Cinema

La storia di Salman, il «dottore russo» della Calanca

Nel documentario «Memoria di un medico di montagna» Domenico Lucchini racconta del nonno materno, giunto nel 1919 nei Grigioni e rimastovi per tutta la vita
Il paesaggio della val Calanca è una presenza costante nel documentario di Domenico Lucchini. © VENTURAFILM
Antonio Mariotti
16.04.2026 06:00

Nel 1912, appena compiuti i vent’anni, Salman lascia la tenuta dei genitori, piccoli proprietari terrieri, di stirpe ebraica, nel villaggio di Tscherikow, nella Russia Bianca (oggi Bielorussia) per realizzare il suo sogno: studiare medicina e poter così aiutare chi soffre. Per due anni soggiorna a Lipsia, studiando presso la locale università. Poi, i venti di guerra che iniziano a soffiare attraverso l’Europa lo portano a trasferirsi nella più tranquilla Berna, dove si laurea nel 1918. Nemmeno il tempo di godersi la fine degli studi e il fresco matrimonio con la connazionale Sofia Grinberg, studentessa di pianoforte al Conservatorio di Neuchâtel, che il giovane medico viene inviato dalla Croce Rossa a coadiuvare un anziano collega in una remota vallata del Grigioni italiano: la Calanca. Qui, come in tutta Europa, l’emergenza assoluta è l’epidemia di grippe «spagnola», ma in generale non si può certo affermare che le condizioni sanitarie in cui versa la popolazione siano ideali. La povertà limita l’accesso alle cure, così come lo stato deplorevole delle strade, l’asperità del rilievo e l’emigrazione stagionale che spopola i villaggi per gran parte dell’anno. Salman e Sofia si ritrovano in un mondo totalmente diverso da quello da cui provengono, non solo per la lingua, ma anche per la religione (sono ortodossi), la cultura e il contesto geografico. Tutto lascerebbe pensare che, appena esaurita la missione d’emergenza, la giovane coppia torni a respirare l’aria di una grande città, magari meno salubre ma più consona alle loro abitudini. Oppure che faccia ritorno in patria dove però, nel frattempo, i bolscevichi hanno preso il potere spazzando via, tra le tante cose, anche i privilegi della famiglia di Salman. Ebbene, nulla di tutto ciò: il «Sciur Dutur» e la consorte passeranno il resto dei loro giorni tra Grono e la Calanca, curando i malati, salvando vite umane, portando conforto anche psicologico e contribuendo al progresso sociale e culturale di questa regione discosta. Riusciranno persino a realizzare, nel 1940, un vero e proprio sogno: l’apertura di una clinica che diventa punto di riferimento per tutta la popolazione della regione.

Stasera l’anteprima al Lux

La storia di Salman Luban (1892-1954) si potrebbe raccontare come un vero e proprio romanzo, tra le cui pagine spiccherebbero le descrizioni delle lunghe trasferte - in calesse d’estate, in slitta d’inverno o a piedi quando i sentieri impervi sostituiscono la strada - di cui sarebbero protagonisti il giovane medico condotto e il fido conduttore Modesto, sempre pronti a rispondere agli appelli d’aiuto, anche i più disperati e in apparenza privi di speranza. Non è però questo l’approccio scelto da Domenico Lucchini e dalla sua cosceneggiatrice Lara Fremder per dar vita al documentario Memorie di un medico di montagna che, dopo il debutto alle recenti Giornate di Soletta, vivrà la sua anteprima ticinese giovedì 16 aprile 20.30 al Lux Art House di Massagno in presenza dell’autore, dell’équipe e dei produttori (Venturafilm e Fiumi Film con RSI).Lucchini non ha nessun bisogno di «romanzare», poiché Salman Luban era suo nonno materno. Un personaggio che non ha conosciuto di persona ma di cui ha da sempre sentito parlare in famiglia e non solo. Un uomo che ha lasciato un segno tangibile nella realtà della valle Calanca (dove ha creato anche un gruppo di samaritani e uno di donatori di sangue) e nella memoria di chi l’ha conosciuto (nel film non mancano le testimonianze ancora ricche di emozioni a decenni di distanza dai fatti). Senza dimenticare il suo diario, pubblicato postumo,  ricco di riflessioni e pensieri acuti e profondi, molti dei quali condivisibili ancora oggi.

Un’identità complessa

Il documentario, narrato da Lucchini in prima persona, oscilla così tra la ricostruzione di un’identità complessa e in parte sfuggente, che si interseca con i drammi e gli sconvolgimenti della prima metà del XX secolo, e la descrizione di una vita votata al bene altrui, grazie alle citazioni dal diario, alle registrazioni che ci restituiscono la voce del protagonista, alle foto di famiglia e ai sorprendenti filmati d’epoca, opera per lo più di cineamatori della regione. Memorie di un medico di montagna è sì caratterizzato da una certa nostalgia (di tarkovskiana memoria) di Salman Luban nei confronti della patria dove non farà mai ritorno, ma tocca anche il presente. Da una parte, perché il nipote del protagonista, a sua volta medico e figlio di medico, ha scelto di trascorrere gli ultimi anni della sua attività professionale proprio in val Calanca, là dove tutto è cominciato. D’altronde, oggi la professione del «medico condotto» non esiste più, ma ciò non toglie che nelle regioni più discoste i medici di famiglia, capaci di svolgere anche un fondamentale ruolo di coesione sociale e di sostegno psicologico, come faceva Salman, oggi sono diventati una rarità.