Il volo Swissair 111, al cinema: «La tragedia? Raccontiamo il dopo»

Partito da New York la sera del 2 settembre 1998 e diretto a Ginevra, il volo Swissair 111 precipitò nell'Oceano Atlantico al largo di Peggy's Cove, non lontano da Halifax, Nuova Scozia, mentre l'equipaggio (disperatamente) stava tentando un atterraggio di emergenza. Il comandante Urs Zimmermann e il suo collega avevano notato, dapprima, un odore insolito. Quindi, del fumo in cabina. A bordo dell'MD-11, fiore all'occhiello della flotta a lungo raggio dell'allora compagnia di bandiera, c'erano 229 persone fra passeggeri e membri dell'equipaggio. Morirono tutti. L’ipotesi degli investigatori è che, a provocare l’incidente, fu un corto circuito dei cavi elettrici posti sopra la cabina di pilotaggio. A scatenare l’inferno, con un incendio che rese ingovernabile l’aereo, il fatto che il materiale isolante dell’aereo fosse altamente infiammabile.
Avevamo ripercorso quei momenti, venticinque anni dopo, con il portavoce dell'epoca di Swissair Jean-Claude Donzel. Quasi trent’anni dopo, invece, il destino del volo Swissair 111 è arrivato sul grande schermo. 111 – Echoes from Halifax, diretto dal regista svizzero-messicano Mauro Mueller e prodotto da C-Films con Fidelio Films in coproduzione con SRF, parte da una prospettiva differente. Non ricostruisce il disastro, che al contrario non si vede mai durante il film, concentrandosi piuttosto sui «vivi»: i famigliari delle vittime, i soccorritori, i pescatori e gli abitanti della costa canadese ritrovatisi, all'improvviso, al centro dell'attenzione mediatica. Sullo schermo, in gran parte, vediamo personaggi di fantasia. Nati, però, da una vasta ricerca sul campo. E poi c'è l'eccezione, il comandante Urs Zimmermann, interpretato da Anatole Taubmann. Il progetto, d'altro canto, è approdato a C-Films (anche) grazie a Björn Hering, genero di Zimmermann e coproduttore del film con Anne Walser, che nel 2006 firmò Grounding, pellicola incentrata sulla rovinosa fine di Swissair. 111 – Echoes from Halifax ha avuto la sua prima mondiale lo scorso 16 settembre all'Atlantic International Film Festival di Halifax e la prima europea il 29 settembre al Film Festival di Zurigo. Dal 1. ottobre è nelle sale della Svizzera tedesca, mentre per il Ticino bisognerà aspettare. Nell'attesa, abbiamo intervistato Mueller.
Signor Mueller, il progetto è arrivato a C-Films anche grazie a Björn Hering, genero del comandante Urs Zimmermann. Che cosa l’ha convinta a trasformare la sua idea in un film? Non solo, quanta distanza è servita, a quasi trent’anni dalla tragedia, per poter raccontare il cosiddetto dopo?
«La mia chiave d’accesso sono state le relazioni nate dopo la tragedia. I famigliari arrivavano in Nuova Scozia e persone sconosciute aprivano loro le porte di casa, pur essendo a loro volta segnate da ciò che avevano vissuto. Mi ha commosso vedere come queste persone siano riuscite a consolarsi a vicenda, a volte senza parlare la stessa lingua o senza trovare le parole giuste. È lì che ho trovato il film. Una distanza giusta, credo, non esiste. I decenni trascorsi ci hanno però permesso di vedere che cosa resta ancora oggi e quali legami sono rimasti. Per chi è stato toccato da questa tragedia, ciò non significa affatto che la storia sia chiusa».
Lei ha scritto e diretto il film. Ci sono stati momenti in cui il regista ha dovuto «tradire» lo sceneggiatore? C’è una scena che è cambiata molto tra il copione e il set?
«La sceneggiatura l’ho scritta insieme a Jennie Allen. Durante le riprese le scene non sono cambiate granché. Mi preparo in modo molto preciso; sul set si tratta soprattutto di trovare con gli attori i movimenti e le posizioni giuste nello spazio. Naturalmente possono adattare i dialoghi, purché il nucleo emotivo resti intatto. Più che un tradimento, vivo questa cosa come un modo per portare avanti il pensiero. E a volte le riprese ti regalano qualcosa che non avresti potuto pianificare: per esempio la luce naturale nella scena dell’epilogo, quando l’equipaggio attraversa il ponte».
Sul volo SR111 esistono già documentari e un film per la televisione. Che cosa può fare un film di finzione che un documentario non può? E che cosa, invece, non può fare?
«Un film di finzione ci dà la libertà di raccontare, attraverso personaggi inventati, una realtà interiore: come il lutto cambia la percezione, che cosa si prova di fronte alla vicinanza o all’assenza. Per questo abbiamo fatto ricorso anche a momenti di realismo magico. Certo, anche i documentari possono essere molto soggettivi. I nostri personaggi di finzione ci permettono però di condensare le esperienze emerse dalla ricerca senza attribuirle a una persona reale precisa. Quello che il nostro film non può fare è documentare gli eventi in modo completo o parlare a nome di tutte le persone colpite».
I personaggi sono in gran parte inventati, ma il dolore che c’è dietro è reale. Come si scrive un personaggio di finzione credibile per chi questa tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle? Un famigliare può riconoscersi senza sentirsi «usato»?
«Prima di tutto ascoltando e prendendo sul serio le differenze. Famigliari, pescatori o membri del Care Team hanno vissuto esperienze molto diverse. I nostri personaggi affondano le radici in quei colloqui e in quelle ricerche, ma raccontano storie proprie. Un famigliare può forse riconoscervi un sentimento o un conflitto interiore, senza che noi pretendiamo di riprodurre la sua vita. È quello in cui speravamo. Allo stesso tempo non c’è alcuna garanzia: ognuno vive il lutto a modo suo, e il film non vuole imporre a nessuno come debba sentirsi questo dolore».
Spoiler: lo schianto non viene mai mostrato. Come si costruiscono la tensione e il senso della tragedia senza farla vedere? Quali strumenti ha usato: il suono, il montaggio, il silenzio, il fuoricampo?
«Sappiamo già come finisce quel volo. La tensione nasce quindi dalla domanda su come le persone continuino a vivere dopo e se riescano a ritrovarsi l’una con l’altra. Durante le ricerche in mare vediamo le reazioni dei personaggi, senza dover mostrare tutto quello che vedono loro. Ciò che resta fuori dall’inquadratura ci accompagna comunque. Anche il mare e il paesaggio assumono un altro significato, perché sappiamo che cosa è successo. E tra i personaggi si percepisce spesso proprio ciò per cui mancano loro le parole».
Urs Zimmermann è l’unico personaggio reale del film e la sua storia finisce nella cabina di pilotaggio. Come ha lavorato su questa figura, anche con l’attore che lo interpreta? Che cosa doveva capire di lui il pubblico?
«La sua breve apparizione nell’epilogo è un omaggio personale. Per prepararci abbiamo studiato a fondo l’aviazione, il rapporto d’inchiesta e le comunicazioni radio registrate. Con Anatole Taubman si trattava di rendere giustizia a quest’uomo in pochi momenti. Per me era importante che il pubblico vedesse in lui una persona che aveva una vita prima di questa tragedia. Grazie a Björn e alla famiglia sono sempre stato consapevole che a guardare il film ci sarebbero state persone che Urs lo avevano davvero conosciuto e amato».
La produttrice Anne Walser ha detto ad aeroTELEGRAPH che, nel ricostruire il 1998, «ogni piccolo errore salta subito all’occhio». Qual è stato il dettaglio d’epoca più difficile da rendere credibile?
«La difficoltà stava nel fatto che il 1998 non sembra poi così lontano, eppure nella vita di tutti i giorni c’erano telefoni, vestiti e automobili completamente diversi. Allo stesso tempo, non poteva sembrare tutto nuovo di fabbrica: anche nel 1998 la gente guidava auto vecchie e aveva mobili di decenni prima. Sorprendentemente difficile, poi, è stato trovare in Svizzera una cucina americana credibile, con un frigorifero grande come si deve: per ragioni di finanziamento abbiamo dovuto girare qui alcuni interni. E naturalmente nell’inquadratura non doveva finire nessuna antenna di telefonia mobile di oggi».
Durante le ricerche avete parlato con famigliari, ex dipendenti della Swissair, soccorritori e abitanti di Halifax. C’è un incontro o una frase che non l’ha più lasciata e che si ritrova nel film?
«Mi è rimasta impressa soprattutto una conversazione con Prisca Zimmermann, la moglie di Urs. Mi ha raccontato che, dopo la perdita del marito, per mesi aveva vissuto in uno stato quasi di trance. Finché la figlia piccola le ha chiesto: mamma, un giorno tornerai a sorridere? Rispondere mai le sembrò ingiusto, verso i suoi figli e anche verso sé stessa. Nel film questo episodio ritorna in forma diversa, quando il figlio di Maria le dice: mom, you still have me, ovvero mamma, hai ancora me. Per me lì dentro c’è la domanda di come si possa tornare ad accogliere la vita senza avere la sensazione di tradire la persona che si è persa. È un’esperienza che si ritrova nelle nostre storie di finzione, senza che raccontiamo la vita di Prisca».
Per molti la Swissair era «un pezzo di Svizzera». Pensa che il film sarà accolto in modo diverso nella Svizzera italiana?
«Non sono ancora in grado di dirlo. Ma la Swissair era un pezzo di Svizzera per tantissime persone in tutto il Paese, al di là delle barriere linguistiche. Credo che, alla fine, il modo in cui ci si avvicina al film dipenda di più dalla storia personale di ciascuno: se ha lavorato per la Swissair, se ricorda lo schianto o se ha perso a sua volta una persona cara. È proprio l’esperienza del lutto a unire le persone al di là dei confini linguistici e nazionali».
Il film è già stato mostrato a famigliari delle vittime o a ex dipendenti della Swissair? Che cosa le hanno detto? C’è stata una reazione che l’ha sorpresa?
«A Halifax il film è stato visto da persone che all’epoca avevano partecipato ai soccorsi e alle operazioni di recupero. Le conversazioni che sono seguite sono state molto toccanti. Mi ha colpito soprattutto quanto fosse forte il bisogno di condividere ciò che avevano vissuto. Alcuni hanno raccontato esperienze che li accompagnano ancora oggi. Che il film potesse creare uno spazio per ricordi e conversazioni di questo tipo era una delle nostre speranze».
