Quando il cinema è anche memoria: il viaggio di Colell Aparicio nelle Ande

Un timido, breve applauso ha accompagnato, ieri mattina, nella proiezione riservata alla stampa, i titoli di coda di Nun Dul Dega Eomne, il film di Hong Sangsoo in concorso al Festival. Un tributo (forse) inevitabile a uno dei cineasti coreani più noti e premiati a livello internazionale, già miglior regista a Locarno nel 2013 per U ri suhni e Pardo d’oro nel 2015 per Jigeumeun matgo geuttaeneun teullida. Applausi, tuttavia, non del tutto dovuti. Nun Dul Dega Eomne è il 35. lungometraggio del regista di Seul, il secondo del 2026 dopo Geunyeoga doraon nal, passato alla Berlinale nella sezione Panorama. Hong firma - come di consueto - regia, sceneggiatura, produzione, montaggio, musica, fotografia e suono: un’autarchia produttiva che è ormai la sua cifra e parte integrante della sua poetica.
Sanghee (Kim Minhee, nella vita moglie del regista) torna, dopo dieci anni, assieme al fratello a far visita alla madre (interpretata da Choi Myeonggil) che si è stabilita sull’isola di Jeju con il nuovo compagno, un documentarista. La gestione di un ristorante di successo ha permesso alla madre di Sanghee di ottenere una solida posizione economica, e anche per questo la donna insiste con la figlia affinché essa rimanga sull’isola ad aiutarla e a succederle nella conduzione degli affari.
Il film si snoda quindi in una serie di incontri familiari, in ognuno dei quali sono rivelati particolari delle esistenze di ciascuno. Anche Sanghee, però, è una cineasta sperimentale, e Hong Sangsoo mette in tensione il processo creativo anelato dalla giovane con le responsabilità di un’eventuale cura filiale, chiedendosi (e chiedendo al pubblico) se possano coesistere.
Il perimetro dell’opera non si discosta dalle precedenti del cineasta sudcoreano: cinque personaggi (c’è anche la figlia del compagno della madre di Sanghee, baby-sitter con aspirazioni artistiche), un’isola, il tempo dilatato dei pasti e delle passeggiate, minimi movimenti della macchina da presa, lunghi piani sequenza.
Va detto che il film scorre molto rapidamente, nonostante la rarefazione della trama. Ma non si sottrae al rischio della ripetitività. Hong ha una produttività torrenziale - due film all’anno - e firma inevitabilmente opere che sembrano varianti minime le une delle altre. Il comitato di selezione di Locarno ha parlato di un film in cui «ogni immagine, ogni parola, ogni incontro» restituisce il senso, la bellezza e la complessità della vita con una naturalezza apparentemente senza sforzo». Probabilmente è così, ma il cinema non è soltanto calligrafia. È anche racconto, azione, movimento. Analisi sociale e culturale.
Hong è certo «uno dei grandi maestri del nostro tempo», ma almeno in questo ultimo lavoro non sembra andare oltre uno schema fortunato quanto rigido.
Identità in esilio
Su un versante opposto a quello di Hong Sangsoo si muove, invece, Meritxell Colell Aparicio, in concorso al Festival con Lejos de los árboles. Dopo Con el viento (2018) e Dúo (2022), la regista catalana firma un’opera dai contenuti forti, l’unico film della selezione di quest’anno a trattare esplicitamente il tema della memoria. Memoria personale, memoria storico-politica e memoria culturale.
Adela (Angélica Castelló), artista sonora messicana nipote di esuli catalani, viaggia dalla selva alle Ande peruviane insieme a Lucho (Jose Luis López Cama), guida e traduttore, per ricostruire una mappa sonora delle lingue in via d’estinzione delle popolazioni andine - quechua, nahuatl e aymara. Adela porta avanti idealmente (ma non solo) il lavoro iniziato dal nonno, un militante della Repubblica spagnola esiliato in Messico dopo la vittoria franchista. Il viaggio diventa quindi, inevitabilmente, intersezione tra la propria memoria e quella delle persone incontrate villaggio dopo villaggio. Tra memoria storica e memoria linguistica.
Interessante la scelta di stile di Meritxell Colell Aparicio, che ha girato il film in due formati: digitale e pellicola 16 mm, quest’ultima utilizzata nelle scene in cui la protagonista torna bambina e rivede sé stessa con il padre e la madre. Una giustapposizione dichiarata, non nascosta, che non crea alcun particolare effetto ricordo. Anche perché, altre immagini, stavolta di repertorio, contrappuntano il racconto, dandogli contenuto documentario: sono quelle di archivi familiari e di materiali d’epoca sull’arrivo al porto di Veracruz delle navi degli esuli e dei «Niños de Morelia», i figli di repubblicani accolti in Messico grazie al presidente Lázaro Cárdenas.
Sovrapposizione tra due esili: quello repubblicano, forzato, imposto dalla dittatura di Francisco Franco; e quello linguistico-culturale, delle comunità andine, che ritrovano sé stesse nelle canzoni o nelle cerimonie religiose.
Il film, ha scritto la regista, parla «del dolore dello sradicamento, delle identità attraversate dall’esilio, e del lutto anche come liberazione. Una storia piena di storie, come un tessuto, piena di legami e connessioni con il presente e con il passato; per parlare della necessità di riconnettersi con le proprie radici, dell’importanza della trasmissione e della fragilità della memoria». Una memoria che, però, resiste.
