La sfida alla tecnologia della banda dei giocattoli

Nel febbraio del 1986 nasceva la Pixar, azienda creata a partire da quello che in origine era un reparto della divisione computer di Lucasfilm. Nove anni dopo, avendo già conquistato critica e pubblico su scala più ridotta con i suoi cortometraggi realizzati con l’animazione digitale, lo studio si alleò con la Disney (che successivamente lo ha acquisito in toto) per far arrivare nelle sale Toy Story, il primo lungometraggio interamente fatto con la computer grafica. Da allora ne sono stati girati altri trenta dalla squadra messa su dal fondatore John Lasseter e col tempo espansa con nuovi talenti, un gruppo a cui dobbiamo perle come Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili e Inside Out, per citare solo alcuni dei titoli di punta. Periodicamente sono tornati a raccontare le avventure dei giocattoli introdotti nel 1995, capitanati dallo sceriffo Woody (Tom Hanks in inglese; Fabrizio Frizzi e, dopo la sua morte, Angelo Maggi in italiano) e dal suo amico spaziale Buzz Lightyear (Tim Allen in originale, Massimo Dapporto nella versione doppiata).

Pensavamo che fosse tutto finito definitivamente nel 2019 con Toy Story 4, un epilogo perfetto che era anche simbolo del futuro della Pixar, con Lasseter che lasciava lo studio per esplorare altri lidi. E invece eccoci di nuovo qui, nella casa di Bonnie, la bambina che alla fine del terzo episodio diventava la nuova proprietaria dei nostri amici giocattoli. Ma c’è un nuovo pericolo all’orizzonte e questa volta non riguarda la crescita anagrafica: la tecnologia. Tutti i bambini del quartiere sono incollati agli schermi di dispositivi vari e anche Bonnie, nel tentativo di rimanere in contatto con quelle che in teoria sono le sue amiche, sprofonda in questo abisso grazie a Lilypad, un tablet con il design di una rana. La cowgirl Jessie, divenuta di fatto la leader del gruppo, ancora traumatizzata dall’abbandono da parte della sua prima proprietaria anni addietro (un argomento su cui questo film ritorna in maniera inaspettata e commovente), decide di far sì che l’avvento dei nuovi compagni di gioco non vada a buon termine e per aiutarla torna in scena Woody che, dopo gli eventi del quarto capitolo, è in giro per le strade della città ad aiutare i giocattoli rimasti senza bambini da intrattenere.
È la quarta volta che il franchise affronta il tema dell’eventualità che prima o poi il tempo dei giochi finirà, aggiornandolo in questo caso con il vero problema dei bambini che si abituano troppo presto all’uso degli schermi (forse anche una frecciatina nei confronti della dirigenza Disney che durante la pandemia mandò quattro film consecutivi della Pixar direttamente in streaming senza che ci fosse l’opzione di vederli al cinema). Ma a questo giro, forse anche per la perdita dell’equilibrio che c’era nei sequel precedenti tra cast storico e nuove aggiunte, il film pecca di sovrabbondanza, un elemento che per certi versi si lascia presagire nella sequenza d’apertura con l’entrata in scena di una cinquantina di Buzz Lightyear, tutti ancora in modalità demo e quindi ignari del loro essere giocattoli. Eppure, il messaggio a suo modo funziona, anche perché in mezzo al caos il regista Andrew Stanton (sceneggiatore di tutti i film della saga, nonché autore di Wall-E e dei due film su Nemo) si ricorda di non perdere di vista il fulcro emotivo che è costituito dall’evoluzione di Jessie, portando così a casa quei due o tre momenti che non lasceranno indifferenti, tra cui un rimando visivo e musicale al secondo film e a quella che ancora oggi è la sequenza più strappalacrime di tutto il franchise. E poi c’è tutto l’apparato tecnico e visivo, assolutamente sublime, che mette in evidenza quanto sia passato il tempo anche per gli animatori Pixar: se nel 1995 la scelta dei giocattoli era dettata anche dai limiti della computer grafica di allora per quanto riguardava umani e animali, adesso coesistono tutti in un mondo che forse non aveva bisogno di tornare sui nostri (grandi) schermi, ma lo ha fatto comunque e nel giro di un’ora e mezza ci ricorda che, al netto di qualche scivolone di scrittura, è sempre un piacere ritrovare questi personaggi.
Toy Story 5. Animazione di Andrew Stanton, con Tom Hanks, Tim Allen e Joan Cusack e le voci italiane di Angelo Maggi, Ilaria Stagni, Massimo Dapporto, Luca Laurenti, Carlo Valli, Micaela Incitti, Corrado Guzzanti e Sal Da Vinci (USA, 2026 /102’). Giudizio: 4/5.