«Non c’è il Festival se non c’è Locarno»: il Boccalino d’Oro celebra il legame con la città

Per una sera il Festival esce dalle sale, abbandona i tappeti rossi e torna nelle mani della città. È successo questa sera al Rivellino, dove il Boccalino d’Oro ha celebrato la sua 26. edizione. Un premio della critica indipendente, ma soprattutto uno dei riti più singolari del Pardo: cinema, pubblico, risotto e vino si ritrovano nello stesso luogo.
Il premio, organizzato da Ugo Brusaporco e Arminio Sciolli, nacque dall’incontro tra lo stesso Brusaporco, Aldo Belloli, allora gestore della Locanda Locarnese, e l’allora direttore del Festival Marco Müller. «Volevamo avvicinare la città, far capire che non è la stessa cosa fare il Festival in un luogo oppure in un altro», racconta Brusaporco. «Non c’è il Festival se non c’è Locarno».
Ed è qui che sta il significato del Boccalino. «È diventato il momento in cui la gente di Locarno si impadronisce del Festival, lo fa suo e diventa comunità». Una comunità costruita attraverso gesti semplicissimi. «I premi sono un pretesto: il punto è fare il risotto, stare insieme. C’è chi porta il pane, chi il prosciutto, chi il vino. È come andare a casa: ognuno porta il suo pezzo».
Un modello che dice qualcosa anche sul rapporto attuale tra Pardo e territorio. «Il Boccalino è la punta di un iceberg. Sotto c’è tutto un mondo che deve emergere perché il Festival sia davvero della città». Non «una stampella», precisa, ma «un’indicazione di cammino. C’è ancora la speranza che Festival e città siano vicini».
Negli anni al Rivellino sono passati registi, attori e cineasti da tutto il mondo. «Tutti si ricordano di Kaurismäki perché ne ha combinate di tutti i colori: prendeva i boccali e li riempiva di vino». Ma soprattutto «alcuni ci hanno detto che era stato uno dei momenti più belli vissuti a Locarno». Perché il Boccalino vuole essere «una scena di libertà, la libertà di sentirsi a casa».
Convivialità che non significa rinunciare alla qualità. «Abbiamo un dovere nei confronti della comunità: non possiamo prenderla in giro». Anche un film difficile può così trovare nuovi spettatori. «Magari una persona non sarebbe mai andata a vederlo. Poi conosce il regista e pensa: adesso voglio vedere il suo film. Quella è una vittoria».
Da qui anche la difesa della critica indipendente. «È fondamentale. Il film non è soltanto guardarlo, è entrarci dentro». Il compito del critico «è cercare, non accontentarsi, provare ad avvicinare un’opera d’arte alle persone».
Ventisei anni dopo quella prima cantina fumosa, Brusaporco guarda già a quando la sua creatura dovrà camminare senza di lui. «Molte persone sono state con noi per anni, alcune se ne sono andate, altre hanno cambiato strada. Ma penso che il Boccalino continuerà anche senza di me. Dopo ventisei anni è una creatura che esiste». E conclude: «Bisogna avere fiducia e lasciarla andare. Il cinema, in fondo, è di chi lo ama».
I premi del Boccalino 2026
La cerimonia al Rivellino ha naturalmente dato anche i nomi ai vincitori. Il Boccalino d’Oro per il miglior film è andato a Lejos de los árboles (Far From the Trees) di Meritxell Colell Aparicio, coproduzione tra Spagna, Perù e Italia che attraversa tre generazioni per raccontare memoria, diaspora ed esilio, partendo dalle ferite della guerra civile spagnola.
La miglior regia è quella di Luise Donschen per Morgen vor langer Zeit, storia ambientata durante la riunificazione tedesca e incentrata su una donna dell’Est che, davanti al crollo del mondo nel quale è cresciuta, cerca nella natura una nuova possibilità di esistenza.
Premiata anche la sceneggiatura di Cercatori d'angeli di Leopoldo Pescatore, firmata da Edoardo Bechis, Enrico Salimbeni, Federico Sperindei e dallo stesso Pescatore, per aver portato in un film per ragazzi una riflessione sull’aiuto al prossimo e sull’appartenenza alla stessa umanità.
Il riconoscimento per la migliore interpretazione è stato assegnato a Camilo Arancibia per Il cileno di Sergio Castro-San Martín, mentre Demain je tombe amoureux di Martin Provost, con Fabrice Luchini, si è aggiudicato quello per la miglior commedia.
Infine, un riconoscimento speciale è andato all’artista giapponese Izuru Mizutani, premiato come personalità capace di «illuminare il Festival con la propria arte», per il messaggio di pace e contro la violenza portato in questi giorni per le strade di Locarno attraverso le sue performance pubbliche e la meditazione.
