Il coraggio e la perfezione di François Ozon

Ci vuole molto coraggio per adattare per il grande schermo uno dei classici di maggior successo della letteratura mondiale del XX secolo. Un libro che, nonostante il numero ridotto di pagine (appena una novantina) a più di ottant’anni dalla sua pubblicazione nel 1942 continua ad alimentare accesi dibattiti filosofici, politici, storici e filologici; tanto il suo fascino è rimasto intatto nel corso dei decenni. Un libro che ha assunto connotazioni sempre nuove, sorprendenti e inquietanti, suscitando addirittura la pubblicazione di romanzi che cercano di dare una risposta a questi interrogativi, divenuti a loro volta oggetto di fervide discussioni. Ci vuole coraggio per girare un film basato su Lo straniero, il primo romanzo del giovanissimo Albert Camus, che lo scrisse all’età di 26 anni nel giro di poche settimane. Ma il coraggio non basta. E nemmeno il talento. Se ne rese conto anche il grande Luchino Visconti che nel 1967 si cimentò in questa impresa realizzando uno dei suoi film meno riusciti, troppo condizionato dalla produzione di Dino De Laurentiis e dall’impossibilità di avere a disposizione l’attore che avrebbe voluto nei panni del protagonista: Alain Delon, sostituito da un Marcello Mastroianni totalmente fuori parte.
Rileggere un classico del Novecento
Oggi i tempi sono cambiati, i produttori la fanno meno da padroni, ciò che permette a un regista eclettico, prolifico e temerario come François Ozon di lanciarsi in questa rischiosissima avventura soltanto se tutti gli ingredienti che ritiene necessari per la buona riuscita del film sono riuniti. Del resto, il 58.enne cineasta di Sotto le foglie (suo 22. lungometraggio in appena 26 anni di carriera, uscito nelle sale pochi mesi fa) ammette di essere arrivato a Lo straniero quasi per caso. Dopo un progetto abortito che raccontava la storia di un giovane di oggi che finisce col suicidarsi, un amico suggerisce a Ozon di rileggere il romanzo di Camus che non aveva più aperto dai tempi dell’adolescenza e la folgorazione è immediata. Meursault (interpretato dal 29.enne Benjamin Voisin) - piccolo funzionario nella Algeri della fine degli anni ’30 colonizzata dai francesi - un giorno, su una spiaggia assolata e senza un valido motivo, uccide «un Arabo» con quattro colpi di pistola e viene condannato a morte non tanto per la gravità del suo atto ma per il suo rifiuto di sottomettersi alle regole della società dell’epoca, così come non aveva versato neanche una lacrima, qualche giorno prima, al funerale della madre. Una vicenda che, a causa soprattutto dell’astrattezza della figura del protagonista (di cui Camus non descrive mai l’aspetto) e del suo atteggiamento indifferente a tutto ciò che lo circonda, offrirebbe almeno teoricamente, infinite possibilità a chi intende trasporla sullo schermo, mentre invece apre una voragine senza fondo sotto i piedi di chi osa compiere questo passo.
Cast e immagini azzeccate
Ebbene, in quella che rappresenta la sfida più ardua della sua fitta filmografia, François Ozon se la cava alla grande. Perfetta la caratterizzazione dei personaggi così come la scelta dell’intero cast, non solo del protagonista, ma anche di tutti i ruoli secondari, tra i quali meritano senz’altro una citazione Rebecca Marder (Marie, la bella fidanzata di Meursault), Pierre Lottin (Raymond, l’amico violento, intrigante e piacione che determinerà il destino del protagonista) e Denis Lavant (Salamano, l’uomo che picchia il suo cane per disperazione). Tutti attori con cui Ozon aveva già lavorato e dai quali sa quindi trarre il meglio. Perfetta anche la scelta di girare in bianco e nero, non solo per collegarsi alle immagini del cinegiornale d’epoca che apre il film, ma anche perché la fotografia di Manu Dacosse rende il bianco accecante, ipnotico e vibrante proprio come nelle pagine del romanzo, e il nero ancora più buio e misterioso, come accade soprattutto nella drammatica scena del dialogo in prigione tra Mersault e il cappellano. Anche le ambientazioni sono scelte con estrema cura, nonostante il fatto che il film non sia stato girato in Algeria (dove il libro di Camus è tuttora tabù) ma a Tangeri, in Marocco. La sceneggiatura di Ozon - scritta insieme a Philippe Piazzo, suo abituale collaboratore nell’ultimo decennio - non segue pedissequamente la trama del romanzo ma se ne distanzia per alcuni aspetti, dando ad esempio maggior importanza ai personaggi femminili: quello di Marie in particolare ma anche quello della sorella della vittima dell’assassinio che nel film (sull’onda del libro di Kamel Daoud Il caso Meursault, pubblicato nel 2013 da Bompiani) ha finalmente diritto a un nome, quello di Moussa Hamdani. Un bel modo per chiudere il cerchio, tra il passato in cui si svolge la vicenda e il presente in cui essa continua a interpellarci.
«Lo straniero» («L’étranger»), di François Ozon. Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant (Francia 2025, 122’). Voto: 5/5.
