Isabella Rossellini: «A Locarno hanno premiato mio padre e mio fratello, ora tocca a me»

«Sono felicissima che Locarno sia il primo festival in cui sono proiettati i miei film, perché le istituzioni ufficiali non li riconoscevano come tali». Isabella Rossellini lo dice sorridendo, ma nelle sue parole si scorge una piccola storia di confini attraversati. I suoi cortometraggi, costruiti con costumi, fili, storyboard e oggetti semplici, hanno portato l’etologia – branca della biologia e della zoologia che studia il comportamento animale nel suo ambiente naturale – dentro la performance e la commedia. Così, a Locarno il pubblico può vedere Green Porno (2008-2009), il progetto più conosciuto, nato per raccontare i comportamenti sessuali degli animali con ironia e travestimenti artigianali. Un titolo diventato poi contenitore. «Non tutti i miei film sono Green Porno. Ce n’è uno sull’istinto materno, Mammas (2013), e uno sulle strategie di seduzione, che possono passare dal canto alla danza, fino ai profumi, Seduce Me (2010)».
Un rapporto familiare
Il rapporto con Locarno è anche familiare. Germania anno zero, il capolavoro neorealista del padre Roberto, fu proiettato in anteprima mondiale il 9 luglio 1948 durante la terza edizione della kermesse. E trionfò. Nel 2023, il fratello Renzo ha ricevuto il Lifetime Achievement Award. «Da bambina ho sempre guardato a mio padre e a mio fratello maggiore. Non riesco a credere di trovarmi ora nel loro stesso gruppo». L’Excellence Award ricevuto ieri sera in Piazza Grande ha aggiunto il nome di Isabella Rossellini a quella memoria.
Il cinema è entrato presto nella sua vita, quasi per caso. Da bambina accompagnava la madre Ingrid Bergman sul set romano di Nina (A Matter of Time, 1976), l’ultimo film di Vincente Minnelli: era lì per starle accanto, ma finì per interpretare una piccola parte, quella di una suora. «Non volevo fare l’attrice. All’inizio ero intimidita dall’enorme reputazione di mia madre». Eppure, quel set fu il primo passo.
È tutto fatto in cucina
La curiosità che l’ha condotta dal set all’università era cominciata molto prima. Da bambina, quando raccoglieva cani randagi e gatti per strada e li portava a casa. I genitori, davanti all’ennesimo animale, le ripetevano: «Basta». A 14 anni il padre le regalò L’anello di Re Salomone di Konrad Lorenz, il libro che le fece scoprire l’etologia. A vent'anni avrebbe voluto studiarla, ma non era ancora possibile. Quando ne aveva circa 50, e la carriera di modella e attrice le lasciava finalmente il tempo per farlo, è tornata all’università e si è laureata. «Non ho un piano prestabilito. Voglio dire, chi ha un piano prestabilito nella vita? Alcune porte restano chiuse, altre si aprono, e allora entri».
Non c’è un animale in particolare dal quale «imparare qualcosa: penso che sia proprio la differenza a rendere tutto così interessante. La cosa meravigliosa è che tutto è possibile. Il fascino sta nella varietà della natura: animali che cambiano sesso nel corso della vita, altri ermafroditi, comportamenti che mettono in discussione l’idea stessa di normalità». Non una lezione, dunque, ma «una sorpresa».
I cortometraggi di Isabella Rossellini nascono lontano dall’idea di una produzione tecnologicamente sofisticata. «È tutto fatto in cucina», racconta. Lei realizza storyboard e disegni, gli effetti speciali sono costruiti con fili e oggetti semplici. «Non uso il computer perché non so usarlo. Voglio avere il controllo, quindi devo usare ciò che so fare». Il riferimento è Georges Méliès, maestro di un cinema capace di creare meraviglia con mezzi elementari. «Aveva una macchina da presa enorme. A volte la spingeva in avanti per fare un primo piano, poi la riportava indietro. I miei film sono così: campo lungo, primo piano, piano medio. Non c’è mai un controcampo, mai inquadrature dall’alto».
L’idea di realizzare cortometraggi di 2 minuti fu di Robert Redford, che intuì le possibilità di YouTube prima ancora che fosse inventato l’iPhone. «Se mi chiedi di dirigere un film di un’ora e mezza, penso: da dove comincio? Due minuti, invece, sembravano facili». Cinque milioni di persone videro quei film. «Non ce lo aspettavamo. Era un esperimento totale».
Le nuvole di David Lynch
La curiosità ha collegato anche la moda alla recitazione. «Richard Avedon (celebre fotografo, ndr.) mi diceva che fare la modella è un po’ come essere una star del cinema muto: non hai battute, ma devi comunque recitare. Si fotografa l’emozione sul volto di ragazze belle, ma l’emozione deve esserci. Diceva: “non c’è bellezza senza emozione”». Fu lui a farle pensare che avrebbe potuto provare a fare l’attrice.
Come non parlare, poi, di David Lynch. E di Velluto blu (1986). «Non riusciva davvero a esprimersi a parole, ma si poteva guardare il suo volto e capire se gli piaceva ciò che avevi fatto». A volte Lynch le offriva indicazioni enigmatiche: «Stanno arrivando le nuvole». Era il modo per descrivere l’ansia che improvvisamente travolge Dorothy Vallens. «Avevo capito perfettamente che cosa significasse. Non pensai: “Oddio, sta per piovere"». Velluto blu non fu immediatamente riconosciuto come un classico. «All’epoca era controverso. Alcuni critici importanti lo lodarono, ma il film ha impiegato un po’ di tempo per diventare un classico». Oggi, accanto a quel titolo, Rossellini indica La morte ti fa bella (1992), di Robert Zemeckis: «Molte persone mi fermano ancora per parlare di quei due film».
La bellezza delle donne
Quando compì 42 anni, Lancôme non le rinnovò il contratto perché, dissero, «le donne sognano di essere giovani». Ventitré anni dopo la richiamarono: la nuova ad considerava quella decisione ingiusta. Anche il cinema, secondo Rossellini, è cambiato. Il movimento femminista, le registe e le piattaforme streaming hanno ampliato lo spazio per personaggi e attrici prima lasciati ai margini.
«Penso che oggi ci siano più storie di donne e più film diretti da donne». La sua carriera suggerisce un metodo: restare disponibili alla sorpresa e attraversare le porte che si aprono. «Non ho un piano prestabilito – dice Rossellini –. Seguo le cose».
