Cinema

Isabelle Huppert, la regina di Cannes entra in scena a Locarno

La 79. edizione del Festival si chiude con la prima mondiale, in Piazza Grande, di «Ni vue, ni connue» di Marc Fitoussi, con Sandrine Kiberlain — Abbiamo intervistato in anteprima le due attrici e il regista
©AvenueB – Jerome Prebois
Jenny Covelli
15.08.2026 19:49

A Locarno Isabelle Huppert non arriva soltanto attraverso un personaggio. La «regina di Cannes», come è stata spesso definita, è qui di persona e porta in Piazza Grande il proprio volto, la propria storia cinematografica e quella presenza inconfondibile che il pubblico riconosce prima ancora che inizi il film. È lei, insieme a Sandrine Kiberlain — attrice amatissima in Francia, vincitrice del César e capace di muoversi fra cinema d’autore, commedia e televisione — a chiudere la 79. edizione del Festival con Ni vue, ni connue di Marc Fitoussi.

Il film costruisce subito un gioco di riflessi. Huppert interpreta Corinne Maclou, una figurante che passa da un set all’altro senza riuscire mai a entrare davvero nel film: attraversa l’inquadratura, occupa un posto nella scena, ma resta ai margini della storia. Lavora accanto agli attori, respira l’aria del cinema, ne conosce i rituali e le gerarchie, ma non viene scelta. Il suo desiderio è semplice e smisurato insieme: essere vista, poter recitare, ottenere finalmente un ruolo vero. Quando Corinne incontra Sandrine Kiberlain, l’attrice interpreta una versione immaginaria di sé stessa: una donna già dentro quel mondo, riconoscibile e protetta dal proprio nome. La prima cerca un varco verso il cinema; la seconda appartiene a quel luogo che l’altra tenta ancora di conquistare. Fra loro nasce una relazione che potrebbe sembrare l’inizio di una storia di rivalità, sostituzione o vendetta. Ma Fitoussi sceglie un’altra strada.

Il film non guarda il cinema dal punto di vista di chi assegna i ruoli, né da quello di chi li interpreta. Lo guarda dal margine, da quella zona in cui si trovano le persone che sono sempre presenti nell’immagine e quasi mai nel racconto.

Portare le figuranti al centro

L’interesse di Fitoussi per le figuranti nasce prima del film. «Avevo già fatto un documentario su questo tema» (Des figurants, 2008, France 3), spiega durante l'intervista rilasciata al Corriere del Ticino, alla vigilia della proiezione. Seguendo diverse persone sui set e lasciando gli attori principali fuori fuoco. «Mi interessavo soltanto alle figuranti, cercando di metterle in primo piano».

Da quell’esperienza nasce Ni vue, ni connue: una fiction che conserva il tono «a volte divertente, comunque pungente», ma anche «emozionante e malinconico» di quelle storie reali. La scelta di affidare Corinne a Huppert aggiunge un paradosso: l’attrice consacrata, un volto che tutti riconoscono, interpreta una donna che nessuno vede davvero.

Corinne, oltre l’etichetta

Corinne può apparire frustrante e insistente. Un’assistente, nel film, la definisce «una rompiscatole di prima categoria», ma il film corregge progressivamente quella prima impressione. Durante il nostro incontro, Huppert insiste sulla complessità del personaggio: «Lei non è una vittima. Se proprio bisogna definirla tale, è piuttosto una vittima sistemica», dice, cioè il prodotto di circostanze e di un sistema, ma non una persona passiva.

Corinne brontola, si lamenta e non è mai soddisfatta; però, «si batte comunque per qualcosa». Fitoussi lavora sullo scarto fra ciò che si dice dei personaggi e ciò che sono: la presunta rompiscatole si rivela «semplicemente molto professionale», mentre l’attrice celebre si mostra meno rassicurante dell’immagine che la precede.

©Locarno Film Festival / Ti-Press
©Locarno Film Festival / Ti-Press

Recitare dentro una scrittura precisa

La dinamica fra Huppert e Kiberlain nasce da una sceneggiatura molto precisa. «È tutto molto scritto», dice Kiberlain, ma «recitare, per definizione, significa sempre improvvisare, in un certo modo». Più una scena è «inquadrata» e precisa, spiega, più offre agli interpreti la possibilità di inventare al suo interno.

Fitoussi preferisce non dare indicazioni alla prima ripresa: gli piace osservare, lasciarsi sorprendere e intervenire soltanto quando necessario. «Mi piace molto essere sorpreso, spettatore».

Sandrine Kiberlain, ma non proprio

Il gioco più evidente riguarda il personaggio di Sandrine Kiberlain. L’attrice porta il proprio nome sullo schermo, ma quella Sandrine non coincide con la persona reale. «Non ho la sensazione di aver interpretato me stessa. Ho la sensazione di aver interpretato questo personaggio», chiarisce.

La stessa operazione avviene con Huppert: il pubblico sa che l’attrice iconica non è una figurante, ma accetta il gioco. «La gente si diverte, perché già sa che non è così», spiega Kiberlain. Il film chiede allo spettatore di partecipare allo scherzo, senza prenderlo per un idiota. Il nome reale diventa così il punto di partenza per un continuo slittamento fra realtà e fiction.

Il fantasma della rivalità

Il riferimento a All about Eve di Joseph L. Mankiewicz (1950), richiamato anche dal titolo internazionale del film, All About Corinne, potrebbe far pensare a una storia di rivalità. Fitoussi ha però cercato di evitare proprio questa direzione, «la più facile»: quella in cui Corinne vuole prendere il posto dell’attrice famosa.

Il rapporto nasce invece dalla stima reciproca. Corinne ammira Sandrine e la difende quando le altre figuranti la criticano; Sandrine, dopo averla vista recitare, capisce che è una persona che non ha avuto la propria occasione. «Il trionfo di Corinne non si fa affatto a scapito di Sandrine», spiega Fitoussi: alla fine saranno partner nello stesso film.

Una prima mondiale sotto le stelle

A Locarno Ni vue, ni connue incontra per la prima volta il pubblico (il film uscirà nelle sale francesi il 7 ottobre). Fitoussi racconta l’emozione di cominciare proprio in Piazza Grande, davanti a quasi settemila persone: «È estremamente gioioso e necessariamente memorabile». Qualsiasi regista, aggiunge, sognerebbe una proiezione simile. L’unica preoccupazione è per il meteo. Kiberlain, alla domanda su che cosa si aspettino dai ticinesi, durante la prima mondiale, risponde: «Applausi».

Cinema, serie e una diversa idea di autore

L’incontro si è chiuso con una riflessione sul rapporto fra cinema, televisione e serie. Isabelle Huppert ha ricordato di aver cominciato con ruoli televisivi, ma di non considerarsi un’attrice televisiva. Per lei, il cinema resta legato a una visione singolare e individuale: quella di un autore capace di costruire un punto di vista sul mondo. Kiberlain definisce il cinema «una visione del mondo di qualcuno», un punto di vista su qualcosa. È anche il motivo per cui si sente legata alla sala, allo schermo, ai festival e a tutto ciò che compone l’esperienza cinematografica. Nessuna delle due esclude però la possibilità di fare una serie. Quando Huppert spiega che esistono serie molto interessanti e serie d’autore, Kiberlain le paragona scherzosamente ai ristoranti thailandesi: «Ce n’è sempre uno migliore dell’altro».

Fitoussi, che ha lavorato con entrambe in Call My Agent! (Dix pour cent), di cui ha diretto sei episodi, mette l’accento sui diversi rapporti di potere e sui nuovi ruoli della serialità, a partire dalla figura dello showrunner. Ricorda però che proprio Call My Agent! aveva trovato un equilibrio particolare: i registi erano anche cosceneggiatori e gestivano interamente i propri episodi. Per questo, quando ritrovava Huppert o Kiberlain, aveva la sensazione di realizzare «un piccolo film d’autore» dentro una serie. È una distinzione che torna anche in Ni vue, ni connue. Il film parla di un’industria fondata sui ruoli e sulle gerarchie, ma prova a restituire ai suoi personaggi una complessità che nessuna etichetta riesce a contenere. Attrice celebre o figurante, persona reale o personaggio, vittima o manipolatrice: ogni definizione viene messa alla prova.

Il diritto di essere guardate

Ni vue, ni connue è una bella commedia francese. Dove la scrittura (della sceneggiatura e dei dialoghi) e la recitazione la fanno da padrone. Ma il cuore del film non sta soltanto nel percorso che porta Corinne verso un ruolo vero. Sta nella domanda che la sua storia rivolge al cinema e, più in generale, a chi guarda: che cosa significa vedere qualcuno? Corinne non smette di essere ostinata, scomoda o sproporzionata. Il film non la rende più facile da amare per ottenere l’approvazione dello spettatore. Le concede invece qualcosa di più importante: il diritto di essere contraddittoria.

Per una sera, in Piazza Grande, il cinema promette di guardarla davvero. Non perché abbia finalmente smesso di essere una figurante, ma perché la sua storia non resta più sullo sfondo. E indossa i panni della regina di Cannes.

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