L’ultimo capitolo della Reboleira, commedia vincente di Da Cunha

Il lupo. E il coccodrillo. Il concorso internazionale di Locarno si avvia verso la conclusione portando sullo schermo due animali simbolo dello sgomento. Due metafore. Utili, innanzitutto, a trovare punti di contatto tra le opere presentate ieri: D’ici là, della francese Sarah Leonor; e O Jacaré, dello svizzero-portoghese Basil Da Cunha.
In realtà, visti uno dopo l’altro i film di Leonor e Da Cunha hanno anche qualcos’altro in comune. Parlano di territori in piena trasformazione. Il primo lo fa addentrandosi nei boschi dei Vosgi dove, così come sui versanti alpini - e ne sanno qualcosa i ticinesi - è tornato il lupo, riferimento ancestrale della paura in tutte le culture europee. Il secondo guarda alla Reboleira, un quartiere popolare alla periferia nord di Lisbona che sta per essere cancellato.
Leonor chiede ai suoi personaggi di ridefinirsi di fronte a un animale intenzionato a riprendersi spazi e dimensioni che gli erano state negate con violenza. Da Cunha mette in scena una commedia corale per continuare a dare corpo e vita a una comunità destinata alla diaspora. D’ici là abbassa la voce, per ascoltare i richiami del bosco. O Jacaré la alza all’inverosimile, per raccontare un mondo in preda a molti sussulti. In mezzo, la stessa domanda: che cosa resta di un luogo quando smette di essere quello che era? E chi lo racconterà dopo?
Cinema di territorio
Sarah Leonor è al suo undicesimo lungometraggio, ma è stata proprio Locarno a rivelarla nel 2009 quando accolse in concorso Au voleur. A distanza di 17 anni, torna al Festival ticinese con un’opera riuscita, una struttura a tre voci tenute insieme non da un intreccio narrativo ma da un luogo, appunto i boschi dei Vosgi.
Il «cinema di territorio» a struttura corale è, ormai, un genere quasi codificato nei festival, mai privo di determinate (e rischiosissime) liturgie: la nebbia, il bosco, i corpi piccoli nelle inquadrature lunghe, il sonoro naturalistico pulito in modo ossessivo. Il confine fra rigore e maniera è sottile, e lo hanno dimostrato in concorso almeno altri tre film con ambientazione identica.
Obiettivamente, D’ici là supera brillantemente la prova, nelle immagini non prevale mai l’effetto cartolina e il bosco è utilizzato come fondale autentico, non artificioso.
D’altronde, le tre storie che compongono il film sfruttano il bosco come «personaggio connettivo». È il cosiddetto «montaggio geografico» più che narrativo, una tradizione che in Francia ha radici profonde e che negli ultimi anni è tornata prepotentemente d’attualità. Per Lucien (Frank Beauvais) gli alberi sono rifugio che protegge una solitudine voluta e cercata; per Aline (Dinara Droukarova), il bosco è il nascondiglio del lupo, cercando il quale è costretta ad affrontare le proprie paure; per Jade (Louiza Aura), infine, è soltanto un luogo familiare, in cui magari scoprire una vecchia cascina abbandonata sperando di poterne fare, in futuro, la propria casa.
Il lupo, in tutto questo, resta figura chiave: animale reale e insieme metafora obbligata: predatore che ritorna e rimette in discussione i confini disegnati dagli uomini.
L’ultimo ballo
Il territorio di Basil Da Cunha è invece molto familiare a Locarno: O Jacaré è, infatti, il terzo episodio della trilogia della Reboleira, i cui due precedenti capitoli sono transitati in concorso al Festival ticinese: O fim do mundo nel 2019 e Manga d’Terra nel 2023. Da quando ha 15 anni, il regista svizzero-portoghese filma la Reboleira, quartiere creolo alla periferia di Lisbona destinato alla demolizione. «O Jacaré - dice il regista - rappresenta un’ultima danza prima della sua scomparsa: un film vibrante e leggero, intriso di comicità e di un certo senso di libertà». La celebrazione di un’epoca. Un «tríptico» che si chiude.
È interessante sentire come Da Cunha definisce il suo lavoro: un «incontro fra la blaxploitation, i polizieschi americani degli anni ’90 e la musica capoverdiana degli anni ’70». Un pastiche di generi che però funziona benissimo, grazie anche a una recitazione perfetta. Tutto il film ruota attorno alla ricerca, nel dedalo della Reboleira, del bottino di una rapina: 180.000 euro nascosti nessuno sa dove. I vari personaggi incrociano le proprie vite in una successione di tensioni, tradimenti, battute e violenza; e in mezzo al caos, qualcuno giura di aver visto un alligatore aggirarsi per le strade del quartiere. Il coccodrillo di O Jacaré è semplicemente una trovata geniale. Esiste, non è una leggenda urbana, e traccia idealmente la mappa dei luoghi del film.
Il registro comico e insieme criminale scelto dal regista svizzero-portoghese avrebbe potuto trasformare in un bozzetto una comunità che, nei due precedenti capitoli della trilogia, aveva invece uno spessore tragico. Non è successo perché Da Cunha ha sfruttato in modo molto sapiente le caratteristiche della commedia: il colpo di scena, l’equivoco, il mascheramento. E, soprattutto, ha saputo ribaltare ogni attesa in un finale liberatorio. O Jacaré è l’ultimo ballo - rumoroso, sudato, imprevedibile, colorato - degli abitanti della Reboleira, un luogo che c’è, ma domani forse non più.
