Locarno79

«Il cinema deve incontrare il mondo, senza rinunciare al dialogo»

L'intervista a Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival
©ANDREAS BECKER
Viviana Viri
09.07.2026 23:30

«Il mio desiderio è che, tra dieci o quindici anni, rileggendo il modo in cui il Festival di Locarno ha attraversato i momenti storici nei quali si è trovato a operare, si possa riconoscere una traccia precisa del nostro sguardo sul presente». È da questa prospettiva che Giona A. Nazzaro racconta la 79. edizione del Locarno Film Festival: un programma costruito non per inseguire l’attualità, ma per restituire la complessità del presente. «Abbiamo visto molti film provenienti dal Medio Oriente, ma allo stesso tempo abbiamo riflettuto sulla necessità di non ripeterci. Non volevamo proporre opere che non fossero all’altezza di quelle dell’anno scorso. Ciò non significa che siano mancati titoli importanti: penso, per esempio, a Revolutionaries Never Die di Mohanad Yaqubi, nella sezione Cineasti del Presente, capace di lasciare un segno sia sul piano politico sia su quello formale».

Anche il film d’apertura sembra indicare una direzione precisa.
«Les Yeux Verts si è imposto quasi naturalmente. Racconta una famiglia di rifugiati iracheni in Francia in attesa di un visto, ma anche le conseguenze dello sradicamento di chi vive sospeso tra due mondi. Allo stesso tempo è un film fantastico: il fratello della protagonista sprofonda in un sonno depressivo e lei decide di seguirlo nei suoi sogni per riportarlo alla vita. Un’opera che intreccia tre livelli narrativi, tutti profondamente politici, ideale per esprimere il senso del nostro lavoro e il contesto in cui lo stiamo svolgendo».

Rispetto alla scorsa edizione, in cui molti film si confrontavano con i conflitti in corso, quest’anno il rapporto con la dimensione politica sembra assumere forme diverse. È così
«Quando si lavora con la cultura è inevitabile incontrare la politica. La questione è come la si incontra. Noi non facciamo una selezione ideologica o partitica: scegliamo sulla base di valori creativi ed estetici. Ma, come diceva Roberto Rossellini, se questi valori sono autentici riflettono inevitabilmente la presenza dell’uomo nel proprio tempo. E questo è già politico. Non credo che l’arte debba rimanere al di sopra delle cose, ma non credo nemmeno a un’arte che entri nella trincea dell’agone ideologico senza lasciare spazio al dialogo. Essere politici significa incontrare il mondo. Locarno è una piattaforma aperta alle voci che normalmente non ascoltiamo. L’anno scorso mi veniva detto: “Ci sono molti film dal Medio Oriente e pochi sull’Ucraina”. Ma non significava che un conflitto fosse più importante dell’altro: semplicemente, nelle condizioni in cui lavorano i cineasti, cambiano le immagini disponibili. La libertà di opinione non è gratuita: nasce dal confronto, anche quando è difficile. Essere politici significa mantenere un equilibrio costante, metastabile, per confrontarsi con la complessità nel modo più corretto possibile. Per questo penso che anche Francesco, giullare di Dio di Rossellini sia un film politico quanto Roma città aperta: raccontano l’uomo nel proprio tempo».

Nel Concorso emergono tre elementi ricorrenti: la famiglia, la comunità e il corpo come luogo in cui interrogare l’identità. Che cosa raccontano questi temi del momento storico che stiamo vivendo?
«Credo sia legato al fatto che oggi gli individui si sentono sempre più minacciati nella possibilità di avere spazi sociali, personali e creativi liberati dalla violenza. Di conseguenza il cinema riflette maggiormente sulle possibilità del corpo, sulle forme della vita comunitaria e sui nuclei familiari. Sono tre elementi che si inseguono e si intrecciano continuamente».

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