L’era dei finti documentari

Le piattaforme di streaming in mancanza di idee stanno puntando tantissimo sui documentari sportivi: da Novak Djokovic a Lionel Messi, da Arrigo Sacchi a José Mourinho, i cataloghi di Prime Video, Netflix, Apple TV+, eccetera, sono invasi da produzioni spacciate per ‘Ritratto intimo’, ‘Accesso inedito’, ‘Storia definitiva’ e così via. In realtà sono spot a senso unico, costruiti con testimonianze di parte, montaggi per così dire emozionali e un’assenza sistematica di contraddittorio. La domanda, a questo punto, non è più se questi prodotti siano documentari visto che evidentemente non lo sono. È un’altra, più scomoda: la televisione, o lo streaming che la sta sostituendo, è fatta soltanto per i tifosi?
Dopo Michael Jordan
Tutto parte da The Last Dance, la serie Netflix su Michael Jordan che nel 2020 dimostrò che una stagione sportiva poteva diventare un evento globale di consumo. Da allora le piattaforme hanno industrializzato il formato: accesso privilegiato al campione o all’allenatore, interviste a ex compagni e familiari, immagini di archivio restaurate, musica epica, voce del protagonista che racconta la propria verità. Il risultato è un genere ibrido: non giornalismo, non cinema d’inchiesta, non mera propaganda di club. È branded content di lusso. Funziona perché soddisfa il bisogno di appartenenza. Il tifoso non vuole capire, vuole conferme: il tifoso di Jordan vuole, nella media, il monumento, quello anti-Jordan semplicemente non guarda The last dance.
Djokovic
Lo scorso agosto Prime Video ha messo in streaming Novak Djokovic: The Wolf in Winter, diretto da Jason Hehir, lo stesso di The Last Dance. Di Djokovic parlano la moglie Jelena, Nadal, Agassi, Sampras, Becker. Il titolo è già un programma: Djokovic non è più solo il giocatore più vincente della storia del tennis maschile, ma è il lupo che ha dovuto sopravvivere all’inverno, l’intruso che ha spezzato il duopolio Federer-Nadal, l’uomo forgiato dalla guerra in Serbia. Il problema non è che la narrazione sia falsa, anzi in gran parte è vera. Il problema è che è l’unica versione ammessa. Chi ricorda le polemiche sul no-vax, l’espulsione dall’Australia, i fischi persistenti di parte del pubblico, le teorie alimentari e mediche discutibili, trova poco o nulla. È il ritratto autorizzato di un uomo che ha passato vent’anni a costruire la propria leggenda contro il racconto dominante, quello di Federer o al massimo Federer-Nadal. Ora quel racconto lo scrive lui, con la collaborazione di Amazon.
Messi
Apple TV+ ha fatto qualcosa di simile con Messi's World Cup: The Rise of a Legend, serie in quattro puntate uscita nel 2024. Lionel Messi racconta i cinque Mondiali, adesso diventati sei, dalla delusione del 2006 alla consacrazione del Qatar 2022. Accesso ai ritiri, alle stanze d’albergo, alle emozioni private. Compagni di nazionale, Scaloni, qualche avversario selezionato. Il risultato è commovente per chi ha tifato Argentina. Ma è anche monodimensionale. Le critiche feroci che Messi ha ricevuto per anni in patria, le accuse di non essere un leader, il confronto ossessivo con Maradona, le prestazioni opache in alcune edizioni, scompaiono di fronte alla redenzione finale. Non è un caso isolato. Intorno a Messi ruota un’industria di contenuti: cortometraggi ESPN, apparizioni in documentari su compagni, celebrazioni del ciclo Scaloni. Ogni piattaforma vuole la propria fetta della leggenda e nessuna sembra interessata a una biografia che non finisca con la Coppa alzata.
Sacchi
In Italia il caso più noto di questi finti documentari è Arrigo Sacchi – La favola di un visionario (2023) di Nevio Casadio, visibile su Netflix, Prime Video e Mediaset Infinity. Sacchi non è un allenatore che ha vinto due Coppe dei Campioni col Milan e ha rivoluzionato il calcio, imprese già notevoli. No, è anche un visionario, e la sua vita è una favola. Parlano Ancelotti, Gullit, Galliani, i compaesani di Fusignano. Poco o nulla sulle tensioni con Berlusconi, sulle difficoltà in Nazionale, sulle critiche di chi considerava il suo calcio insostenibile dopo qualche stagione. I testimoni sono quasi tutti interni al successo. È un ritratto rispettoso, a tratti commovente, ma profondamente acritico. Un santino, tipo quelli delle fiction da televisione generalista.
Mourinho
L’ultimo arrivo, nell’agosto 2026, è Mourinho, tre puntate Netflix prodotte dallo stesso team di Beckham (John Battsek) e dirette da Joe Pearlman. Filmato in due anni, con accesso al tecnico e una lista di intervistati che include Alex Ferguson, John Terry, Frank Lampard, Zlatan Ibrahimović, Didier Drogba, Iker Casillas e Javier Zanetti. Anche in questo caso i limiti sono strutturali. I primi successi (Porto, Chelsea, Inter) occupano la maggior parte del tempo. Gli ultimi dieci anni
(Manchester United, Tottenham, Roma, Fenerbahçe, il ritorno al Real Madrid) vengono accelerati, visti gli alti e soprattutto i bassi. Guardiola non compare: incredibile, vista la contrapposizione umana e ideologica fra i due. Inoltre i rivali veri sono pochi e i giocatori che parlano sono soprattutto quelli che con lui hanno vinto. Mourinho è un maestro della narrazione di sé da vent’anni. Consegnargli tre ore di Netflix significa, in larga misura, lasciargli continuare quel lavoro. Chi cercava un’analisi tattica seria, un bilancio onesto dei fallimenti, o il punto di vista di chi lo ha licenziato, trova poco. Trova invece la conferma di ciò che già sapeva: José è speciale.
Perché lo fanno
Il meccanismo è economico prima che artistico. Questi prodotti costano relativamente poco rispetto a una fiction di alto livello, garantiscono un pubblico già fidelizzato e soprattutto funzionano come contenuto evergreen. Un documentario su Messi o Djokovic si guarda a ridosso di un torneo, si rivede anni dopo, si consiglia al figlio. Genera conversazione sui social, mantiene gli abbonati, rafforza il brand della piattaforma. C’è poi la questione dell’accesso. Senza il consenso del protagonista non si entra nello spogliatoio, non si filma la famiglia, non si ottengono le interviste esclusive. Il prezzo di quell’accesso è, quasi sempre, un diritto di veto implicito o esplicito sulla narrazione. I produttori lo sanno. I campioni lo sanno. lo spettatore sempre meno. Il grande investimento va alle storie di redenzione e di genio, perché queste storie ‘convertono’ meglio. Il tifoso paga l’abbonamento per sentirsi parte di qualcosa di grande, non per dubitare del proprio idolo. Effetto collaterale: si abitua il pubblico a confondere accesso con verità, intimità con onestà, celebrazione con conoscenza. Il punto d’arrivo è il VIP che paga sé stesso: Stephen Curry: Underrated (Apple TV+) è finanziato dalla società del cestista, con il titolo che è già la tesi.
Musica
I tifosi non esistono soltanto nello sport, ma anche nella cultura pop, musica in testa. Dove sono addirittura più convinti e schierati. Miss Americana (su Netflix dal 2020) su Taylor Swift è uno dei prototipi. Mostra la stella che diventa adulta, entra in politica, si ribella al management. Swift non è più la ragazza apolitica e controllata, è una donna consapevole. Anche qui brand management vestito da documentario: temi scomodi filtrati, antagonisti ridotti a montaggi di titoli ostili, poca distanza dal soggetto. Lo stesso schema torna in Renaissance: A Film by Beyoncé dove la cantante scrive, produce, racconta, fa tutto. Billie Eilish: The World’s a Little Blurry (Apple TV+) è più intimo e a tratti toccante, ma resta un ritratto costruito con la famiglia e l’etichetta. Elton John: Never Too Late (Disney+) è co-diretto dal marito del cantante. Thank You, Goodnight: The Bon Jovi Story, I Am: Céline Dion (Prime Video), la serie sui Take That, Bono: Stories of Surrender (Apple TV+): sembra di vedere la stessa cosa, anche se questi artisti sono diversissimi fra loro. In Italia possiamo citare Ferro (Prime Video) di Tiziano Ferro, Chiara Ferragni -Unposted; Il Supervissuto su Vasco Rossi, e tanti altri ci hanno provato.
POP
Harry & Meghan (Netflix, 2022) è secondo noi il caso-scuola. Sei tremende puntate sulla loro grande storia d’amore, con tanto di denuncia verso Palazzo e tabloid. Fu il lancio di un documentario più visto di Netflix… Beckham (Netflix) è lo specchio sportivo-glamour dello stesso genere. La serie è più vivace e autoironica di Harry & Meghan, e anche Victoria ha poi avuto la propria docuserie. Stesso registro per Arnold su Schwarzenegger, Sly su Stallone, Being Eddie su Eddie Murphy (Netflix, 2025). Unica di Ilary Blasi (Netflix) è la versione della protagonista sulla fine del matrimonio con Totti, con tassisti romani, amiche e montaggio da confessionale. Soy Georgina, su Georgina Rodríguez, è a metà tra reality e autoritratto del clan Ronaldo.
Da salvare
Non tutti questi documentari sono inutili. Alcuni hanno sequenze belle, archivi rari, momenti di fragilità vera (I Am: Céline Dion sulla malattia, parti di Miss Americana, il Beckham più domestico). Il punto è un altro: vengono venduti come documentari, cioè come forme che dovrebbero accettare il rischio di non piacere al protagonista. Il contrasto è con le opere non autorizzate o scomode: Leaving Neverland, certe inchieste su tutele e industria (Britney), The Inventor su Elizabeth Holmes, The Social Dilemma, The True Cost sulla moda. Le piattaforme le programmano in quantità minore, come tutti notiamo ogni sera. Perché irritano, mentre le autocelebrazioni fanno rinnovare l’abbonamento.
