Locarno79

Il Pardo d’oro Florin Șerban: «In Romania mascolinità e patriarcato sono ancora un modello, col cinema possiamo sollevare domande»

Il regista di You Don’t Belong Here, vincitore a Locarno, racconta un film nato otto anni fa e costruito attorno al difficile rapporto tra un padre e un figlio: «Sono curioso di vedere come sarà accolto nel mio Paese»
Davide Padovan © Locarno Film Festival
Mattia Sacchi
15.08.2026 17:57

Il regista romeno Florin Șerban ha conquistato Locarno con You Don’t Belong Here, storia di un padre e di un figlio che mette in discussione un modello di mascolinità ancora profondamente radicato in Romania. Lo abbiamo incontrato subito dopo la premiazione al GranRex: «Questo film era nella mia testa da otto anni. Poterlo finalmente raccontare e ricevere questo riconoscimento è qualcosa di enorme».

Otto anni con una storia nella testa, due trascorsi soltanto a cercare gli attori giusti, quattro mesi di prove quasi quotidiane. Poi Locarno e il Pardo d’oro. Florin Șerban ha appena lasciato il palco del GranRex quando lo incontriamo, pochi minuti dopo aver scoperto che You Don’t Belong Here (Nu e locul tău aici) è il miglior film della 79. edizione del Locarno Film Festival.

Un riconoscimento che arriva sedici anni dopo il successo internazionale di If I Want to Whistle, I Whistle, premiato alla Berlinale con l’Orso d’argento – Gran Premio della Giuria e il Premio Alfred Bauer. Proprio quell’esperienza, racconta Șerban, gli ha però insegnato a non girare più un film pensando a ciò che potrebbe accadere dopo.

«Quando faccio cinema non penso mai di stare realizzando un capolavoro. Credo che sarebbe il modo e la mentalità sbagliati con cui cominciare». Una tentazione alla quale, ammette, aveva ceduto una volta. «Mi è successo con Box, il mio secondo film. Ero arrivato a Berlino con If I Want to Whistle, I Whistle, avevamo vinto molto ed ero rimasto scosso da tutto quello che era successo. Con il film successivo volevo in qualche modo ripetere quell’esperienza». A distanza di qualche mese dalla première, però, qualcosa non tornava. «Mi sono reso conto che non ero soddisfatto del film proprio perché ero partito con quella mentalità».

Da allora l’approccio è cambiato. «Non ci penso più. Voglio semplicemente raccontare una storia che per me abbia un significato. Fare cinema oggi è troppo difficile per mettersi a pensare ai premi. Per me è molto più importante raccontare una buona storia. La vita è troppo breve per pensare ai premi».

Eppure questo Pardo ha un peso particolare, anche perché arriva al termine di un percorso lunghissimo. «Sono orgoglioso di diverse cose. Prima di tutto di aver avuto la possibilità di lavorare con attori straordinari. E quando dico lavorare non intendo soltanto durante le riprese: abbiamo provato moltissimo e attraverso di loro ho continuato a scoprire la storia. L'hanno arricchita e resa più profonda». Poi c'è quella gestazione durata quasi un decennio. «Questa storia era nella mia testa da otto anni. Essere riuscito finalmente a raccontarla, a raccontarla ad alta voce in un festival come questo e poi ricevere questo premio è davvero qualcosa di importante».

Al centro ci sono Marius e Ioan, padre e figlio agli antipodi. Il primo è un chirurgo affermato, convinto che forza, successo e rettitudine siano i pilastri sui quali costruire un uomo. Il secondo è un adolescente insicuro, incapace di corrispondere all'ideale paterno e destinato a cercare altrove quel senso di appartenenza che non trova in famiglia, fino ad avvicinarsi a un gruppo di estrema destra.

Șerban è particolarmente curioso di scoprire che cosa succederà quando il film arriverà davanti al pubblico del suo Paese. «Qui a Locarno tutti hanno accolto molto bene il tema. In Romania sono curioso di vedere quale sarà la reazione». Perché dietro il rapporto tra Marius e Ioan c'è una questione che va ben oltre la loro famiglia. «Questo film parla principalmente di un certo tipo di mascolinità e si domanda quanto quel modello sia ancora rilevante oggi. In Romania lo è moltissimo. È sostanzialmente ancora il modello di riferimento della mascolinità».

Proprio per questo non dà per scontato che il film venga accolto senza resistenze. «Non so come sarà ricevuto e percepito. Spero che riesca a sollevare qualche domanda, perché credo che sia la cosa migliore che possiamo fare: porre delle domande».

A rendere ancora più potente il confronto tra padre e figlio è una costruzione formale basata quasi interamente sui piani sequenza. Una scelta che ha richiesto una preparazione fuori dal comune. Per trovare Adrian Văncică, uno degli attori più conosciuti in Romania, e il giovane Teodor Butănescu, Șerban racconta di aver impiegato «letteralmente due anni di casting». Una volta trovati, il lavoro era appena cominciato. «Abbiamo provato per circa quattro mesi, praticamente ogni giorno. Quando siamo arrivati sul set eravamo preparatissimi. E nonostante questo molte volte abbiamo fatto trenta ciak».

Trenta ciak di un piano sequenza significano ripetere ogni gesto dall'inizio alla fine. Anche quelli apparentemente più banali. «C'è una scena in cui Marius beve del tè. Credo che alla fine abbiamo fatto 27 ciak: abbiamo calcolato che Adrian aveva bevuto più di cinque litri di tè». Șerban sorride, ma l'esempio rende bene la dimensione dello sforzo. «Serve a capire quello che questi attori hanno dovuto affrontare, non soltanto mentalmente ma anche fisicamente».

Nonostante la pressione, il set non si è trasformato in un campo di battaglia. «Avevamo un dream team. Sui miei set normalmente non ci sono conflitti: nessuno urla, nessuno impreca. Siamo estremamente concentrati e tutto ruota intorno al lavoro. È stato davvero il meglio che potessi sperare».

Ora Locarno si chiude con il finale perfetto. Ma sorprendentemente, quando gli chiediamo quale immagine porterà con sé di questi giorni, Șerban non sceglie il momento in cui ha ricevuto il Pardo d'oro.

«Non fraintendetemi: ricevere un premio come questo è straordinario. Aiuta enormemente il film, aiuta me e aiuta l'industria cinematografica del mio Paese. Su questo non ci sono dubbi». Il momento più forte, però, resta un altro. «È stata la première. Per un regista è sempre così».

In sala, spiega, il film smette improvvisamente di appartenergli. «Durante la première vivi il film attraverso mille spettatori. Vedi uno che si muove durante una scena, un altro che controlla il telefono. Lo guarda per la terza volta e allora pensi: “L'ho perso”. E cominci a chiederti se riuscirai a riconquistarlo con la scena successiva. In quel momento vivi attraverso il pubblico. È qualcosa di estremamente potente».

Ride pensando alla tensione accumulata in quelle ore: «Credo che durante una première si invecchi di due anni. Per me resta sempre quello il momento emotivamente più intenso».

Non ci sarà molto tempo, però, per fermarsi a contemplare il Pardo appena conquistato. You Don't Belong Here partirà già nei prossimi giorni per Sarajevo, dove sarà nuovamente in concorso, seguito da almeno altri cinque festival. E Șerban ha già un altro set davanti a sé. «Tra un mese comincio a girare un nuovo film. Questo, intanto, sta andando benissimo. Non potrei essere più felice».

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