Odissea, il mito di Ulisse secondo Christopher Nolan

Per quasi dieci anni, con la sua trilogia dedicata a Batman, Christopher Nolan ha portato al cinema un pezzo di quella che per certi versi è la mitologia odierna, rielaborazione di archetipi che esistono da tempo immemore (ragionamento che lo ha poi portato, in Tenet, a non dare un nome al personaggio principale, identificato nei titoli di coda semplicemente come il Protagonista). Era inevitabile, dato anche l’amore dichiarato del regista inglese per un certo tipo di cinema spettacolare con il quale è cresciuto, che prima o poi decidesse di andare direttamente alla fonte e adattare uno dei miti del passato. Ed eccoci, quindi, al cospetto di Odissea, il lungometraggio più ambizioso della carriera di Nolan, anche per la decisione di girarlo interamente in IMAX, la prima volta che accade per un film di finzione (per il pubblico svizzero, la soluzione migliore per vederlo in quel formato è recarsi a Zurigo o nei pressi di Lucerna).
Siamo, come dice la didascalia iniziale, in un’epoca di magia apparente (l’aggettivo è d’obbligo poiché, salvo Atena - interpretata da Zendaya - che interagisce direttamente con l’Ulisse interpretato da Matt Damon, le divinità sono fisicamente assenti e gli eventi sovrannaturali si verificano in quantità limitata). Del re di Itaca, partito per la guerra di Troia anni addietro e non ancora tornato a casa, il film racconta due storie parallele: quella di Ulisse, bloccato sull’isola di Calipso (Charlize Theron) che cerca di fargli ricordare gli eventi che lo hanno portato lì; e quella di suo figlio Telemaco (Tom Holland), in cerca di notizie del padre mentre la madre Penelope (Anne Hathaway) fa del suo meglio per tenere a bada gli arroganti pretendenti che hanno effettivamente invaso la reggia, in particolare Antinoo (Robert Pattinson). Il viaggio verso Itaca sarà lungo, non solo per la durata dell’assenza di Ulisse, ma anche per le conseguenze che la guerra ha avuto sulla sua psiche e su quella degli altri. Perché c’è chi a casa c’è tornato, ma col senno di poi vorrebbe non averlo fatto, mentre altri sono segnati, in un modo o nell’altro, dal sangue che è stato sparso dall’esercito greco su ordine di Agamennone.
Due decenni fa, prima di affrontare la figura di Batman, Nolan era stato ingaggiato per la regia di Troy (2004), successivamente affidato a Wolfgang Petersen, e quel film si concludeva con un altro Ulisse, interpretato da Sean Bean, che pensava a come sarebbe stata tramandata ai posteri la vicenda: «Se mai racconteranno la mia storia, che dicano che ho camminato con i giganti», diceva riferendosi a Ettore e Achille (entrambi assenti in Odissea poiché già morti quando entra in scena il famoso cavallo). La versione con le fattezze di Matt Damon non fa discorsi simili, poiché arriva al cinema dopo l’uscita di Oppenheimer, il ritratto del creatore della bomba atomica. Ed è a lui, che soleva dire «Ora sono diventato la morte, distruttore di mondi», che si rifà l’Ulisse del 2026, un uomo capace di sfidare gli dei ma anche consapevole delle conseguenze della sua arroganza mista ad astuzia. Un mito fondatore, certo, ma basato su un abbondante accumulo di cadaveri, trasformato in dettaglio minore dagli aedi che cantavano le gesta degli eroi (nel film questa funzione la assolve il rapper Travis Scott, che appare nei panni di un bardo e firma anche la canzone When I’m Home, che accompagna i titoli di coda). Nolan semplifica - molti episodi del viaggio durano pochi minuti, e alcuni sono proprio omessi - e allo stesso tempo rende il tutto più intricato, facendo sua la filosofia di John Ford i cui film western si fecero gradualmente più cupi e pessimisti, riconoscendone la natura fallace con la celebre frase «Stampa la leggenda» per descrivere come questi racconti arrivavano - e tuttora arrivano - a noi.
Odissea è, dopo Oppenheimer di cui è la prosecuzione spirituale, la massima espressione della libertà artistica di Nolan, che firma un progetto mastodontico, spettacolare e curato nei minimi dettagli (da notare il contributo del compositore Ludwig Göransson, che ha lavorato con strumenti d’epoca ed evitato di usare l’orchestra), un divertimento di quasi tre ore che però ha un’anima nerissima, in linea con i tempi in cui viviamo. Non è insomma più il tempo di Omero, ammesso che sia mai veramente esistito.