Lucia Di Luciano, la ribelle che fuggì dalla Sicilia per inseguire un’arte senza fine

Lucia Di Luciano passa una mano su uno dei suoi quadri. Lo accarezza quasi, come se sotto la superficie geometrica ci fosse qualcosa di vivo. Nel documentario li chiama «figli», opere cresciute insieme a lei in oltre settant’anni di pittura. Giovedì sera, nella sala dello St. Moritz Art Film Festival, tra il pubblico c’era anche l’altro figlio, quello in carne e ossa: Oscar Pizzo.

È forse in questa sovrapposizione tra l’artista e la madre che «Lucia Di Luciano – Verificare l’Utopia» trova la sua forza. Fabio Cherstich, regista del documentario, non si limita a ricostruire il percorso di una protagonista dell’Arte Programmata italiana, ma riesce a darle un’anima, un’umanità. C’è la grande artista, certo, ma c’è anche Lucia: la battuta pronta, quell’accento siciliano ormai contaminato da decenni di vita romana che per i genuini tempi comici a tratti potrebbe quasi ricordare la Sora Lella, il rapporto fisico con i quadri, le ostinazioni. E soprattutto una lucidità sorprendente nel ripercorrere le ragioni di una ricerca durata praticamente tutta la vita.
Presentato giovedì sera a St. Moritz e accolto con grande calore dal pubblico, il film restituisce così qualcosa che una semplice biografia difficilmente potrebbe raccontare. Lucia Di Luciano, scomparsa lo scorso gennaio a 93 anni, non viene osservata soltanto attraverso ciò che ha realizzato, ma attraverso il modo in cui parla della propria arte, la tocca e continua a interrogarla.

A guardare quelle immagini sul grande schermo, a circa sette mesi dalla morte della madre, Oscar Pizzo ha ritrovato soprattutto la coerenza di un percorso che, vissuto dall’interno di una famiglia, forse era più difficile vedere nella sua interezza. Pianista e musicista, Pizzo ha partecipato alla costruzione del documentario e ne ha realizzato le musiche. «Mi ha colpito soprattutto il modo in cui mia madre racconta la sua vocazione. Io l’ho vissuta sin da piccolo e forse proprio per questo non avevo mai dato la stessa importanza a certe cose che dice nelle interviste. Guardando il film ho capito quanto la sua fosse stata una scelta assoluta, ma allo stesso tempo ragionata».
Una linea che Pizzo riconosce dalle primissime opere fino agli ultimi anni. «Aveva iniziato a dipingere nel 1947 e quella logica è rimasta fino al 2026. Nel film si vede il passaggio da una struttura molto rigida alla fantasia, ma è sempre una fantasia legata alla logica. Mi fa pensare alle Variazioni Goldberg: esiste un tema e quel tema viene sviluppato, trasformato, portato lontano, senza però perdere le proprie origini».

Per capire quanto fosse radicale quella scelta bisogna tornare alla Sicilia dei primi anni Cinquanta. Di Luciano, nata a Siracusa nel 1933, voleva trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Una decisione tutt’altro che scontata per una giovane donna dell’epoca.
«Mia nonna era stata promessa in sposa a mio nonno quando aveva cinque anni. Poi mio nonno decise che mia madre avrebbe dovuto sposare un avvocato, senza che lei ne sapesse praticamente nulla. Quando gli disse che voleva fare la pittrice e andare a Roma all’Accademia, lui rispose che non era pensabile. La seconda volta che se lo sentì dire, mia madre gli tirò una forma di ricotta in testa».
L’episodio fa sorridere, ma racconta bene il carattere di una donna disposta a rompere con il mondo dal quale proveniva. «Mio nonno era un imprenditore ricco, molto conosciuto a Siracusa. Quella della ricotta, nella Sicilia di allora, era una specie di oltraggio», racconta Pizzo. «Mia madre poi scappò. In seguito i rapporti si ricomposero, ma ci volle un coraggio enorme. Raccontava che all’Accademia del Nudo le altre donne presenti erano soprattutto le modelle che posavano. Diventare pittrice, per una donna di quegli anni, non era affatto semplice».

A Roma avrebbe incontrato Giovanni Pizzo, futuro marito e compagno di una ricerca artistica sviluppata fianco a fianco per decenni. Nel 1963, insieme a Francesco Guerrieri e Lia Drei, diedero vita al Gruppo 63; l’anno successivo Di Luciano e Pizzo fondarono Operativo R. Erano gli anni delle strutture geometriche, delle griglie e della combinatoria. «Nel 1960 l’arte combinatoria non era affatto normale. Loro lavoravano anche sul sistema binario, sul bianco e nero. Oggi la Tate Modern riconosce quelle esperienze come parte dei primordi dell’arte cinetica e delle ricerche che avrebbero poi dialogato con i computer».
Dietro quella sperimentazione, però, c’era ben poco dell’artista bohémien in attesa dell’ispirazione. «Mia madre e mio padre avevano una disciplina quasi militare. Iniziavano alle nove e finivano alle diciotto. Leggevano, si informavano, lavoravano continuamente. Sembrava quasi una bottega rinascimentale: avevano due studi vicini ma separati e litigavano anche sui lavori. C’era una disciplina fortissima, ma proprio da quella disciplina nasceva la fantasia. In fondo erano allenati a sognare».

Oscar Pizzo è cresciuto dentro quel mondo. «Da bambino li seguivo ovunque, avevo praticamente la culla nel loro studio». Essere figlio di due personalità così forti significava però trovare un territorio proprio. «Erano due monoliti. Da loro ho preso l’idea del contemporaneo come libertà, ma la mia fortuna è stata trasferirla nella musica. Se avessi scelto anch’io l’arte visiva probabilmente sarei rimasto schiacciato. Con la musica contemporanea, invece, sono riuscito a essere riconosciuto anche da loro come artista».
Un percorso che ha già incrociato il cinema e, curiosamente, proprio i festival svizzeri. Pizzo curò infatti le musiche di «Private», esordio di Saverio Costanzo che nel 2004 vinse il Pardo d’oro al Locarno Film Festival. Ventidue anni dopo è a St. Moritz con un film dedicato alla madre. «Con la Svizzera ho un rapporto particolare: a Locarno ho avuto la fortuna di partecipare con le musiche a un film che vinse il Pardo d’oro e ora sono qui. Mi sono sempre trovato molto bene nei festival svizzeri perché hanno una grande apertura e una vera attenzione verso il nuovo. C’è una cultura dell’arte contemporanea che si percepisce davvero».
Il legame è ancora più evidente nell’edizione in cui lo St. Moritz Art Film Festival ha scelto «If Music» come tema, mettendo al centro il rapporto tra cinema e musica e interrogandosi su cosa accada quando ritmo, armonia, montaggio e immagini diventano parti dello stesso linguaggio. Nel caso di Pizzo il rapporto è quasi familiare: ciò che i genitori cercavano attraverso forme e colori, lui ha finito per cercarlo attraverso i suoni.
«La musica è fatta di numeri. Le combinazioni numeriche ne fanno parte e io, crescendo con loro, mi sono ritrovato a lavorare in maniera simile. Loro utilizzavano la combinatoria nella pittura, io l’ho trasportata dal colore al suono».

È anche qui che il lavoro di Cherstich evita il rischio del ritratto celebrativo. L’opera resta al centro, ma accanto alla storia dell’arte rimangono i piccoli gesti. Come Lucia che passa le mani sui propri quadri. «Quella cosa mi ha colpito moltissimo. Lei dava ai quadri un’anima. Quando li tocca sembra quasi che siano figli suoi. A un certo punto dice: «Sono tanti i miei figli, sono figli che crescono». Io sono suo figlio, naturalmente, ma in quel momento ho pensato che esistono centinaia di altri figli che lei ha trattato nello stesso modo».
Quei «figli» hanno accompagnato un percorso tornato negli ultimi anni con forza sulla scena internazionale. Nel 2022 Di Luciano aveva partecipato alla 59ª Biennale di Venezia e le sue opere sono oggi presenti, tra le altre, nelle collezioni della Tate Modern di Londra e del MAMCO di Ginevra. Per Pizzo, però, hanno ormai anche un altro significato. «La fortuna di essere figlio di artisti è che i genitori non muoiono mai. Di mia madre e mio padre rimangono i quadri. E quei quadri sono loro. È quasi una resurrezione: il rapporto continua attraverso ciò che hanno lasciato».

Per le musiche del documentario Pizzo ha scelto una scala greca. Una decisione tecnica che finisce per contenere anche la chiave più intima del film. «Nella nostra musica la settima nota è la sensibile perché tende verso la prima: prepara l’accordo e quindi la conclusione. L’accordo arriva e qualcosa finisce. Nella musica greca questo senso della chiusura non esiste nello stesso modo. È una tradizione che porta con sé l’idea dell’infinito. Anche l’arte dei miei genitori è così: è un estratto di un percorso di vita, non ha una narrazione che a un certo punto debba necessariamente chiudersi».

Non poteva esserci musica più adatta per accompagnare Lucia Di Luciano. Una scala che non cerca una conclusione, proprio come la sua arte e come il legame che continua tra una madre e un figlio. La musica di Pizzo, allora, non accompagna un addio, ma prolunga un rapporto: il colore diventa suono, il ricordo trova un’altra forma e quella scala senza un ultimo accordo sembra destinata a continuare insieme alle opere che Lucia ha lasciato. «Sono qui per ricordare mia mamma. I quadri sono parti di lei: possono essere un braccio, una gamba, un cuore. Sento che in quelle opere c’è ancora lei. E forse è proprio questo il punto: non c’è una fine. Non ci sarà mai».
