La filosofia di Valerio Mastandrea: «Mi piace il cinema di pancia»

«Torneremo a fare film all’arrembaggio, come quelli di una volta. Forse torneremo a fare film solo così». Valerio Mastandrea ha le idee chiare quando parla di Armony, il film diretto da Dario Albertini presentato ieri sera in prima mondiale in piazza Grande. Un film che consente di ampliare la riflessione sul futuro del cinema italiano, ma non solo. «Hai parlato di film spartani, dove pensi stia andando il cinema?», gli chiedo. «A Sparta, appunto», mi risponde sorridendo. «Un luogo che non esiste più».
Mastandrea, 54 anni, è il protagonista di Armony. Ma è entrato nel progetto prima, nel ruolo di produttore. E lo ha fatto con Damocle, la casa di produzione cinematografica indipendente fondata assieme al fumettista Zerocalcare (Michele Rech), allo sceneggiatore Oscar Glioti e al produttore Francesco Tatò. «Stiamo intercettando tutti quelli che altri definiscono “cause perse”», mi confessa. «La spada è il senso di responsabilità che sentiamo verso questo mestiere», aveva spiegato in precedenza.
Ed è nelle vesti di produttore che risponde alla mia domanda: dove sta andando, appunto, il cinema italiano? Mastandrea spiega di aver letto, in un articolo, che il problema dei film italiani è che ne vengono prodotti troppi. «Io non credo che il punto sia questo - ribatte - perché i film sono prodotti affinché restino in vita delle realtà produttive che altrimenti sparirebbero. Il problema è che il cinema italiano non ha mercato nel suo Paese, o comunque ha un mercato molto “corrotto”. Io sono in questo mondo da tanto tempo, in varie forme, e posso dire che quando si vuole fare un film, ci sono tanti battaglioni che devono condurre le proprie battaglie. Prima, durante e dopo, quando tocca incontrare distributori che abbiano il coraggio di investire qualcosa. Insomma, se c’è sinergia e se tutti combattono la stessa guerra, poi i film arrivano da qualche parte».
I festival che educano
Mastandrea apre a un’ampia riflessione, e lo fa proprio da Locarno. Il Festival che, ha spiegato Daniela Persico, componente del comitato di selezione, ha scelto di accogliere Armony perché lo ha «amato profondamente», così come il suo autore: il romano Dario Albertini, come detto, al suo terzo lungometraggio. «Sui festival ci sarebbe molto da dire - dice ancora l’attore e produttore - Mi preoccupa la piega che prendono, soprattutto in Italia, rispetto al nostro cinema. Io penso che è dai festival che potrebbe nascere una “tutela” dei percorsi dei film: non parlo di protezionismo, ma di tutela. Al pubblico dovrebbe arrivare il messaggio che il cinema italiano non è solo la commedia che esce a Natale, e neppure il film d’autore in cui non ci sono dialoghi per 48 minuti e che diventano inevitabilmente una rottura di scatole» (ma l’espressione era più colorata, ndr).
L’educazione del pubblico, secondo Mastandrea, passa attraverso le scelte dei festival, le scelte dei distributori e, a monte, di chi pensa, scrive, dirige e monta i film.
Dalla poetica alla sorpresa
È proprio questa «voglia di stare dentro a un film molto piccolo, all’arrembaggio» che ha portato Mastandrea (e Damocle) da Albertini. «Quando ho saputo che Dario non riusciva a fare il suo terzo film, l’ho cercato e, con la mia società di produzione, ci siamo innamorati della storia. Abbiamo rimesso in piedi l’impalcatura produttiva, piano piano, puntellando». Non perché il regista sia «uno di quelli che gli altri definiscono “casi persi”», ma perché «ha uno sguardo sul mondo molto profondo. È capace di restituire cinematograficamente una realtà molto dura, riuscendo però a metterci una leggerezza e uno strato d’amore che arrivano tantissimo. È una sua qualità come persona, che trasferisce poi in quello che fa».
A Mastandrea «piacciono i nuovi autori che si approcciano al cinema senza tanta testa, ma soltanto di pancia». E Armony «rappresenta la capacità di essere autori senza rispondere ai codici imposti dal cinema d’autore. Penso che Dario sia uno dei pochi a riuscirci. Portare sul grande schermo la poetica di Dario vuol dire che c’è ancora spazio per sorprendersi, anche dopo 30 anni di mestiere».
L'isolamento come forma di protezione dagli affetti

Armony è il racconto di un camionista solitario (Valerio Mastandrea) in pensione: quando si trova costretto a occuparsi della nipote di sei anni, in seguito alla scomparsa della sorella, viene finalmente scosso dal suo torpore.
Un film che nasce da una storia molto personale, legata al vicino di casa del regista. Si chiamava Armonio, conosciuto, appunto, come Armony. «È un film che ho scritto molti anni fa, e che nel corso del tempo ha assunto varie forme», spiega Dario Albertini. Il Locarno Film Festival lo ha scelto perché, nonostante il tempo trascorso, «ha la freschezza di quei progetti che, quando diventano film, trovano un compimento perfetto», chiarisce Daniela Persico.
«Ho voluto esplorare i legami familiari tramite la solitudine», spiega il regista. «L’arrivo di una nipotina sconosciuta costringe il protagonista a mettersi in gioco: era fondamentale mostrare come l’inatteso possa riaccendere il senso di responsabilità». L’idea era raccontare persone che hanno in comune «una voglia di isolamento. Un isolamento dagli affetti, da cui scappano». Una storia reale, che nasce da quello che Albertini ha vissuto da vicino. «Un film con la comunità al centro. Un microcosmo di solitudine dagli affetti, che mi affascina sempre». Albertini dice di avere apprezzato «l’idea dei personaggi, ognuno esistente nella sua terra di mezzo, che si incontrano. E – prosegue – più mi avvicinavo ai personaggi veri, più mi allontanavo da Armonio e da coloro che mi avevano dato l’idea iniziale. Valerio era la crasi perfetta».
Dalla realtà alla recitazione
È proprio Mastandrea a tessere le lodi del regista, quando gli viene domandato perché valga la pena di vedere il suo film. «Intanto perché Dario non è paraculo. Non è uno che ti indirizza, che ti suggerisce quali emozioni devi provare. Lascia lo spettatore libero (o meno) di entrare nella sua poetica. È uno onesto. Dario ha una visione della vita, e quindi della messa in scena della vita, molto autentica. Usando me, un attore professionista, ha sperimentato la possibilità di mettere una distanza tra sé e la realtà delle cose che ha vissuto. E questo, in Armony, restituisce autenticità».
Una bimba sul set
Nel cast ci sono anche Asia Argento, Clara Tramontano, Pamela Schettino (scomparsa due mesi fa), Nando Paone, Elena Lietti, Francesca Antonelli, con la partecipazione di Ornella Muti. E c’è, soprattutto, la co-protagonista (che interpreta la nipotina di Mastandrea): Aurora Cherchi. «Fare il film è stato davvero bello, un’esperienza fantastica», dice senza imbarazzo davanti alla stampa. E dedica un ringraziamento speciale alla sua scuola, che l’ha lasciata libera per un mese intero per le riprese (ha appena concluso la terza elementare, ndr.). «Però, ho recuperato tutto a casa. Ho studiato con mamma, il sabato. E sono tornata», tiene a sottolineare.
Non è la prima volta che Mastandrea lavora con bambini. «Mi dispiace sempre un pochino, perché conosco le difficoltà del set, la noia, la fatica – spiega –. E invece, poi, l’entusiasmo dei bambini è sempre disarmante. Paradossalmente, sono loro ad aiutare me. Perché sono in grado di trasmettere la sensazione di un’esperienza unica, così come la vivono con i loro occhi».
Visto il pippone sul futuro della settima arte intavolato con «suo zio», ad Aurora chiedo che cos’è il cinema per una bambina. «È stato molto bello fare il film», risponde. «Ma è stato anche difficile girare certe scene. Perché non riuscivo a essere il personaggio, Carlotta». La sua soluzione? «Ho fatto me stessa. Ed è venuto bene lo stesso».
