La Croce Rossa Svizzera: «Nelle guerre non ci sono eroi, soltanto morte e distruzione»

La Croce Rossa nasce dall’idea che all’orrore debbano essere posti limiti. Più di 160 anni dopo, quel principio arriva anche al Locarno Film Festival, dove sarà presente domani per parlare di umanità in un luogo che, attraverso il cinema, racconta conflitti, e fragilità del nostro tempo. A guidare la CRS dal 2024 è Nora Kronig, diplomatica ginevrina con radici vallesane ed ex vicedirettrice dell’Ufficio federale della sanità pubblica.
Perché per la Croce Rossa è importante essere presente al Locarno Film Festival?
«La Croce Rossa nasce da una constatazione molto semplice: gli esseri umani sono capaci del peggio. Da qui è nata la volontà di porre limiti all’orrore, attraverso il diritto internazionale umanitario e regole che valgano anche durante i conflitti, oltre che di costituire società il cui scopo è curare i feriti di guerra. Più di 160 anni dopo continuiamo a lavorare su due dimensioni: fare in modo che quei limiti siano rispettati e intervenire ovunque ci sia bisogno di aiuto. Locarno rappresenta un’ottima opportunità per discutere di ciò che facciamo, ma soprattutto per tornare a interrogarci sulle nostre responsabilità».
Che ruolo possono avere il cinema e la cultura?
«La nostra missione è fare in modo che ogni essere umano sia trattato con dignità, anche nelle situazioni peggiori. Il cinema e la cultura ci aiutano a comprendere che cosa significhi essere umani e quanto siamo complessi. Non siamo semplicemente buoni o cattivi. La cultura ci costringe a ripensare ciò che siamo e, di conseguenza, anche il modo in cui interveniamo».
A Locarno abbiamo visto film provenienti da Paesi segnati da guerre e crisi. Quanto il cinema riesce ad avvicinarsi alla realtà?
«Il cinema riesce a cogliere le nostre forze, ma anche le nostre fragilità e paure. A volte, però, nella rappresentazione della guerra emerge anche una dimensione glorificante o eroica. Quello che noi vediamo nei luoghi di conflitto è, invece, soprattutto distruzione. E non soltanto sulla linea del fronte: una guerra distrugge intere società. Forse, dovremmo raccontare maggiormente anche come si possa uscire da un conflitto: è un aspetto sul quale, purtroppo, ci si concentra meno».
Quali sono oggi le crisi umanitarie che rischiamo maggiormente di dimenticare?
«Nel mondo ci sono più di 130 conflitti. Il loro numero è raddoppiato negli ultimi quindici anni, ed è sei volte superiore rispetto a venticinque anni fa. Eppure, soltanto una manciata di Paesi riceve una vera attenzione mediatica. È difficile persino scegliere quali siano le guerre più dimenticate: la grande maggioranza lo è. A preoccuparci particolarmente sono poi le situazioni in cui l’emblema della Croce Rossa e il personale umanitario sono attaccati. Nell’ultimo anno abbiamo perso nostri colleghi. Dal Medio Oriente al Sudan vediamo situazioni estremamente preoccupanti».
Dopo una lunga carriera nella diplomazia e nella sanità pubblica, che cosa l’ha sorpresa maggiormente nella Croce Rossa?
«I volontari. In Svizzera ne abbiamo circa 50 mila e fanno la differenza ogni giorno, anche attraverso gesti apparentemente piccoli: andare a trovare una persona sola, accompagnare qualcuno, aiutare i rifugiati a ritrovare la propria autonomia. Sono persone che appartengono alle comunità e aiutano quelle stesse comunità. È questa presenza quotidiana a impressionarmi maggiormente».
Recentemente ha visitato anche l’Ucraina, che è in guerra da quasi 5 anni. Ha incontrato una storia che meriterebbe di diventare la sceneggiatura di un film?
«Ciò che mi ha colpito maggiormente è vedere come un conflitto armato eserciti una pressione sull’intera società. La distruzione non riguarda soltanto il fronte, gli edifici o i soldati che muoiono. Pesa sulla vita di tutti i cittadini. Allo stesso tempo, si vede la capacità delle persone di conservare resilienza e dignità, affrontando situazioni che possono durare per anni. Credo che siano proprio queste le storie che meritano di essere raccontate».
In un mondo sempre più polarizzato, è diventato più difficile difendere la neutralità?
«Quando si lavora per proteggere la dignità umana non possono esserci compromessi. Per farlo bisogna essere imparziali: il nostro compito è aiutare chiunque ne abbia bisogno. Nei conflitti dobbiamo continuamente spiegare perché non prendiamo posizione a favore di una delle parti. È sempre stato difficile, lungo tutta la storia della Croce Rossa. Ma è proprio questo che permette al nostro emblema di essere riconosciuto come un simbolo di protezione».
Lei ha radici vallesane. Che cosa ha rappresentato la tragedia di Crans-Montana del primo gennaio?
«È stata una tragedia per il numero di giovani che hanno perso la vita e per tutti quelli che ne porteranno le cicatrici. Fortunatamente, la Confederazione non aveva vissuto qualcosa di questa portata negli ultimi decenni. Nella Svizzera romanda praticamente tutti conoscevano qualcuno che, a sua volta, conosceva una delle persone coinvolte. Abbiamo visto una sofferenza enorme e una grande difficoltà nell’elaborare quanto accaduto».
Quale ruolo ha avuto la Croce Rossa?
«Anche nostri volontari delle organizzazioni di primo intervento hanno partecipato alla risposta. È qui che emerge la forza della nostra rete: disponiamo di persone formate nel primo soccorso e di una struttura capillare in grado di sostenere gli interventi ufficiali. Crans-Montana dimostra quanto sia importante investire nella preparazione. La Svizzera ha una forte cultura di milizia e moltissime persone si impegnano volontariamente per le proprie comunità. Dobbiamo essere pronti quando accade qualcosa di terribile».
Chi verrà al Festival, oltre a sostenervi economicamente, che cosa può fare concretamente?
«Non scendere a compromessi quando si tratta di dignità umana. Non voltarsi dall’altra parte davanti alle difficoltà, ma guardarle e agire. Può significare sostenerci, anche attraverso piccole donazioni, ma anche intervenire nel proprio ambiente quotidiano. Quando la dignità umana non è rispettata, bisogna avere il coraggio di dirlo. Questo significa anche prendersi cura delle persone più vulnerabili, come facciamo qui in Ticino con coloro che hanno alle spalle un percorso migratorio».
Che cosa l’ha colpita maggiormente della solidarietà degli svizzeri?
«Il livello di solidarietà che emerge ogni volta che accade qualcosa, in Svizzera così come all’estero. Lo vediamo attraverso chi interviene sul terreno, ma anche grazie ai tantissimi donatori che ci permettono di reagire alle emergenze. Ciascuna crisi rende questa solidarietà estremamente visibile. Ma dobbiamo lavorare non soltanto per essere pronti: dobbiamo fare tutto ciò che possiamo affinché certe tragedie accadano sempre meno».
Se chi parteciperà al vostro appuntamento di Locarno dovesse uscire con un solo messaggio, quale vorrebbe che fosse?
«Guardare le crisi, i conflitti e tutte quelle situazioni nelle quali la dignità umana non viene rispettata. Non distogliere lo sguardo quando qualcuno ha bisogno di sostegno. E avere il coraggio di prendere posizione in difesa della dignità umana».
