente, capace di lasciare un segno sia sul piano politico sia su quello formale».
Anche il film
d’apertura sembra indicare una direzione precisa.
«Les Yeux Verts
si è imposto quasi naturalmente. Racconta una famiglia di rifugiati iracheni in
Francia in attesa di un visto, ma anche le conseguenze dello sradicamento di
chi vive sospeso tra due mondi. Allo stesso tempo è un film fantastico: il
fratello della protagonista sprofonda in un sonno depressivo e lei decide di
seguirlo nei suoi sogni per riportarlo alla vita. Un’opera che intreccia tre
livelli narrativi, tutti profondamente politici, ideale per esprimere il senso
del nostro lavoro e il contesto in cui lo stiamo svolgendo».
Rispetto alla
scorsa edizione, in cui molti film si confrontavano con i conflitti in corso,
quest’anno il rapporto con la dimensione politica sembra assumere forme
diverse. È così
«Quando si lavora
con la cultura è inevitabile incontrare la politica. La questione è come la si
incontra. Noi non facciamo una selezione ideologica o partitica: scegliamo
sulla base di valori creativi ed estetici. Ma, come diceva Roberto Rossellini,
se questi valori sono autentici riflettono inevitabilmente la presenza
dell’uomo nel proprio tempo. E questo è già politico. Non credo che l’arte
debba rimanere al di sopra delle cose, ma non credo nemmeno a un’arte che entri
nella trincea dell’agone ideologico senza lasciare spazio al dialogo. Essere
politici significa incontrare il mondo. Locarno è una piattaforma aperta alle
voci che normalmente non ascoltiamo. L’anno scorso mi veniva detto: “Ci sono
molti film dal Medio Oriente e pochi sull’Ucraina”. Ma non significava che un
conflitto fosse più importante dell’altro: semplicemente, nelle condizioni in
cui lavorano i cineasti, cambiano le immagini disponibili. La libertà di
opinione non è gratuita: nasce dal confronto, anche quando è difficile. Essere
politici significa mantenere un equilibrio costante, metastabile, per
confrontarsi con la complessità nel modo più corretto possibile. Per questo
penso che anche Francesco, giullare di Dio di Rossellini sia un film politico
quanto Roma città aperta: raccontano l’uomo nel proprio tempo».
Nel Concorso
emergono tre elementi ricorrenti: la famiglia, la comunità e il corpo come
luogo in cui interrogare l’identità. Che cosa raccontano questi temi del
momento storico che stiamo vivendo?
«Credo sia legato
al fatto che oggi gli individui si sentono sempre più minacciati nella
possibilità di avere spazi sociali, personali e creativi liberati dalla
violenza. Di conseguenza il cinema riflette maggiormente sulle possibilità del
corpo, sulle forme della vita comunitaria e sui nuclei familiari. Sono tre
elementi che si inseguono e si intrecciano continuamente».