L'intervista

Rick Baker: «Ho iniziato con i B-movie, da bambino amavo i mostri»

Al truccatore ed effettista, sette Premi Oscar per il Miglior Trucco, il Vision Award di Locarno79
©Marco Abram
13.08.2026 06:00

È in pensione da dodici anni, ma il suo impatto sull’industria cinematografica americana si fa sentire ancora oggi, grazie a creazioni iconiche che gli hanno fruttato sette Oscar, tra cui il primo mai assegnato nella categoria del trucco, per Un lupo mannaro americano a Londra. Questo è Rick Baker, pluripremiato artigiano che ha lavorato a progetti come Ed Wood, Men in Black e Il Grinch, per citare solo alcuni dei titoli impreziositi dal suo contributo. Doveroso, quindi, l’omaggio che Locarno gli rende con il Vision Award, il riconoscimento destinato alle personalità che lavorano dietro le quinte. Lo abbiamo incontrato all’interno del PalaCinema, qualche ora prima della consegna del premio in Piazza Grande.

Come si sente a ricevere il Vision Award?
«Ero un po’ sorpreso, perché solitamente i festival premiano attori, registi e produttori, non quelli come me. Ma è un grande onore».

Com’è nata la sua passione per i mostri?
«Da bambino, perché faccio parte della prima generazione cresciuta con la televisione, e nei weekend trasmettevano sempre gli stessi film horror. Mi piacevano personaggi come la creatura di Frankenstein e il Quasimodo interpretato da Charles Laughton (il riferimento è al film The Hunchback of Notre Dame, diretto da William Dieterle e distribuito nel 1939 dalla RKO Radio Pictures, ndr), mostri con cui potevi empatizzare, e mi chiedevo come venissero realizzati. Grazie a delle apposite riviste che esistevano allora imparai i nomi di gente come Jack Pierce, che faceva il trucco per gli horror della Universal, e Ray Harryhausen, che creava esseri fantastici con la stop motion. Ho poi cominciato a fare le mie proprie creazioni, sperando di poterlo fare come lavoro, anche se mi avevano detto che per entrare a Hollywood devi esserci nato. Per comprare i materiali che mi servivano, in particolare la gommapiuma con cui ho fatto i primi esperimenti casalinghi, facevo lavoretti vari, tagliavo l’erba, cose così. Mi impegnavo tantissimo per potermi permettere ciò che mi serviva, perché la mia famiglia non era benestante e la paghetta che ricevevo dai miei genitori non era sufficiente».

Come ha mosso i primi passi nel mondo del cinema?
«Lavorando su progetti dal budget ridotto, i cosiddetti B-movies. Mi sono progressivamente fatto un nome, ottenendo gli incarichi successivi perché si spargeva la voce: “Questo ragazzo ci sa fare”».

Può raccontarci qualche aneddoto?
«Mi ricordo un episodio un po’ particolare: fu quello del King Kong del 1976, prodotto da Dino De Laurentiis, diretto da John Guillermin e interpretato da Jeff Bridges, Charles Grodin e Jessica Lange. A livello di marketing, si parlava del lavoro di Carlo Rambaldi, che doveva costruire questo scimmione meccanico per le riprese. Io non ero nessuno, avevo venticinque anni, ma mi ritrovai a fare questo costume da scimmia, che la produzione odiava, e lo indossai sul set, al punto da ricevere una menzione nei titoli di coda perché ero l’interprete fisico di Kong. Rambaldi, che fece un ottimo lavoro soprattutto con le espressioni facciali, era il cocco di De Laurentiis, che a me invece diceva continuamente di no. Ma fu un’esperienza utile, perché sui progetti precedenti avevo lavorato con persone che non rispondevano mai quando avevo domande o richieste. Che mi si dicesse qualcosa, anche se era negativo, serviva. E lui, alla fine, appianò un po’ la situazione sostenendo di aver convocato sia il migliore nel suo campo dall’Italia che il migliore dagli Stati Uniti».

Due dei suoi primi successi sono stati Un lupo mannaro americano a Londra, scritto e diretto da John Landis, e il video di Thriller per Michael Jackson, anch’esso diretto da John Landis. Che cosa ricorda di quella doppietta?
«Avevo lavorato con John Landis al suo primo film, Schlock, un progetto talmente a basso costo che era lui a interpretare la creatura. Diventammo amici, e già allora mi parlò di Un lupo mannaro americano a Londra, che aveva scritto quando aveva vent’anni. Mi disse che voleva rappresentare la trasformazione come una sofferenza, e mi chiese come lo avrei fatto. Disse anche che sarebbe stato il suo prossimo film, ma in realtà passarono circa dieci anni da quella prima conversazione. Poi Michael Jackson vide il film e volle John per una sorta di cortometraggio ispirato a Thriller: voleva, alla fine del video, trasformarsi in un licantropo. John mi chiamò, e io pensai che Michael sarebbe stato insopportabile mentre lo truccavo. Invece no, era entusiasta. I suoi lineamenti erano piuttosto felini, e così lo resi un gatto mannaro. Fu un’esperienza felice, perché lavoravo con il mio amico John e feci amicizia anche con Michael, che nel privato era timidissimo, l’esatto contrario di come appariva poi sul palco».

Qui al Locarno Film Festival è proiettato anche Il professore matto (1996), diretto da Tom Shadyac e per il quale lei ha vinto uno dei suoi sette Premi Oscar. Che esperienza è stata?
«Sono stato ingaggiato per quel film perché all’inizio il regista doveva essere Landis. Avevamo già lavorato entrambi con Eddie Murphy su Il principe cerca moglie (1988), e la collaborazione fu molto bella, anche se complicata perché lui interpretava diversi personaggi. Eddie Murphy è un attore che non ha paura del trucco. C’è chi dice di non potersi più muovere, o comunque non ama tutta quella parte del processo creativo, come ad esempio Jim Carrey; Eddie invece, già nel Principe cerca moglie, mentre testavo le tecniche per trasformarlo nell’anziano ebreo, muoveva la faccia per vedere come impostare la sua performance. È il tipo di attore che migliora il lavoro fatto con il trucco».

Ha vinto il primo Oscar per Un lupo mannaro americano a Londra, l’ultimo per Wolfman (2010) diretto da Joe Johnston. Com’è cambiato l’approccio nei confronti del licantropo nel corso degli anni?
«Per Un lupo mannaro americano a Londra avevo grande libertà e godevo della fiducia di John Landis. Quando mi disse che nel film sarebbero apparsi alcuni demoni nazisti, gli chiesi che aspetto avessero, e lui mi lasciò il controllo creativo assoluto. Per Wolfman la situazione fu molto diversa: mi presero per via dell’altro film, e io spiegai subito che ci sarebbe stata una differenza fra un uomo completamente nudo che si trasforma in un quadrupede infernale e Benicio del Toro a cui viene aggiunto un po’ più di pelo. Con Benny andai comunque molto d’accordo, anche lui è un fan di mostri, aveva in camera il poster di Lon Chaney Jr. (l’interprete di The Wolf Man, film diretto da George Waggner nel 1941, ndr). La mattina, quando veniva da me per farsi truccare, si portava dietro riviste vintage che aveva acquistato online e mi metteva alla prova sulle mie conoscenze in materia. L’unica cosa su cui abbiamo litigato era chi fosse la nostra creatura di Frankenstein preferita, perché trovavo inconcepibile che non si potesse scegliere Boris Karloff, e a lui piaceva Glenn Strange (il successore di Karloff negli anni ’40, ndr). Anche Anthony Hopkins era adorabile, mangiava con noi della troupe, cosa che gli attori di solito non fanno. Lo studio, però, non aveva fiducia in me. Ricordo che una volta mi convocarono per chiedere come mai stessi spendendo soldi per acquistare quantità considerevoli di pelo. Feci presente che il film si chiamava Wolfman, e per ottenere il lupo serviva il pelo».

Lei è in pensione da alcuni anni, in parte per via dell’uso sempre più massiccio del digitale, ma ci sono ancora produzioni che usano il trucco tradizionale. C’è qualcosa che l’ha colpita di recente?
«Succede spesso con le serie TV, meno con il cinema. Ho visto Il Pinguino su HBO, e il lavoro che Mike Marino e i suoi collaboratori hanno fatto per trasformare Colin Farrell è stato sbalorditivo. Non c’era mai motivo di dubitare che quella fosse una persona vera, un connubio perfetto di performance e trucco. Ho scritto a Mike e gli ho detto che con quel personaggio ci aveva stesi tutti, ci aveva fatti neri. Più in generale, ai miei tempi i truccatori lavoravano a Hollywood, a New York oppure in Gran Bretagna, a Londra, mentre adesso sono davvero ovunque in giro per il mondo. Vorrei tanto che Dick Smith [storico truccatore hollywoodiano di cui Rick Baker è stato l’assistente, ndr] fosse ancora vivo, perché sarebbe fiero di tutti loro».

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