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Pol Pot gli spezzò la mente, l’arte l’ha aiutato a ricucirla: «Ogni pennellata ha rimesso insieme i pezzi»

Il regista e artista giapponese Izuru Mizutani racconta come la Cambogia abbia cambiato la sua vita e trasformato la pittura in una forma di terapia - A Locarno ha accompagnato l’eclissi con una performance tra arte e meditazione
©Chiara Zocchetti
Mattia Sacchi
14.08.2026 11:00

Nel kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare la ceramica, una frattura non viene nascosta, ma ricomposta ed evidenziata con l’oro, trasformando ciò che si è spezzato senza cancellarne la storia. Una metafora che sembra fatta apposta per raccontare Izuru Mizutani: la sua mente come una tela lacerata da ciò che aveva visto, la pittura come l’oro utilizzato per ricomporla. «La mia mente era quasi spezzata. Avevo dentro troppe cose e dovevo farle uscire».

Giapponese, nato a Nagoya nel 1961 e cresciuto in una famiglia nella quale l’arte era già di casa – il padre Isao era artista –, Mizutani sceglie inizialmente le immagini televisive per raccontare il mondo. Per anni lavora come regista TV, realizzando programmi e documentari di carattere storico, sociale e artistico. È dunque abituato a osservare la realtà attraverso una telecamera quando, nella seconda metà degli anni Novanta, un documentario lo porta in Cambogia per raccontare gli orrori e le conseguenze del regime di Pol Pot. Quello che doveva essere un lavoro giornalistico finisce per cambiare la sua vita. «Ero lì come regista televisivo e vidi le conseguenze dei Killing Fields. Vidi fosse con migliaia di uomini, donne e bambini, popolazioni sterminate. Fu un’esperienza terribile, sapevamo che avremmo dovuto testimoniare degli orrori ma era impossibile immaginarne la portata».

La violenza era entrata nella quotidianità lavorativa. Mizutani racconta di continui combattimenti e colpi d’arma da fuoco nei dintorni dell’albergo: «Avevo il cameraman e il mio staff, dovevo capire come riportarli in sicurezza in Giappone, nessun luogo era sicuro». Ma tra le immagini rimaste impresse nella sua memoria ce n’è una ancora più difficile da cancellare, quella di una bambina mutilata che gli si aggrappò ai vestiti chiedendo aiuto. «Era ancora viva. Mi tirava i vestiti e mi implorava. Non riuscivo quasi a gridare, riuscivo soltanto a respirare. Non ho mai potuto dimenticarlo», racconta con le lacrime agli occhi e la voce rotta.

È dopo il ritorno in Giappone che Mizutani comincia a disegnare quasi per necessità. «Ero talmente scioccato che la mia mente era quasi spezzata. Avevo dentro troppe cose e dovevo farle uscire. Non riuscivo a smettere di disegnare». Non c’è inizialmente un progetto: «Erano soltanto pennellate, poi cominciarono a uscire volti, corpi umani, autoritratti». La pittura diventa così il suo kintsugi, un modo per lavorare sulle fratture senza fingere che non esistano.

Da quella necessità nasce anche una ricerca sull’essere umano. Mizutani studia psicologia, interrogandosi su ciò che può portare una mente alla violenza e su come l’arte possa invece raggiungerla. «Ho iniziato a pensare che il mondo nasce dalla mente degli esseri umani. Io non sono un attivista, sono un artista. E come artista posso influenzare direttamente il cuore delle persone».

Qui emerge anche la distanza tra i due linguaggi che hanno segnato la sua vita. «Come giornalista usavo le parole, filmavo, verificavo i fatti: era un processo molto logico. L’arte invece arriva nella parte più profonda della mente». Eppure il regista non scompare del tutto: la familiarità con immagini, video e costruzione dello spazio confluisce in una ricerca che, oltre alla pittura, comprende installazioni, luce e materiali differenti. «Credo che l’arte abbia questo potere. Cerco di avere una mente pacifica e di mettere questa energia nell’opera, perché possa risuonare nelle persone».

Per riuscirci Mizutani cerca paradossalmente di scomparire dalla propria opera. «Medito e svuoto la mente. Non voglio esprimere il mio ego. Quando la mia mente diventa pura, sento l’energia arrivare dall’atmosfera, dalla natura. Io sono soltanto un tubo attraverso il quale passa». La pittura che dopo la Cambogia serviva a espellere immagini insopportabili diventa così un esercizio opposto: fare silenzio per accogliere ciò che arriva dall’esterno.

È questa filosofia che Mizutani ha portato ieri sera a Locarno, città nella quale torna per la seconda volta e che considera particolarmente vicina alla propria sensibilità. «È un luogo con una grande storia e tanta cultura. Ci sono musei, arte e naturalmente il Locarno Film Festival, oltre ad amici come Arminio Sciolli, Stephan Spicher e Stefano Pesce». In occasione dell’eclissi, piazza Sant’Antonio è diventata uno spazio di meditazione e creazione nella performance organizzata in collaborazione tra la pasticceria Marnin e il Rivellino. Un appuntamento che ha richiamato numerosi appassionati e frequentatori del Festival, concedendosi, tra un film e l’altro, un momento di silenzio e meditazione.

Prima di dipingere, Mizutani ha dedicato circa quindici minuti alla meditazione, secondo una pratica che richiama lo Zen. «Cerco di eliminare tutto: la paura, i pensieri, ogni idea. Poi inizio a dipingere senza avere nulla in mente, semplicemente in una condizione pura». L’eclissi è diventata così non tanto qualcosa da rappresentare, quanto un momento da vivere insieme e trasformare in energia creativa.

In Giappone Mizutani ha inoltre creato un centro artistico internazionale in una grande ex scuola elementare, destinato ad accogliere artisti, scrittori e persone provenienti da culture diverse. Un percorso cominciato davanti a una frattura personale e diventato ricerca di ciò che può unire gli esseri umani. «Possiamo avere religioni, culture e modi di pensare differenti. Dobbiamo rispettarci e provare a comprenderci. Attraverso la cultura, l’arte, la musica, il canto e la danza credo che possiamo contribuire a costruire la pace».

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