Cinema

L’architetta che non demolisce ma trasforma pensando al clima

Un documentario ci fa conoscere il lavoro e la personalità della basilese Barbara Buser che dopo non poche difficoltà è oggi considerata un esempio da seguire
Barbara Buser (72 anni) si è laureata in architettura al Politecnico di Zurigo. © FIRST HAND FILMS
Antonio Mariotti
30.04.2026 06:00

Di solito, a un architetto viene chiesto di dar vita ad edifici funzionali, confortevoli e moderni, in grado di soddisfare nel miglior modo possibile le esigenze del committente, qualunque esse siano: dalla casa monofamiliare al centro commerciale, dalla sede di un’azienda all’unità abitativa con decine di appartamenti. Se poi ci scappa il guizzo di fantasia, il tocco di originalità che rende interessante l’edificio anche dal punto di vista estetico tanto meglio ma non si tratta di una necessità. Soprattutto in ambito urbano, però, ogni nuova operazione edilizia sottintende la demolizione del preesistente, con la conseguente cancellazione di intere pagine della memoria collettiva della comunità che ruota attorno a un determinato quartiere o a un intero centro abitato. Queste regole generali di comportamento a livello professionale valgono per tutti gli architetti, a meno che siano chiamati a restaurare un edificio storico, ma non per Barbara Buser, l’architetta basilese protagonista del documentario di Gabriele Schärer che sarà presente all’anteprima ticinese del film in programma oggi alle 20.15 al Cinema Iride di Lugano. Oggi 72enne, Buser ha sempre ragionato in modo completamente diverso, sostituendo i concetti di spreco e di speculazione con quelli di economia circolare e di sostenibilità ambientale. Un obiettivo raggiunto riciclando il più possibile i materiali da costruzione ancora utilizzabili, trasformando invece di demolire e impegnandosi anche in operazioni immobiliari di ampie dimensioni ma sempre nell’ottica (vincente) del no profit. Un comportamento «anomalo» che le è valso un lungo ostracismo da parte della corporazione degli architetti (a stragrande maggioranza maschile) che non la considerava degna di farvi parte poiché «non costruiva».

Una donna aperta e dinamica

Il documentario della regista zurighese ci mostra una donna estremamente dinamica, che considera il contatto umano come il fulcro della propria attività e che concepisce quindi gli spazi che crea proprio in funzione di questa dimensione irrinunciabile. Siano essi quartieri urbani a cui manca un centro di aggregazione (come il Guldendinger Feld di Basilea) o gli ex complessi industriali nelle periferie di Zurigo e di Winterthur, trasformati in luoghi di studio, di lavoro per artigiani e microimprese e in abitazioni. Il tutto con una buona dose di fantasia, capace di sorprendere l’occhio abituato alle linee impeccabili (e spesso monotone) degli altri architetti. Il tutto senza mai mettere in secondo piano la sostenibilità, come dimostra ad esempio la sequenza in cui si scopre l’uso della paglia pressata come efficace materiale isolante.

Barcaiola sul Reno

Un percorso, quello di Barbara Buser, che parte da molto lontano: dalle esperienze professionali ed esistenziali maturate durante un decennio in Sudan e in Tanzania a partire dall’inizio degli anni Ottanta, subito dopo il diploma al Politecnico di Zurigo; al ritorno a Basilea dove si ritrova senza contatti nell’ambiente dell’architettura e sbarca il lunario come «barcaiola» sulle imbarcazioni che traghettano le persone da una riva all’altra del Reno. Inizia poi, in particolare insieme al suo partner professionale Erich Honegger, un’intensa attività caratterizzata non solo dalla progettazione ma anche dalla creazione e dalla gestione a lungo termine di società immobiliari senza scopo di lucro, per far sì che l’idea alla base del suo lavoro non venga stravolta da speculatori interessati unicamente al guadagno. Un percorso difficile ma virtuoso che porterà Buser e Honegger ad ottenere nel 2020 il prestigioso Premio Meret Oppenheim attribuito in ambito artistico dall’Ufficio federale della Cultura. È il coronamento di un’attività che prosegue tuttora intensamente, seppur intercalata da meritati soggiorni sul lago di Neuchâtel per dedicarsi all’hobby della barca a vela. Un’attività solida, che ha ora radici profonde in un contesto di mecenatismo illuminato come quello basilese e che rappresenta un esempio da imitare per le giovani generazioni di architetti. Di impianto classico, Barbara Buser - Pioniera della sostenibilità ci offre il ritratto di un personaggio inimitabile, ma peca qua e là di qualche lungaggine, anche perché i personaggi secondari che vengono intervistati bucano meno lo schermo rispetto alla protagonista.

Barbara Buser - Pioniera della sostenibilità, documentario di Gabriele Schärer. (Svizzera 2025, 118’).  3/5.