Lo sguardo

Iran, Iraq, Libano e Palestina, il cinema che resiste alla guerra

Aida Schläpfer Al Hassani, regista svizzera originaria di Baghdad, racconta la realtà di chi produce film nel quadrante mediorientale - «Non siamo di fronte a opere costruite per soddisfare lo sguardo europeo, ma a racconti autentici che a Locarno trovano uno spazio internazionale»
Mattia Sacchi
07.08.2026 06:00

Il Medio Oriente continua a occupare quotidianamente le cronache internazionali. Dalle stragi nella Striscia di Gaza alla Guerra tra USA, Israele e Iran, passando per la fragile situazione in Libano e in Iraq, il quadrante mediorientale resta al centro dell’attenzione geopolitica mondiale.

Eppure, esiste un altro Medio Oriente, fatto di cultura, arte e di cinema, che troppo spesso rimane in secondo piano. Un universo creativo che, nonostante guerre, censura e instabilità, non smette mai di produrre opere originali nel panorama internazionale. E se c’è un luogo dove queste voci riescono ancora a trovare spazio senza essere imprigionate negli stereotipi, secondo Aida Schläpfer Al Hassani, quel luogo è proprio il Pardo.

Regista svizzera di origini irachene, fondatrice dell’International Arab Film Festival di Zurigo e da anni impegnata nella promozione del cinema arabo, Schläpfer conosce bene il valore che la rassegna locarnese riveste per queste cinematografie. Un rapporto che negli ultimi mesi si è rafforzato ulteriormente, dopo la presentazione del suo documentario Souls in Transit in alcune sale tra Locarno e Lugano. Il film racconta il genocidio dei cristiani perpetrato dall’Impero Ottomano nel 1915 e ne segue le conseguenze fino ai conflitti contemporanei.

«Locarno è un festival aperto a tutti -dice Schläpfer al Corriere del Ticino - In altri grandi festival, spesso il cinema rimane confinato agli addetti ai lavori. Qui, invece, chiunque può vedere un film. È questo che mi colpisce ogni volta: dopo quasi 80 anni, continua a difendere l’idea originaria del cinema: essere arte per tutti».

Per chi, come lei, seleziona anche opere provenienti dal mondo arabo, questa apertura assume un significato particolare. «Negli ultimi anni ho visto crescere la presenza di film arabi a Locarno. È un festival che scopre nuovi registi e nuove generazioni. In altre manifestazioni si aspettano sempre la stessa storia: la guerra, la crisi, il conflitto. Qui, invece, vedo film molto diversi tra loro. Non sono opere costruite per soddisfare lo sguardo europeo, ma racconti autentici che trovano finalmente uno spazio internazionale».

Limiti che diventano messaggi

Una distinzione importante, perché, secondo Schläpfer, parlare genericamente di «cinema mediorientale» significa ignorare differenze profonde. «Ciascun Paese ha una storia diversa. Il cinema iraniano, ad esempio, è unico. I registi non sono liberi di fare tutto: non possono mostrare molte cose, perfino il contatto fisico tra marito e moglie è sottoposto a regole rigidissime. Ma proprio da questi limiti è nato un linguaggio straordinario. Attraverso immagini, simboli e metafore, gli iraniani riescono a dire ciò che non possono esprimere apertamente. In un certo senso, è stata proprio la censura a rendere il cinema iraniano così potente: li ha obbligati a trasformare ogni inquadratura in un messaggio».

Se l’Iran ha trasformato i limiti in una forma d’arte, «in Libano i registi godono di una libertà molto maggiore. Possono affrontare temi politici, criticare apertamente il potere e raccontare la società senza le restrizioni che esistono altrove. L’Iraq, invece, rimane una società più conservatrice, dove esistono ancora molte linee rosse che gli autori preferiscono non oltrepassare».

Il pensiero, poi, corre inevitabilmente alla Palestina, dove ogni produzione cinematografica è una sfida. «È una cosa che continua a sorprendermi - confessa Schläpfer - Mi domando come riescano a fare film mentre vivono una guerra. Eppure, succede. Continuano a produrre opere straordinarie. A volte realizzano perfino più film di Paesi che hanno pace, risorse economiche e tutte le possibilità per lavorare. Questo dimostra quanto sia forte il bisogno di raccontare la propria realtà».

Uno strumento di libertà

Per Schläpfer il cinema non è soltanto un’espressione artistica, ma uno strumento di libertà. «Un film può dire quello che spesso non è possibile dire pubblicamente. Vale per il cinema, ma anche per la pittura e per tutta la cultura. L’arte permette alle persone di resistere».

Una convinzione maturata sul campo. Per realizzare Souls in Transit, la regista è entrata direttamente nei territori segnati dalle persecuzioni, raccogliendo testimonianze nei luoghi in cui sono avvenuti i massacri e affrontando situazioni estremamente pericolose. Il prezzo di quella scelta è stato alto: dopo l’uscita del documentario ha ricevuto minacce, ha dovuto cambiare alcune abitudini e, da allora, evita di recarsi in Turchia.

«Sono sopravvissuta a situazioni molto pericolose. Ricordo che un avvocato inglese mi telefonò mentre ero in transito a Istanbul per dirmi di non uscire dall’aeroporto. Dopo il film e alcuni articoli sul genocidio, era troppo rischioso. Da quel momento, non sono più tornata in Turchia. A volte mi sono chiesta se rifarei tutto ciò. Poi penso alla mia famiglia e alle persone di cui ho raccontato la storia. Non sono stata io a scegliere loro: è stata la storia a scegliere me. E finché potrò, continuerò a raccontarla».

Anche il suo rapporto con il Pardo ha attraversato momenti complessi. Nel 2015, il documentario Noun, dedicato alla persecuzione dei cristiani in Iraq da parte dell’ISIS, fu escluso dalla selezione ufficiale del Festival, dando origine a una lunga polemica.

Negli anni successivi, però, Schläpfer non solo ha continuato a frequentare la manifestazione locarnese, ma è stata chiamata a far parte della giuria della Semaine de la Critique, oltre a utilizzare il Pardo come osservatorio privilegiato per individuare nuovi autori da invitare all’International Arab Film Festival di Zurigo. «Non ho mai avuto alcunché contro Locarno. Quella vicenda è diventata molto più grande sui giornali che per me. Io continuo a tornare ogni anno perché qui mi sento a casa. Amo il Pardo, la sua atmosfera e il fatto che continui a cercare film da tutto il mondo senza volerli adattare alle aspettative del pubblico occidentale. È questo che lo rende davvero speciale».

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