Cinema

Il Locarno Film Festival apre nel segno della libertà e del coraggio

Al chiostro della Magistrale la cerimonia inaugurale della 79. edizione – Hoffmann: «Locarno non copia, Locarno scopre» – Nazzaro: «Sogniamo insieme»
© CdT/Gabriele Putzu
Jenny Covelli
05.08.2026 20:29

La cultura non è un ornamento. È risonanza, uno spazio nel quale una società può incontrarsi, riconoscere la propria complessità e lasciare posto alle domande. È da questa idea, espressa dal CEO Raphaël Brunschwig, che ha preso avvio questa sera, al chiostro della Magistrale, la cerimonia di apertura della 79. edizione del Locarno Film Festival.

Un’apertura corale, con le istituzioni e la direzione del Festival riunite attorno a una parola che ha attraversato tutti gli interventi: libertà. Libertà artistica, libertà di ricerca, libertà di scegliere e di guardare il mondo senza semplificarlo. «Questo Festival vive di una responsabilità condivisa», ha ricordato Brunschwig, citando il lavoro del team, il sostegno delle istituzioni e dei partner, la città che accoglie la manifestazione e il pubblico che ogni anno le attribuisce un significato.

«Locarno non copia, Locarno scopre»

La presidente Maja Hoffmann ha collocato Locarno dentro un cinema in trasformazione, attraversato dalle nuove tecnologie, dagli algoritmi e dalla frammentazione politica. «Il cinema non è un prodotto», ha detto. A Locarno, un film non può essere ridotto a contenuto o a cifra: è un linguaggio, un’esperienza, un modo di andare verso l’ignoto. Difendere l’indipendenza, ha aggiunto, non è una questione di denaro ma «una posizione etica»: significa sostenere i cineasti che prendono rischi, resistono all’uniformità e difendono il diritto all’ambiguità e alla complessità.

Da qui la vocazione del Festival: non riprodurre le gerarchie degli altri, ma ridefinirle. «Locarno non copia, Locarno scopre», ha sintetizzato Hoffmann, rivendicando il ruolo della manifestazione come luogo in cui il futuro del cinema può diventare visibile prima di esserlo altrove. Un ponte verso le cinematografie dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia, che «non sono la periferia del cinema», ma il suo cuore e una parte decisiva del suo futuro. Anche la retrospettiva Red & Black è stata letta in questa prospettiva: non come semplice conservazione del passato, ma come riattivazione degli archivi per il pubblico di domani. E al centro resta la Piazza Grande, chiamata a essere popolare e festosa, ma anche sempre più audace: il luogo in cui un film esigente può trasformarsi in una festa collettiva.

Verso l'ottantesimo, «non sarà nostalgia»

Hoffmann ha inoltre ricordato che Locarno non si esaurisce negli undici giorni della manifestazione. Le attività di BaseCamp, le residenze e la Giornata della diplomazia dovrebbero alimentare un processo lungo tutto l’anno, facendo del cinema uno spazio nel quale l’ascolto torna possibile. «Tra un anno sarà la nostra 80. edizione – ha concluso –. Non sarà nostalgia, sarà una dichiarazione: internazionali senza essere generici, popolari senza essere superficiali, politicamente consapevoli senza essere riduttivi».

Il sindaco Nicola Pini ha riportato il discorso sul rapporto fra il Festival e il territorio. Il punto centrale del suo discorso è stato il carattere inclusivo della manifestazione. In Piazza Grande, ha detto, siedono fianco a fianco istituzioni internazionali e abitanti, studenti e professionisti, attrici e spettatori, persone che vivono di cinema e persone che lo seguono per passione. «Tutti siedono insieme in un “noi” che non è solo simbolico e tutti guardano nella stessa direzione».

Apertura al mondo

La direttrice del DECS e presidente del Consiglio di Stato Marina Carobbio Guscetti ha insistito sulla necessità di prendersi cura delle istituzioni, perché le istituzioni «siamo noi»: persone che lavorano alla luce del sole e dietro le quinte, spesso senza applausi. Il suo intervento ha poi aperto una riflessione sul rapporto fra Festival e realtà contemporanea. «Guerre, fame, fughe e violenze non possono restare estranee a una manifestazione che si definisce spazio di apertura e dialogo». Il cinema, ha detto, può dare voce a chi non ne ha e aiutarci a comprendere esperienze diverse dalle nostre.

La consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider ha definito Locarno una vetrina del cinema svizzero nella quale si riflette il cinema mondiale, ma anche un crocevia culturale ed economico internazionale. Ha ricordato il valore della libertà artistica e il pericolo delle pressioni sulle istituzioni culturali, citando il cinema come luogo di confronto, apertura e integrità.

Nel suo discorso, la direttrice del DFI ha richiamato anche la situazione delle donne: l’autonomia economica e la possibilità di scegliere liberamente il proprio lavoro. La violenza contro le donne, ha sottolineato, «è un fenomeno sistemico che richiede un’azione istituzionale, personale e collettiva».

Il coraggio

A chiudere la cerimonia è stato Giona A. Nazzaro. «In fondo, che cos’è l’utopia? L’utopia è condividere un lavoro comune con le persone a cui vogliamo bene», ha detto. Lavorare insieme, ha aggiunto, significa imparare a sognare meglio. Sognare insieme vuol dire sfidare le leggi dell’esistente e attivare un’energia collettiva. Il direttore artistico ha legato questa energia alla libertà dei sogni e alla necessità di opporsi a ogni forma di censura: quella autoritaria, ma anche quella della paura e degli opportunismi. «Locarno è qui per ricordare a tutti noi che dobbiamo avere il coraggio della nostra felicità, il coraggio dei nostri sogni». Poi l’appello finale: «Siamo coraggiosi, siamo audaci, sogniamo insieme».

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