Negli oscuri labirinti della mente di David Lynch

C’è un posto che non esiste. Dove i gufi non sono quello che sembrano. Linee nere e bianche si rincorrono a zig-zag sul pavimento, come una scarica elettrica. Una grande tenda rossa nasconde ciò che non abbiamo il coraggio di vedere: come siamo noi stessi, per davvero. La Loggia Nera di Twin Peaks è il nostro lato oscuro. Locarno rende omaggio a David Lynch. Lo fa proiettando Cuore selvaggio, come quella volta nel 1990, dopo che il film venne premiato con la Palma d’Oro a Cannes. Non c’è titolo più azzeccato per descrivere il regista americano scomparso a gennaio del 2025 in California. Il suo è infatti un cinema imprevedibile, volto a scardinare gli stilemi hollywoodiani. In questo caso partendo dal road movie, genere tanto caro agli americani. L’avventura di Sailor e Lula si trasforma in una cupa fiaba a ritmo di rock and roll, in cui la storia d’amore tra i protagonisti, volutamente stereotipata e superficiale, quasi a voler sbeffeggiare i buoni sentimenti di Hollywood, viene trasfigurata attraverso una lente deformante, tra richiami al Mago di Oz, violenza pulp (prima di Quentin Tarantino) e mostri (dis)umani usciti dall’inferno. Il cinema di Lynch è «subreale» più che surreale, perché la realtà sembra arrivare dal basso, dalle viscere della Terra. D’altronde il primo lungometraggio del cineasta di Missoula era già una dichiarazione d’intenti: quel delirio su celluloide di Eraserhead (1977), costato più fatica che soldi, tanto amato da Stanley Kubrick. Si narra che il regista di Shining lo mostrasse agli attori per trasmettere loro angoscia durante le riprese del suo cult horror.

E ancora, la tranquilla cittadina dipinta in Velluto Blu, con il suo cielo limpido e giardinetti ben curati. Un sogno americano stuprato dal torbido che si cela nel sottobosco statunitense. Velluto, appunto, strappato di getto con furiosa violenza. Un orecchio mozzato, una dark lady abusata e un villain psicotico, quanto grottesco: tutti topoi del cinema lynchiano. La serie televisiva Twin Peaks, ideata insieme a Mark Frost, è l’esempio perfetto di come la quotidianità americana possa venir distrutta dai demoni che abitano l’inconscio. Tra l’altro, con il regista di Missoula (nel Montana) che gioca praticamente in casa: Twin Peaks è una fittizia cittadina del Nordovest degli USA, con le sue cascate imponenti e gli alberi tanto alti da oscurare il sole. C’è l’America rurale, semplice, fatta di boscaioli e pescatori. Ma niente è come sembra. Se in Cuore selvaggio Lynch decostruisce il road movie, in Twin Peaks scardina la soap opera, il passatempo televisivo più conciliante per le masse. La tela di un dipinto squarciata da un improvviso colpo di forbici. Uno squarcio dal quale saltano fuori gli incubi sopiti nell’animo umano. La prima stagione è un capolavoro pop. Una sorta di mistery drama che rimarrà impresso nella memoria di milioni di telespettatori, grazie a personaggi immortali come l’agente Cooper, al terrificante sguardo luciferino di Bob, agli intramontabili temi musicali composti da Angelo Badalamenti e a quella domanda capace di tenere il pubblico incollato allo schermo: «Chi ha ucciso Laura Plamer?». Come già avvenuto con la difficilissima lavorazione di Dune, massacrato dalle pretese dei produttori, Twin Peaks verrà poi sfigurato dalle logiche televisive, portando l’emittente ABC a rivelare anzitempo l’assassino di Laura Palmer. Nonostante una seconda stagione travagliata, Lynch riuscirà a riscrivere le regole del tubo catodico, anticipando le gradi produzioni seriali che oggi rendono così popolari le piattaforme di streaming. Da X-Files a Lost, da True Detective a Too old to die young: sono tutti figli illegittimi di un unico padre.
Venticinque anni dopo, nel 2017, l’autore di Missoula tornerà con una terza stagione diffusa unicamente sulle piattaforme online, libera dalle pretese delle TV commerciali. Sarà l’ennesimo capolavoro, da molti considerato un lunghissimo film, più che un’opera suddivisa in episodi. L’apice di un percorso fatto di contaminazione di generi, inganni mentali, misteri irrisolvibili e meta-cinema irriverente, come il destabilizzante cambio di protagonista in corso d’opera in Strade perdute. O il grande labirinto di Mulholland Drive, un enigma in cui personaggi sono e non sono allo stesso tempo: una tappa obbligatoria per i registi più visionari, per la quale i critici cinematografici hanno versato fiumi di inchiostro. O, ancora, il flusso di coscienza di Inland Empire, praticamente una seduta di tre ore da uno psichiatra votato al sadismo. Con i polmoni divorati dall’enfisema, Lynch è morto a pochi giorni dal suo settantanovesimo compleanno, mentre Los Angeles veniva martoriata dagli incendi. Quasi fosse profetico il «fuoco cammina con me» citato nella sua opera di maggior successo. Quello che è stato uno dei più grandi cineasti di sempre, negli ultimi tempi diffondeva bollettini meteo su YouTube, tra aneddoti di rara ironia, curiosità e musica. Il respiro affannoso, la stanchezza dopo pochi passi, la barba incolta e i capelli lunghi, bianchi come il tempo che vola via. Lynch in fondo è sempre stato il personaggio delle sue stesse opere. Come la cantante intrappolata in un termosifone in Eraserhead. Confinata in un paradiso distorto, dove però «everything is fine», citando il verso di In heaven, il brano scritto da Peter Ivers insieme al regista: una melodia celestiale su un tappeto sonoro a tratti dissonante. Con le note che decadono e disorientano. Perché nel mondo di Lynch non ci sono porti sicuri, né le comode sedie di un cinema, ma sabbie mobili e trappole. Come nel profondo della mente. Come in ogni vita, quando lo schermo si spegne.
